MALI. Taglie milionarie sui leader di JNIM e FLA

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Il Mali ha annunciato il 4 giugno una ricompensa per informazioni su diverse figure chiave della coalizione FLA/JNIM. Questa misura mira a incoraggiare lo scambio di informazioni credibili che possano portare alla loro localizzazione, detenzione o neutralizzazione. “I servizi competenti stanno attivamente cercando questi individui per il loro presunto coinvolgimento nella pianificazione, organizzazione ed esecuzione di atti terroristici”, recita il comunicato ufficiale del Ministero della Sicurezza. La giunta militare ha offerto un valore di 2 miliardi di franchi CFA (circa 3 milioni di euro) per la cattura di Iyad Ag Ghali. Il leader di JNIM (Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin), branca di al-Qaeda nella regione, è considerato uno dei principali responsabili dell’instabilità e della violenza che affliggono il Mali e l’intero Sahel da oltre un decennio. È nella lista dei terroristi degli Stati Uniti ed è oggetto di un mandato di arresto della Corte penale internazionale. Una taglia di 2,5 milioni di dollari è stata posta anche sul suo vice, Amadou Koufa. Ricompense comprese tra 500 milioni e 2 miliardi di franchi sono previste anche per altri leader, tra cui Seydane Ag Hitta, e per i rappresentanti del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), Alghabass Ag Intallah e Bilal Ag Asherif. Con questa misura, le autorità maliane dimostrano la loro determinazione a continuare a perseguire i leader terroristi e a smantellare le loro reti. Questa ricompensa è una delle più ingenti mai annunciate nella lotta al terrorismo in Mali. 

Ghali, negli ultimi mesi, ha cambiato le sue tattiche di guerra: invece di limitarsi ad azioni militari contro l’esercito, sta impiegando, secondo il Timbuktu Institute, una strategia di blocco economico: interrompendo le principali vie di trasporto e disattivando infrastrutture critiche, comprese le linee elettriche, mira a privare la capitale di cibo, carburante ed elettricità. L’obiettivo è quello di complicare la vita quotidiana e indebolire così lo Stato dall’interno. Per le autorità maliane guidate dal presidente Assimi Goïta, questa minaccia è considerata estremamente seria, poiché il conflitto si sta sviluppando non solo sul fronte militare, ma incide anche sulla vita quotidiana dei cittadini.

Un’altra misura che ha destato attenzione è quella che per motivi di sicurezza, le foreste di Baoulé (160 km a nord di Bamako) e Faya (40 km a est di Bamako) sono state disboscate nell’ultimo mese, estendendosi su un’ampia area lungo le strade. Queste zone boschive sarebbero state utilizzate da JNIM come nascondigli, soprattutto durante blocchi stradali e imboscate. La giunta ha annunciato la creazione di “zone di interesse militare”, interdette ai civili, in 39 aree forestali in tutto il paese, tra cui la foresta di Wagadou al confine con la Mauritania, ma dovrà coordinarsi con le autorità di Nouakchott se vuole controllarla. Tutti gli individui trovati lì saranno considerati obiettivi, secondo un documento ufficiale firmato da sei ministri, tra cui il Ministro delegato alla Difesa. La decisione, annunciata il 5 giugno, è stata presa sempre nell’ambito della lotta contro i jihadisti di JNIM. Secondo quanto riportato da una fonte ufficiale a RFI, un nuovo sistema di difesa sarà presto dispiegato in quelle aree, che vanno da nord a sud, da est a ovest, di fatto diventate “zone di guerra”.

La giunta di Bamako ha vietato anche le motociclette, la terza scelta drastica in tre giorni, segno che intende dimostrare la propria forza, ma che sottolinea anche che queste decisioni sono un segnale di debolezza, di una giunta militare in difficoltà e sempre più assediata. Il 3 giugno è stato emanato un decreto interministeriale che vieta la circolazione di motociclette con cilindrata pari o superiore a 125 cc al di fuori dei principali centri abitati di tutto il paese. Un’eccezione è stata fatta solo per Bamako e i capoluoghi di regione, distretto e provincia. In un paese dove le motociclette rimangono il principale mezzo di trasporto nelle zone rurali e la spina dorsale dell’economia informale, un simile divieto significa la paralisi di milioni di vite. Nel frattempo, il FLA ha dichiarato, attraverso il suo leader Ag Intallah, che giugno si sarebbe concluso con “una nuova situazione politica in Mali”. Lo scorso mese erano emerse notizie non confermate che Alghabass, in fuga verso la Mauritania, fosse stato ucciso dalle Forze Armate del Mali (FAMA) a Kidal.

