
A dieci anni dalla sentenza dell’Aia sul Mar Cinese Meridionale, Pechino dovrebbe continuare a impegnarsi in una diplomazia in buona fede ed esplorare la mediazione internazionale, affermano gli analisti cinesi, sostenendo che la decisione, non applicata, non è riuscita a frenare le tensioni marittime regionali.
Queste valutazioni giungono dopo un fine settimana di nuove accuse sulla sentenza del 2016 di un tribunale internazionale, che ha dichiarato invalide la maggior parte delle rivendicazioni cinesi sui diritti storici ed economici nel Mar Cinese Meridionale, una sentenza che Pechino ha fermamente respinto, riporta SCMP.
Il 12 luglio scorso, in occasione del decimo anniversario della sentenza, una coalizione di 14 paesi guidata da Stati Uniti e Filippine ha definito la decisione “giuridicamente vincolante e definitiva” e ha criticato Pechino per essersi rifiutata di riconoscerla o attuarla.
La Cina ha però lanciato una dura protesta diplomatica contro le Filippine, gli Stati Uniti e altre 12 nazioni per aver riaffermato la sentenza sul Mar Cinese Meridionale, riporta Business Monitor. Pechino ha definito la decisione “illegale, nulla e priva di validità” e ha accusato la coalizione di destabilizzare la regione.
La sentenza del 2016, emessa da un collegio arbitrale presso la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia, nei Paesi Bassi, aveva dichiarato invalida la rivendicazione cinese della “linea dei nove tratti” ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), affermando al contempo i diritti sovrani delle Filippine all’interno della propria zona economica esclusiva. Sebbene la Cina continui a respingere la sentenza definendola “illegale, nulla e priva di validità”, essa rimane definitiva e giuridicamente vincolante ai sensi del diritto internazionale.
In una dichiarazione rilasciata domenica dal Ministero degli Affari Esteri, Pechino ha ribadito la propria sovranità sulle isole del Mar Cinese Meridionale, tra cui le isole Pratas, le Paracel, lo Scarborough Shoal, Macclesfield e le Spratly, citando “diritti storici risalenti alla dinastia Han”. Il ministero ha affermato che la Cina è stata la prima a esercitare “in modo continuo, pacifico ed efficace” la sovranità e la giurisdizione su queste isole e sulle relative acque.
Pechino ha dichiarato che 10 anni prima della sentenza arbitrale, aveva presentato una dichiarazione facoltativa ai sensi dell’articolo 298 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Tale dichiarazione affermava che la Cina non accetta procedure obbligatorie di risoluzione delle controversie (come l’arbitrato vincolante) per specifiche categorie di controversie, in particolare la delimitazione marittima e le baie o i titoli storici.
“Il cosiddetto ‘lodo’ non è altro che un pezzo di carta senza valore”, ha dichiarato il Ministero degli Esteri cinese. “La Cina non accetta né riconosce il ‘lodo’ e si oppone e non accetta alcuna rivendicazione o azione basata su di esso”.
Pechino ha inoltre respinto la difesa della libertà di navigazione da parte della coalizione, affermando che tale navigazione “non è mai stata un problema”. Il Ministero cinese ha invece accusato gli Stati Uniti e altre potenze esterne di “rafforzare la presenza militare”, “esercitare il proprio peso” e “alimentare le fiamme” del conflitto. Il Ministero ha inoltre contestato la legittimità del sostegno offerto dalle 14 nazioni, mettendo in dubbio la coerenza della loro posizione.
“Se la ‘sentenza’ dovesse essere considerata un criterio, a molte isole e barriere coralline di diversi paesi verrebbe negata la base per rivendicare diritti e interessi marittimi. Possiamo chiedere: i paesi che sostengono la ‘sentenza’ hanno rinunciato volontariamente ai diritti e agli interessi marittimi derivanti dalle rispettive isole e barriere coralline?”, si legge nella dichiarazione.
Pechino ha anche accusato le Filippine di utilizzare la sentenza per espandere le proprie rivendicazioni e ha esortato la coalizione a “smettere di fomentare disordini sulla questione del Mar Cinese Meridionale” e a cessare di minare la pace e la stabilità regionale.
Il contrasto tra la reazione di Filippine e Vietnam è particolarmente istruttivo. Solo Manila ha intrapreso un’azione legale internazionale contro la Cina. Il Vietnam, invece, si è affidato a una combinazione di resistenza diplomatica, moderazione militare e consolidamento discreto delle proprie posizioni nel Mar Cinese Meridionale, riporta StratNewsGlobal.
Eppure, nonostante questi diversi punti di partenza, entrambi i paesi sono giunti gradualmente a una formula strategica sorprendentemente simile: resistere alla coercizione cinese in mare, mantenendo al contempo un impegno diplomatico sulla terraferma.
La convergenza è notevole, anche se i percorsi rimangono molto diversi. Le Filippine oggi hanno adottato quella che viene ampiamente definita “trasparenza assertiva”. Sotto la presidenza di Ferdinand Marcos Jr., Manila ha sistematicamente reso pubbliche le molestie cinesi contro le navi filippine, esponendo gli incidenti all’opinione pubblica internazionale e raccogliendo il sostegno diplomatico. Allo stesso tempo, Manila ha rafforzato significativamente le sue partnership militari.
Tuttavia, questo atteggiamento più deciso non ha chiuso la porta al dialogo. Funzionari filippini e cinesi continuano a incontrarsi attraverso i meccanismi della guardia costiera e i canali diplomatici, anche se le prospettive per un Codice di condotta significativo o per lo sviluppo congiunto delle risorse rimangono limitate dalle realtà politiche e costituzionali.
Il Vietnam offre un modello diverso. Nonostante una lunga storia di conflitti con la Cina e ripetuti scontri marittimi, Hanoi ha in gran parte evitato un’escalation pubblica. Al contrario, ha rafforzato silenziosamente la sua presenza fisica nelle Isole Spratly, preservando al contempo stabili legami politici ed economici con Pechino.
La sua strategia può essere descritta al meglio come “resistere in mare, commerciare sulla terraferma”. La sua risposta è stata quella di resistere alle pressioni cinesi laddove necessario, rafforzare le proprie posizioni marittime, approfondire i legami con i partner esterni laddove possibile e mantenere aperti i canali diplomatici. Il risultato è una strategia articolata che evita sia la capitolazione che l’escalation.
Questa evoluzione rafforza anche una conclusione più ampia. Le Filippine e il Vietnam possono aver percorso strade diverse nell’ultimo decennio, ma sono giunti a una meta pressoché identica: un approccio pragmatico che combina fermezza in mare e impegno sulla terraferma.
Antonio Albanese
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