UNGHERIA. Orban cerca disperatamente alternative al petrolio russo

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Il governo ungherese sta minacciando di porre il veto alla proposta dell’Ue di vietare le importazioni di petrolio greggio e raffinato russo, mentre allo stesso tempo sta esaminando proposte per trovare alternative per ridurre la sua dipendenza dalle fonti energetiche russe. 

Secondo Telex, le riunioni, condotte nella massima segretezza, sono guidate dal ministero dell’Innovazione e della Tecnologia. Il primo Ministro Viktor Orban ha anche convocato una riunione di leader dell’industria, membri del gabinetto e consiglieri di alto livello per discutere la sicurezza energetica dell’Ungheria nel contesto della proposta della Commissione europea di introdurre gradualmente un embargo sul petrolio russo. Gli invitati includevano il presidente-Ce della compagnia petrolifera e del gas ungherese Mol Zsolt Hernadi, il presidente-Ceo del gruppo energetico statale MVM Gabor Czepek, l’amministratore delegato dell’Associazione ungherese per lo stoccaggio degli idrocarburi Bela Bartfai, il presidente della Camera di commercio e dell’industria ungherese Laszlo Parragh e l’Ufficio di regolamentazione dell’energia e dei servizi pubblici ungherese, Mekh.

I funzionari del governo hanno detto che l’ultimo piano dell’Ue di imporre sanzioni sul petrolio russo rovinerebbe l’economia del paese. L’embargo proposto «non può essere sostenuto responsabilmente nella sua forma attuale» anche se si applicherebbe all’Ungheria dalla fine del 2023, dice il governo, riporta BneIntellinews. 

Il problema fondamentale rimane che il governo ha fatto poco per diminuire la sua dipendenza dalle fonti energetiche russe negli ultimi 12 anni. L’Ungheria acquista il 65% del suo petrolio e l’85% del suo gas naturale dalla Russia, quest’ultimo in base a un nuovo accordo a lungo termine, e il governo ha aumentato la sua dipendenza dalla tecnologia e dal combustibile nucleare russo in base a un accordo del 2014 in cui la russa Rosatom sta costruendo due nuovi blocchi nell’unica centrale nucleare del paese.

Il governo di Viktor Orban si è anche messo in una posizione difficile e ha limitato il proprio spazio di manovra con una serie di misure politiche prese nell’ultimo decennio, tra cui la fissazione dei prezzi dell’energia al dettaglio, i massimali di prezzo sul carburante e le sovvenzioni alle industrie ad alta intensità energetica che investono in Ungheria. L’aumento dei prezzi del petrolio sarebbe politicamente molto dannoso poiché mantenere i prezzi dell’energia artificialmente bassi è stato un elemento importante della campagna di rielezione di Orban il mese scorso e delle politiche del suo governo negli ultimi 12 anni.

L’embargo sul greggio russo colpirebbe Mol, la principale compagnia ungherese di petrolio e gas, nel modo più duro. La transizione dal greggio russo ad alto zolfo di tipo Urals richiederebbe tre o quattro anni per Mol e costerebbe 550 milioni di dollari, ha detto il suo presidente Zsolt Hernadi.

Alternative richiederebbero investimenti per miliardi di euro e anni per essere completate, farebbero affidamento principalmente sul fondo Rrf dell’Ue, che è stato sospeso da Bruxelles a causa delle preoccupazioni sulla corruzione dilagante dell’Ungheria e sulla mancanza di trasparenza degli appalti pubblici.

Un’altra opzione è la costruzione dell’interconnettore Nord Italia-Slovenia-Ungheria, un gasdotto che è stato approvato ed è sulla lista dei Progetti d’Interesse Comune della Commissione Europea, ammissibile al finanziamento Ue. A più lungo termine, probabilmente dopo il 2026, l’Ungheria potrebbe ricevere il gas dal progetto di gas offshore del Mar Nero in Romania.

Nel breve termine, il governo rimane fiducioso che le sanzioni non saranno estese al gas naturale. Il contratto di 15 anni con il gigante russo del gas Gazprom, firmato in ottobre, garantisce la fornitura di 4,5bcm di gas attraverso la Serbia e l’Austria, bypassando l’Ucraina.

Lucia Giannini