Tutte queste misure devono essere considerate in un contesto più ampio. Dal settembre 2025, JNIM ha bloccato le forniture di carburante, attaccando sistematicamente i camion/autocisterne di petrolio provenienti dal Senegal e dalla Costa d’Avorio, che gestiscono quasi tutte le importazioni di carburante per il Mali, paese senza sbocco sul mare. Dopo gli attacchi simultanei del 25 aprile, la pressione si è intensificata. Dal 30 aprile, il blocco stradale della capitale è diventato una realtà tangibile. Le conseguenze si fanno sentire nella vita quotidiana. Ad esempio, a Bamako le interruzioni di corrente raggiungono le 18 ore al giorno e interi quartieri rimangono senza acqua ed elettricità per giorni. Il carburante viene dirottato principalmente verso le centrali elettriche gestite da Énergie du Mali, mentre le compagnie di trasporto sospendono i servizi verso la capitale. Il FLA ha annunciato in seguito il divieto di consegna di carburante nelle aree e città in cui sono presenti le forze dell’Africa Corps e delle FAMA. Ed ancora, a causa del blocco imposto dai jihadisti intorno a Bamako, la strada che collega la capitale a Fana si è allungata notevolmente. Il viaggio richiede di passare per Koulikoro e Ségou, per poi tornare a Fana, risultando quasi 200 km più lungo del solito. 

La giunta non sta cedendo sotto i colpi di una rivolta popolare, bensì si sta svuotando dall’interno, perdendo il sostegno della popolazione che afferma di proteggere, ma che in realtà limita sempre più. Il modello stesso di governo militare di transizione, che ai paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel era stato presentato come una via per ripristinare la sovranità, è messo alla prova, sostiene Hamid Amadou N’gadé, ex consigliere per le comunicazioni del presidente del Niger Bazoum.

Proseguono nel paese le operazioni militari come quelle a Sandaré e Gao che hanno neutralizzato circa 50 terroristi e distrutto numerosi nascondigli, motociclette armate e un camion per la logistica. Tuttavia, secondo il think tank francese FMES (Fondazione per gli Studi Strategici del Mediterraneo), la situazione della sicurezza in Mali continua a deteriorarsi. Le azioni su larga scala dei jihadisti e dei ribelli tuareg sono considerate un punto di svolta cruciale in quanto gli attacchi coordinati mettono alla prova il governo e i suoi alleati russi, dimostrando la capacità dei gruppi armati di eludere le misure di sicurezza esistenti, rivelandone i limiti, e il modello basato sul supporto dei partner, incluso l’Africa Corps. La perdita di Kidal, vista in questo contesto, ha rappresentato un duro colpo per la retorica ufficiale del governo sul ripristino del pieno controllo del territorio nazionale.

Al di là delle implicazioni militari, gli attacchi hanno messo in luce un aspetto che per molto tempo è stato negato, minimizzato o volutamente tenuto ambiguo: FLA e JNIM operano sempre più spesso dalla stessa parte del campo di battaglia. Per anni, le fazioni ribelli del nord che compongono il FLA hanno cercato di mantenere almeno un certo grado di distanza politica da JNIM. Operavano in una zona grigia deliberatamente ambigua, dove la coesistenza tattica con attori jihadisti era ampiamente sospettata, ma dove la separazione politica poteva ancora essere mantenuta pubblicamente. La vittoria militare del FLA potrebbe trasformarsi nella sua sconfitta politica: allineandosi apertamente sul campo di battaglia con JNIM, il FLA rischia di essere sempre più percepito a livello internazionale non come un movimento insurrezionale nazionalista con rivendicazioni legittime, ma come un’ulteriore componente di un più ampio ecosistema allineato ad al-Qaeda nel Sahel.

Paolo Romano 

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