
Nel corso del 2026 è emersa con crescente chiarezza una strategia siriana volta a ripristinare il ruolo del Paese quale snodo energetico e logistico regionale tra Iraq, Turchia, Golfo Persico e Mediterraneo. Tale processo si è sviluppato attraverso la ricostruzione delle infrastrutture interne, il rilancio dei collegamenti transfrontalieri e la crescente integrazione con i mercati energetici regionali; una dinamica riconducibile alla più ampia visione dei “Quattro mari e nove corridoi”, che inquadra la Siria in un’ampia logica di connettività infrastrutturale eurasiatica. I numerosi progetti e accordi– che di seguito verranno illustrati – con i partner regionali e internazionali convergono verso una stessa ipotesi: la trasformazione della Siria in un corridoio energetico e logistico alternativo alle tradizionali rotte che dipendono dallo Stretto di Hormuz. Certo, in un’ottica di breve periodo, la Siria non può ancora sostituire Hormuz come principale hub energetico ma sta cercando di proporsi come snodo terrestre e mediterraneo alternativo per petrolio, gas e commerci tra Golfo, Iraq, Turchia ed Europa. Diversi accordi firmati tra il 2025 e il 2026 sembrano andare in questa direzione.
Sul piano infrastrutturale, il governo siriano ha avviato un ampio programma di riabilitazione delle reti di trasporto danneggiate durante il conflitto. Nel marzo 2026 il Ministro dei Trasporti Yarub Badr ha discusso con le autorità di Deir ez Zor il ripristino dei ponti di Siyasiya e Al-Mayadin e della principale arteria stradale che collega Raqqah, Deir ez Zor e al-Bukamal. Tale asse è considerato prioritario poiché può fungere da corridoio commerciale verso Iraq e Turchia e collega aree prossime ai principali giacimenti petroliferi della Siria orientale. A maggio, il ministro ha illustrato a rappresentanti della società statunitense KBR i progetti relativi ai corridoi nord-sud ed est-ovest, all’autostrada Damasco-Aleppo e alla rete ferroviaria nazionale, sottolineando il ruolo della Siria quale snodo di transito regionale tra Golfo, Europa e Asia. A giugno, la riabilitazione e inaugurazione del ponte Rastan, che collega i governatorati di Homs e Hama, hanno rappresentato un passo fondamentale per il ripristino della connettività interna e per la ripresa dei flussi economici.
Al contempo, il settore energetico ha registrato sviluppi significativi. La Syrian Oil Company ha annunciato la ripresa della produzione nei giacimenti di Rumailan, Suwaydiya e di altre aree della provincia di al Hassakah, nonché il riavvio della principale stazione di pompaggio di Homs, inattiva da dodici anni, che ha consentito la ripresa del trasporto di greggio attraverso l’oleodotto diretto a Tartus. Per la prima volta dopo circa quindici anni, il petrolio proveniente dai giacimenti di Rumailan è stato trasferito alle strutture governative siriane in seguito agli accordi raggiunti nel gennaio 2026 con le Forze Democratiche Siriane (SDF), successivi agli scontri che hanno favorito il reinserimento della Siria orientale nell’apparato statale centrale. Nel corso dei mesi successivi la produzione nei giacimenti del Tigri è aumentata di circa il 30%, con ulteriori incrementi previsti.
La cooperazione energetica con l’Iraq rappresenta uno degli elementi centrali di questa strategia. Già nel marzo 2026 Baghdad e Damasco avevano avviato colloqui per la realizzazione di un nuovo oleodotto destinato a collegare i giacimenti iracheni al porto siriano di Baniyas, privilegiando la costruzione di una nuova infrastruttura rispetto al ripristino del vecchio oleodotto Kirkuk-Baniyas. Nello stesso periodo, la compagnia petrolifera statale irachena, SOMO, ha firmato contratti per esportare petrolio attraverso Turchia, Giordania e Siria.
