SIRIA. La proiezione strategica della Turchia a un anno e mezzo dalla caduta del regime di Assad

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Nonostante sia trascorso circa un anno e mezzo dalla caduta del regime di Assad e dall’insediamento del governo di transizione guidato da Ahmed al Sharaa, Ankara esercita una forte e profonda influenza nella società siriana e nell’assetto statale. 

Nel corso del 2026, il ruolo della Turchia nel dossier siriano si configura non più come un elemento esterno di pressione o mero attore di contesto, ma come protagonista determinante nel processo di stabilizzazione, governance e ricostruzione della Siria post conflitto. Questa evoluzione si incardina in quattro grandi direttrici: politica e diplomazia, economia e ricostruzione, sicurezza e difesa, e confronto con Israele. Tutto sommato, il 2026 mostra una relazione tra Turchia e Siria che è diventata una componente centrale dell’ordine mediorientale post conflitto, capace di influenzare non solo la stabilità siriana, ma anche i rapporti di Ankara con Washington, con i paesi del Golfo e con Israele. La strada verso un equilibrio stabile resta lunga, ma la Turchia si afferma saldamente come attore imprescindibile.

Le province settentrionali di Aleppo, in particolare Afrin, Jarabulus e Azaz, rappresentano il principale lascito della presenza turca iniziata con le operazioni militari condotte a partire dal 2016. Nonostante la fine dell’amministrazione sostenuta da Ankara e il cambio di governo a Damasco, molti degli elementi introdotti durante gli anni del controllo turco continuano a caratterizzare la vita quotidiana. 

La lingua turca rimane presente in numerose istituzioni pubbliche, come dimostrano i cartelli informativi ancora visibili all’interno del complesso giudiziario di Afrin, dove, nonostante la sostituzione dell’insegna esterna con una in lingua araba, la segnaletica interna continua a essere bilingue, secondo quanto documentato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani. Parallelamente, persistono simboli e bandiere turche in diverse città della regione. Restano inoltre in vigore i programmi scolastici introdotti durante gli anni dell’amministrazione filo-turca e continuano a essere riconosciuti i documenti d’identità rilasciati dai precedenti consigli locali. Numerosi centri abitati dipendono ancora dalla rete elettrica collegata alla Turchia.

La lira turca continua a essere largamente utilizzata come principale valuta di scambio. Dalla metà del 2020, la lira turca aveva sostituito la sterlina siriana, fortemente svalutata, nella provincia di Idlib, allora controllata dal Governo di Salvezza guidato da HTS, ed era già ampiamente utilizzata nelle aree sotto influenza turca, tra cui Afrin e Azaz, dove veniva impiegata per il pagamento degli stipendi, gli scambi commerciali e le spese quotidiane. Ora, sebbene la Banca Centrale Siriana abbia annunciato che la vecchia valuta siriana rimarrà valida per il circolo con pieno potere liberatorio fino al 30 luglio, tuttavia questa decisione non ha trovato effettiva applicazione nelle zone che si estendono da Jarabulus ad Afrin, dove permangono i sistemi amministrativi, dei servizi e economici ereditati dal periodo di amministrazione sostenuta dalla Turchia, a testimonianza del perdurare dell’influenza turca nella gestione di ampi aspetti della vita quotidiana in quelle zone. Sebbene le autorità monetarie dei due Paesi abbiano raggiunto un accordo per avviare il graduale ritiro della lira turca dalla circolazione nelle aree siriane – segnale della volontà di favorire una progressiva normalizzazione economica – il processo richiederà tempo, considerata la forte integrazione commerciale sviluppatasi negli ultimi anni.

E che dire della presenza militare che cambia forma, ma non sostanza. Negli ultimi mesi Ankara ha evacuato alcune postazioni avanzate e basi secondarie nella regione di Afrin, come quelle di Baslaya, Jandairis e Jih (al-Jabaliyah), consentendo il ritorno di parte della popolazione civile sfollata dal 2018. Tuttavia, tali ritiri non rappresentano un disimpegno strategico. Le forze armate turche mantengono infatti il controllo delle principali basi militari della regione, concentrando uomini e mezzi in installazioni di maggiori dimensioni e con migliori capacità logistiche. La scuola Faisal Qaddour di Afrin continua, ad esempio, a essere utilizzata come base militare turca. Al contempo, le autorità turche non intendono lasciare Ras al Ayn, punto strategico per monitorare le attività curde nel nord est del paese. Questa riorganizzazione riflette infatti la volontà di Ankara di razionalizzare il proprio assetto militare senza rinunciare alla capacità di proiezione nel nord della Siria, mantenendo una funzione di deterrenza sia nei confronti delle milizie curde sia rispetto ad altri attori regionali. 

