ASIA. Senza GNL, il carbone ritorna prepotentemente alla ribalta

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Il conflitto in corso in Medio Oriente sta costringendo i paesi dell’Asia a tornare all’utilizzo del carbone, poiché le interruzioni delle forniture di GNL mettono in luce la vulnerabilità della regione agli shock energetici esterni. Dal Giappone all’Indonesia al Vietnam, i governi stanno sempre più ricorrendo alla produzione di energia elettrica a carbone per compensare la crescente carenza di importazioni di GNL. 

Questo cambiamento non è inaspettato, tuttavia, dato che le catene di approvvigionamento legate a uno dei più importanti esportatori di GNL al mondo, il Qatar, sono state drasticamente ridotte, come riporta Bloomberg.

Al centro di questo ritorno al carbone c’è il danno subito dal complesso industriale di Ras Laffan, il più grande impianto di esportazione di GNL al mondo. Il sito è stato gravemente danneggiato il 18 marzo nell’ambito di una serie di attacchi iraniani contro le infrastrutture energetiche nel Golfo Persico. Questo, unito alla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, ha reso pressoché impossibile il trasporto di carichi di GNL, aggravando ulteriormente lo shock per i mercati globali del gas, riporta BneIntelliNews.

Con il conseguente aumento dei prezzi del GNL, che ha reso il combustibile inaccessibile a molti acquirenti sensibili al prezzo nei paesi in via di sviluppo, in gran parte dell’Asia si è assistito a un ritorno al carbone.

Il carbone rappresenta già una quota sostanziale del mix energetico asiatico, superando in genere il 40-50% in molte delle principali economie della regione, ed è quindi da tempo considerato più competitivo in termini di costi rispetto al gas importato.

L’esempio più lampante degli ultimi giorni è quello del Bangladesh, dove le autorità, in risposta alla guerra in Medio Oriente e alla conseguente carenza di gas, hanno ridotto le forniture alle centrali elettriche e ai produttori di fertilizzanti. Di conseguenza, la produzione di energia elettrica a carbone è stata incrementata per colmare il divario, a dimostrazione sia dell’urgenza di garantire l’approvvigionamento elettrico sia dell’immediata mancanza di flessibilità a disposizione dei decisori politici.

Si prevede che dinamiche simili si manifesteranno in tutto il Sud e il Sud-Est asiatico nei prossimi giorni e settimane, poiché i costi politici ed economici di potenziali blackout diffusi non sarebbero ben visti dalle popolazioni che si stanno lentamente avvicinando ai mesi estivi.

A seguito dell’improvviso ritorno di popolarità del carbone, anche i prezzi sono aumentati vertiginosamente a fronte dell’incremento della domanda. I futures di Newcastle, benchmark per la regione Asia-Pacifico, hanno raggiunto quota 135,25 dollari a tonnellata nelle prime ore del mattino del 24 marzo, dopo aver toccato i massimi livelli dalla fine del 2024 all’inizio del mese, quando si erano attestati poco al di sotto dei 138 dollari. Questo rally sta esercitando pressione sui principali esportatori indonesiani e australiani, che devono aumentare l’offerta, pur dovendo contemporaneamente soddisfare il fabbisogno energetico interno.

Essendo l’Indonesia il maggiore esportatore di carbone al mondo, Giacarta ha reagito consentendo alle compagnie minerarie di incrementare la produzione, anche a costo di revocare una precedente politica che mirava a limitare la produzione per sostenere i prezzi.

Altrove, i leader politici stanno adottando misure per massimizzare l’utilizzo della capacità di generazione a carbone esistente. La Corea del Sud ha già rimosso i limiti alla produzione di energia da carbone, mentre le aziende elettriche regionali in Giappone stanno valutando piani di emergenza che prevedono il passaggio dal gas al carbone qualora persistano interruzioni nella fornitura di GNL. Nelle Filippine, i funzionari sarebbero impegnati in colloqui con la vicina Indonesia per assicurarsi ulteriori forniture di carbone. Anche Taiwan starebbe valutando, almeno in parte, la possibilità di tornare al carbone, secondo alcune fonti, sebbene il governo sembri intenzionato a minimizzare l’imminenza di carenze energetiche.

In Vietnam, invece, un tempo nazione fortemente dipendente dal carbone, si prevede che la recente transizione al GNL subisca una battuta d’arresto, almeno temporanea, rendendo ancora più cruciale l’utilizzo delle infrastrutture a carbone ancora esistenti.

In termini pratici, i governi asiatici hanno poco margine di manovra. Con l’aumento delle temperature, la domanda di elettricità in gran parte dell’Asia è destinata a crescere vertiginosamente a causa dell’utilizzo dei condizionatori d’aria. Solo garantendo forniture energetiche stabili i governi potranno mantenere la popolazione soddisfatta.

Tuttavia, questa rinnovata dipendenza dal carbone avrà probabilmente conseguenze durature. L’aumento del consumo di carbone non farà altro che complicare il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni e potrebbe ritardare i progressi verso la decarbonizzazione in tutta la regione. Inoltre, la continua volatilità dei mercati del GNL potrebbe indurre una rivalutazione delle strategie energetiche a lungo termine e accelerare l’abbandono definitivo dei combustibili fossili.

Tommaso Dal Passo

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