Una svolta significativa si è verificata tra marzo e aprile con la riapertura del valico di Al-Waleed/Al-Tanf, chiuso dal 2015, dove era stanziata la fazione ribelle Free Syrian Army (FSA) sostenuta dagli Stati Uniti e, recentemente, ceduta dall’amministrazione Trump al governo siriano. Attraverso questo passaggio hanno iniziato a transitare convogli di autocisterne irachene dirette alla raffineria di Baniyas. La compagnia irachena SOMO ha successivamente finalizzato contratti per la fornitura di circa 650.000 tonnellate mensili di olio combustibile da esportare attraverso la Siria, mentre il governo iracheno ha avviato l’esportazione graduale di greggio Basra Medium verso il Mediterraneo. Le autorità siriane hanno definito tale sviluppo come il ripristino del ruolo della Siria quale corridoio energetico regionale in grado di contribuire alla sicurezza energetica del Medio Oriente in una fase caratterizzata dalle tensioni che interessano lo Stretto di Hormuz.
Nel corso della primavera il traffico energetico attraverso il territorio siriano è aumentato sensibilmente. Petroliere irachene hanno raggiunto regolarmente il terminal di Baniyas, dove il combustibile è stato scaricato, stoccato, raffinato oppure ricaricato per l’esportazione verso i mercati internazionali. La raffineria di Homs ha iniziato a ricevere parte delle forniture irachene destinate alla produzione elettrica nazionale, mentre i lavori di ampliamento della capacità operativa di Baniyas hanno consentito di incrementare il numero di autocisterne trattate quotidianamente. In parallelo, il Consiglio dei Ministri iracheno ha approvato un contratto che consente il trasporto, lo stoccaggio e il trasbordo del greggio di Bassora attraverso i porti siriani di Baniyas e Tartus, accompagnato dall’apertura di una struttura di rappresentanza irachena incaricata della gestione delle esportazioni lungo la rotta siriana. A rafforzare ulteriormente questa prospettiva contribuisce il progetto dell’oleodotto Bassora-Haditha, annunciato dal Ministero del Petrolio iracheno, con una capacità prevista di 2,5 milioni di barili al giorno. Il sistema dovrebbe collegarsi a tre direttrici principali: il porto siriano di Baniyas, il porto turco di Ceyhan e quello giordano di Aqaba, creando una rete di esportazione alternativa ai tradizionali percorsi del Golfo.
Sul piano logistico e commerciale, la Siria ha parallelamente accelerato la riattivazione dei corridoi di transito regionali. Il valico di Al-Tanf-Al-Walid è stato progressivamente integrato nelle nuove strategie commerciali tra Siria e Iraq, mentre il valico di Yarubiyah è stato utilizzato sia per il transito di petrolio sia per il trasporto di merci provenienti dalla Turchia e dirette in Iraq. A maggio il primo convoglio commerciale turco ha attraversato il territorio siriano lungo la direttrice Tell Abyad-Yarubiyah, segnando il ritorno delle rotte regionali di transito dopo anni di interruzione. Di cruciale importanza è inoltre l’integrazione del valico di frontiera di Semalka, che collega il Rojava con la regione del Kurdistan iracheno, al sistema operativo dell’Autorità Generale per i Porti e le Dogane siriana.
La stessa logica caratterizza il rilancio delle infrastrutture portuali. I porti di Tartus e Latakia hanno registrato una significativa crescita delle attività commerciali e logistiche. Tartus ha ripreso le operazioni di transito verso l’Iraq dopo quattordici anni di sospensione, mentre DP World degli Emirati Arabi Uniti ha discusso nuovi programmi di sviluppo e modernizzazione dello scalo. Nello stesso periodo sono aumentati i flussi commerciali internazionali, con merci provenienti dall’Europa, dal Golfo e dall’Iraq destinate ai porti siriani o in transito attraverso di essi. Secondo la Direzione Generale delle Frontiere e delle Dogane siriana, il traffico merci nel porto di Latakia ha superato i 2 milioni di tonnellate nei primi cinque mesi del 2026, con l’arrivo di 273 navi e la movimentazione di circa 120.000 container.
Anche la cooperazione con la Turchia si inserisce in questo quadro. Le autorità siriane e turche hanno discusso la creazione di una zona economica franca e di un terminal logistico a Idlib, destinati a rafforzare i collegamenti commerciali regionali. Secondo l’ambasciatore turco a Damasco, la Siria rappresenta per Ankara un corridoio logistico strategico verso il Medio Oriente e il Golfo Persico, mentre la Turchia costituisce per la Siria una porta di accesso ai mercati europei e globali.
