
La partecipazione dell’esercito siriano alle esercitazioni multinazionali EFES 2026 in Turchia rappresenta molto più di un semplice evento militare: è il segnale di una trasformazione geopolitica profonda nel Levante e di una progressiva reintegrazione di Damasco nei circuiti regionali e internazionali dopo la caduta del regime baathista. Per la prima volta dalla fine dell’era Assad, unità siriane hanno preso parte a una grande esercitazione congiunta insieme a membri della NATO — tra cui Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito e Italia — oltre a partner regionali come Azerbaigian e Pakistan.
Le manovre, svoltesi a Seferihisar, nella provincia turca di Izmir, hanno coinvolto 10.388 militari provenienti da 50 paesi e hanno incluso operazioni a fuoco vivo, addestramento di comando e controllo, simulazioni con droni e sistemi integrati di difesa aerea. La presenza siriana ha avuto un forte valore simbolico e operativo: Damasco ha infatti dichiarato che la partecipazione mira a rafforzare l’interoperabilità con gli eserciti stranieri, acquisire esperienza pratica e sostenere il processo di modernizzazione delle proprie forze armate.
Il capo di Stato Maggiore siriano Ali al-Nasan si è recato personalmente in Turchia accompagnato da una delegazione di ufficiali, incontrando il suo omologo turco Selçuk Bayraktaroğlu e partecipando alla fase finale delle esercitazioni, che comprendevano manovre terrestri, navali e aeree. Durante l’evento, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha ribadito che Ankara intende consolidare nuove partnership nell’industria della difesa “basate sul reciproco vantaggio e sul rispetto”, sottolineando al tempo stesso il ruolo della Turchia come garante della sicurezza regionale.
Dietro l’apparato scenografico delle esercitazioni emerge però un dato strategico molto più rilevante: il consolidamento dell’asse Ankara-Damasco. La cooperazione tra i due paesi si è trasformata in una relazione strutturata, sostenuta da coordinamento politico, intelligence condivisa e cooperazione militare diretta. La firma del memorandum d’intesa del 13 agosto 2025 ha rappresentato il punto di svolta, creando un quadro stabile per addestramento, consulenza militare e fornitura di equipaggiamento. Da allora, ufficiali siriani partecipano a programmi formativi nelle caserme turche.
Secondo fonti regionali e analisti militari, il programma di ristrutturazione dell’Esercito Arabo Siriano include addestramento in antiterrorismo, sminamento, cyber-difesa, ingegneria militare e logistica. Ankara starebbe inoltre fornendo droni Bayraktar, veicoli blindati, artiglieria e missili a corto raggio, con particolare attenzione alle capacità di difesa aerea e alle unità commando. L’obiettivo dichiarato è trasformare un esercito logorato da quattordici anni di guerra in una forza più moderna e integrata, che Damasco punta a portare da circa 100.000 a 200.000 effettivi entro cinque anni.
Questa evoluzione si inserisce in una più ampia ridefinizione degli equilibri mediorientali. La nuova leadership siriana sta cercando di accreditarsi come interlocutore pragmatico sia verso l’Occidente sia verso le potenze regionali. Negli ultimi mesi, Damasco ha intensificato il dialogo con l’Unione Europea, con gli Stati del Golfo e ha normalizzato le relazioni con Washington. Il principale elemento di frizione che potrebbe ostacolare i piani strategici siriani resta tuttavia il confronto con Israele sulla questione delle Alture del Golan e l’avanzamento terrestre dell’IDF nel sud della Siria. In parallelo, Tel Aviv ha espresso crescente preoccupazione per la graduale ricostruzione delle capacità militari siriane, in particolare della sua aeronautica e delle sue difese aeree.
Parallelamente, la Siria sta tornando gradualmente nei circuiti diplomatici ed economici internazionali. L’Unione Europea ha rimosso alcune istituzioni siriane dalla lista delle sanzioni, di recente i Ministeri dell’Interno e della Difesa, ma l’attuale ministro dell’Interno, Anas Khattab, e il ministro della Difesa, Marhaf Abu Qasra, insieme ad altre figure politiche, rimangono sotto pesanti sanzioni. Inoltre, Damasco ha partecipato ai recenti colloqui finanziari del G7 dove al ministro delle Finanze Yisr Barnieh – a guida della delegazione siriana – è stato consegnato personalmente un invito per al Sharaa al prossimo vertice dei leader, che si terrà dal 15 al 17 giugno a Évian-les-Bains, nel sud-est della Francia. Questo processo di normalizzazione coincide con la visione strategica di al Sharaa, che punta a trasformare la Siria in un corridoio logistico tra Golfo, Anatolia ed Europa. Infatti, fonti mediatiche hanno riferito che la partecipazione siriana ai colloqui si concentrerebbe probabilmente sul ruolo del Paese come “potenziale snodo strategico per le catene di approvvigionamento” in seguito alla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Sul piano geopolitico, l’avvicinamento siro-turco riflette anche l’emergere di una nuova architettura regionale segnata dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, dal crescente confronto tra Turchia e Israele e dall’incertezza sul futuro ruolo americano in Medio Oriente. Ankara teme un’espansione dell’influenza israeliana in Siria e Libano e sta cercando di costruire un sistema di ownership regionale insieme a paesi come Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto. In questo quadro, la Siria assume un valore strategico centrale sia come ponte geografico sia come laboratorio di nuovi equilibri regionali post-Assad. Le esercitazioni EFES 2026 hanno quindi rappresentato non solo un evento militare, ma una dichiarazione politica. La presenza simultanea di truppe siriane, membri NATO e partner regionali nella stessa piattaforma operativa mostra come Damasco stia cercando di uscire dal precedente isolamento internazionale e ridefinire il proprio ruolo all’interno di un Medio Oriente sempre più multipolare e frammentato.
Cristina Uccello
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