Parallelamente, la cooperazione militare tra i due paesi si è trasformata in una relazione strutturata, sostenuta da coordinamento politico, intelligence condivisa e cooperazione militare diretta. La firma del memorandum d’intesa del 13 agosto 2025 ha rappresentato il punto di svolta, creando un quadro stabile per addestramento, consulenza militare e fornitura di equipaggiamento. Da allora, ufficiali siriani partecipano a programmi formativi nelle caserme turche e ad esercitazioni congiunte. Inoltre, delegazioni militari dei due Paesi hanno avviato consultazioni sulla cooperazione navale, mentre navi della Marina turca hanno attraccato nel porto di Latakia.

Ankara starebbe inoltre valutando un ruolo diretto nella ricostruzione delle capacità militari siriane, attraverso la possibile fornitura di droni, sistemi di difesa aerea e tecnologie avanzate, un’evoluzione osservata con particolare attenzione da Israele. Secondo fonti regionali e analisti militari, il programma di ristrutturazione dell’Esercito Arabo Siriano include addestramento in antiterrorismo, sminamento, cyber-difesa, ingegneria militare e logistica. Ankara starebbe inoltre fornendo droni Bayraktar, veicoli blindati, artiglieria e missili a corto raggio, con particolare attenzione alle capacità di difesa aerea e alle unità commando. L’obiettivo dichiarato è trasformare un esercito logorato da quattordici anni di guerra in una forza più moderna e integrata che Damasco punta a portare da circa 100.000 a 200.000 effettivi entro cinque anni.

Contestualmente si è consolidata anche la cooperazione diplomatica culminata con la presenza storica di al Sharaa a margine del vertice NATO, su invito della Turchia, al fine di svolgere colloqui con alcuni dei principali leader occidentali, tra cui il presidente statunitense Donald Trump, nel loro quarto colloquio dal maggio 2025. Sempre su invito turco, l’esercito siriano ha partecipato alle esercitazioni multinazionali EFES 2026, segnale di una progressiva reintegrazione di Damasco nei circuiti regionali e internazionali dopo la caduta del regime baathista. Anche il consolato siriano di Gaziantep rappresenta un importante punto di collegamento con la vasta comunità di rifugiati siriani ancora presente in territorio turco. 

Oggi, Ankara sembra privilegiare sempre più strumenti economici come principale strumento di influenza. Il corridoio commerciale che attraversa il valico di Tal Abyad e l’autostrada M4 fino al valico di al-Yarubiyah sta assumendo un ruolo crescente nel traffico merci tra Turchia, Siria e Iraq. Parallelamente, il governo turco starebbe considerando di incrementare gli scambi commerciali con Damasco fino a 5 miliardi di dollari entro due anni e a 10 miliardi entro cinque anni. A questi sviluppi si aggiungono i progetti infrastrutturali, tra cui il ripristino della storica ferrovia dell’Hejaz, destinata a rafforzare ulteriormente l’integrazione economica regionale. Anche il settore dei trasporti mostra segnali di profonda riattivazione. Turkish Airlines ha ripreso i collegamenti con Damasco dopo tredici anni, SunExpress inaugurerà nuovi voli verso Aleppo.

L’espansione dell’influenza turca si inserisce in un quadro regionale caratterizzato dalla crescente rivalità con Israele. Negli ultimi mesi Erdoğan ha duramente criticato gli attacchi israeliani contro obiettivi siriani e libanesi, nonché l’avanzata dell’IDF nel sud-ovest della Siria, che ha trasformato quest’area da zona cuscinetto ad area di influenza, sostenendo che tali operazioni rischiano di compromettere la stabilità dell’intero Medio Oriente. Parallelamente, da Tel Aviv cresce la preoccupazione per il possibile consolidamento della presenza militare turca in Siria. Secondo fonti israeliane, l’eventuale istituzione di una base militare permanente turca nella Siria meridionale rappresenterebbe una “linea rossa”, alimentando una crescente competizione strategica tra le due potenze per l’influenza sul futuro assetto della Siria post-Assad.

Cristina Uccello

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