Particolarmente significativa appare inoltre la cooperazione tra Turchia e Arabia Saudita nel settore ferroviario. I due Paesi hanno firmato un memorandum d’intesa volto a sviluppare i collegamenti ferroviari regionali e a rilanciare la moderna ferrovia dell’Hejaz, destinata a collegare Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia. Nella visione di lungo periodo, tale corridoio potrebbe estendersi fino all’Oman e all’Oceano Indiano, configurandosi come una rotta commerciale alternativa in grado di ridurre la dipendenza dalle rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz.
Parallelamente, il Libano sta sviluppando infrastrutture complementari ai corridoi terrestri e ferroviari che attraversano la Siria. Il rilancio del porto di Jounieh, con nuove tratte marittime verso Cipro, Siria (Latakia) e Turchia (Mersin), e il progetto ferroviario che collegherà il porto di Tripoli e il confine siriano di al-Abboudieh riflettono il tentativo di creare una rete integrata tra Mediterraneo, Siria, Turchia e Penisola Arabica, in grado di offrire percorsi commerciali alternativi alle rotte che dipendono dallo Stretto di Hormuz.
Un ulteriore tassello riguarda l’integrazione energetica regionale. Nel maggio 2026 i ministri dell’Energia di Siria, Giordania e Libano hanno proseguito i colloqui sull’espansione degli scambi di gas naturale, sul ripristino del Gasdotto Arabo per il trasporto di gas proveniente dal Qatar e sull’interconnessione delle reti elettriche. Tra gli obiettivi figurano il ripristino della linea ad alta tensione da 400 kV tra Siria e Giordania e la manutenzione delle linee elettriche che collegano Siria e Libano. I governi coinvolti considerano tali progetti come parte di una più ampia strategia di sicurezza energetica regionale.
In parallelo, la Siria sta cercando di attrarre nuovi investimenti nel settore energetico. A maggio la società statale Syrian Petroleum Company ha firmato a Doha un memorandum d’intesa con QatarEnergy, la francese TotalEnergies e la statunitense ConocoPhillips per l’esplorazione del Blocco 3 nel Bacino Levantino, una delle aree più promettenti del Mediterraneo orientale. Le stime indicano la possibile presenza di circa 1.200 miliardi di metri cubi di gas naturale nelle acque territoriali siriane. Nello stesso periodo, la SPC ha annunciato anche un progetto di esplorazione offshore in acque profonde con la partecipazione di Chevron e della qatariota UCC Holding. Le autorità siriane considerano tali iniziative essenzali sia per incrementare la produzione energetica nazionale sia per attirare capitali e tecnologie internazionali, e per garantire entrate dalle esportazioni.
L’apertura agli investimenti esteri riguarda anche gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo. A giugno 2026 una delegazione guidata dal ministro dell’Energia Mohammed al-Bashir ha incontrato a Washington rappresentanti di grandi compagnie energetiche statunitensi e investitori internazionali per discutere opportunità di investimento e cooperazione. È stata inoltre annunciata una futura visita in Siria di una delegazione di imprese americane. Parallelamente, il primo Forum sugli investimenti siriano-emiratino, tenutosi a Damasco nel maggio 2026, ha confermato l’interesse degli Emirati Arabi Uniti per progetti nei settori delle infrastrutture, dell’energia, della logistica e dell’industria, nell’ambito della ricostruzione economica del Paese. A luglio 2025, in occasione del forum degli investimenti siro-sauditi di Damasco, l’Arabia Saudita ha annunciato un pacchetto di investimenti per 6,4 miliardi di dollari a sostegno di progetti infrastrutturali, immobiliari, delle telecomunicazioni e delle tecnologie informatiche in Siria.
In questo contesto si inserisce anche la visione strategica illustrata dall’inviato speciale statunitense Thomas Barrack, secondo il quale la Siria potrebbe trasformarsi in un hub per gasdotti e corridoi energetici alternativi in caso di interruzioni prolungate nello Stretto di Hormuz. Grazie alla sua posizione geografica e ai porti di Baniyas e Tartus, la Siria potrebbe fungere da piattaforma di collegamento tra Iraq, Paesi del Golfo, Turchia e Unione Europea, contribuendo a ridisegnare le rotte energetiche e commerciali del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente.
Cristina Uccello
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