SERBIA. Belgrado guarda anche al nucleare per diversificare gli approvvigionamenti energetici 

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Il 29 luglio, la Serbia ha firmato un accordo di partenariato con il colosso energetico francese Électricité de France (EDF), importante operatore di centrali nucleari di rilevanza mondiale, e con l’Agenzia francese per lo sviluppo (AFD – Agence Française de Développement) che prevede il sostegno allo sviluppo del futuro programma nucleare serbo. A siglare l’accordo la Ministra delle Miniere e dell’Energia Dubravka Đedović Handanović, la quale ha sottolineato che EDF ha già completato la preparazione dello studio tecnico preliminare, che prevede diciannove passaggi chiave suddivisi in tre fasi, e che ha in previsione lo sviluppo di ulteriori tre studi focalizzati sui quadri normativi e legislativi, la tutela ambientale, lo sviluppo delle risorse umane e le catene di approvvigionamento. L’AFD ha invece concesso un finanziamento di 500.000 euro che servirà a sostenere le capacità professionali e organizzative necessarie per la preparazione, l’implementazione e la gestione della fase I e di parte della fase II.

Il tema del nucleare è tornato d’attualità in Serbia a partire dal 2024 con l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale degli emendamenti alla legge sull’energia che avevano posto fine al divieto, in vigore per 35 anni, di costruire centrali nucleari. Nello stesso anno, EDF e la società di consulenza ingegneristica francese Egis si erano aggiudicate l’appalto dal Ministero delle Miniere e dell’Energia per condurre lo studio tecnico preliminare sul potenziale utilizzo dell’energia nucleare civile. A settembre 2025 erano stati invece siglati due memorandum di cooperazione con la società sudcoreana Korea Hydro and Nuclear Power (KHNP), controllata dalla Korea Electric Power Corporation (KEPCO), il più grande gruppo elettrico statale della Corea del Sud, che oltre al nucleare comprendono anche l’esplorazione di progetti pilota per l’idrogeno verde.

Le prospettive di differenziazione energetica tramite il ricorso a fonti alternative rappresentano oggi più che mai una priorità di rilevanza strategica per la Serbia, alle prese con una strutturale difficoltà di approvvigionamento energetico, una perdurante dipendenza dal carbone e dalle importazioni di gas naturale e uno sviluppo ancora limitato delle energie rinnovabili. Difficoltà accentuate nel corso dell’estate da una crisi idrica senza precedenti: la Ministra Djedovic Handanovic ha recentemente esortato i cittadini a risparmiare elettricità poiché i livelli eccezionalmente bassi del Danubio continuano a ridurre la produzione idroelettrica nazionale, che copre circa il 30% del fabbisogno nazionale. Parallelamente, la straordinaria ondata di caldo estremo che ha investito il Paese e l’intero continente europeo ha portato a un picco dei consumi giornalieri, che raggiungono i 100-105 gigawattora, facendo impennare la domanda di elettricità. In particolare, Belgrado ha registrato la produzione di energia elettrica più bassa di sempre dall’imponente complesso idroelettrico di Djerdap, con una riduzione della produzione che ha interessato i mesi di maggio, giugno e luglio: la diga Djerdap 1 opera attualmente a circa il 20% della sua capacità e la Djerdap 2 al 30%, con gli afflussi che sono scesi a soli 1.500 metri cubi al secondo. Nonostante tali vulnerabilità climatiche siano destinate ad accentuarsi nel prossimo futuro, il complesso idroelettrico di Djerdap sarà integrato con un nuovo impianto, il Djerdap 3, progettato per diventare la più grande centrale idroelettrica a pompaggio dell’Europa sud-orientale e oggetto di un recente memorandum d’intesa siglato con la Romania, Paese che si affaccia sull’altra sponda del Danubio. Il progetto prevede la partecipazione di aziende americane e rientra nel più ampio accordo sulla sicurezza energetica tra Serbia e Stati Uniti, a sua volta inserito nel contesto del Dialogo Strategico Belgrado-Washington formalizzato lo scorso luglio; una cooperazione che, tra le altre cose, dovrebbe in futuro aprire le porte all’acquisto da parte della Serbia di GNL americano, con l’obiettivo di ridurre ulteriormente la dipendenza del Paese dall’importazione di gas russo.

Inoltre, l’Industria Petrolifera Serba (Naftna Industrija Srbije – NIS), la principale industria per la lavorazione di derivati dal petrolio e gas, ha recentemente avviato la fase di sperimentazione di due piccole centrali elettriche nei giacimenti di gas di Banatsko Miloševo e Srpska Crnja, consentendo la produzione di energia elettrica attraverso l’attivazione di risorse di gas finora inutilizzate: il valore totale degli investimenti ammonta a quasi due miliardi di dinari, circa 17 milioni di euro, e la potenza installata complessiva di questi impianti è di cinque megawatt. NIS che nel frattempo ha ottenuto un’ulteriore deroga alle sanzioni da parte dell’Ufficio per il controllo dei beni esteri (Office of Foreign Assets Control – OFAC) del Dipartimento del Tesoro americano, che le consentirà di continuare a importare petrolio greggio fino al 28 agosto in attesa della conclusione delle trattative per la cessione della quota di maggioranza russa della società alla Compagnia petrolifera e del gas ungherese MOL Group. La messa in funzione delle due nuove centrali elettriche rientra in un progetto a lungo termine che NIS sta sviluppando da anni, con investimenti che ammontano a oltre 28 milioni di euro, finalizzato all’aumento dell’efficienza attraverso un uso razionale delle risorse e al miglioramento della tutela ambientale.

Il ritorno del nucleare appare dunque come un tassello inserito all’interno di un più ampio progetto di diversificazione energetica sintetizzato nella strategia nazionale “Serbia 2030-2035”, che prevede di stanziare oltre 14 dei 48 miliardi di euro previsti proprio allo sviluppo delle infrastrutture energetiche. Belgrado sostiene di voler seguire l’approccio a tappe raccomandato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), con l’obiettivo di completare tutti gli studi entro la metà del 2027 in modo da poter prendere una decisione informata sull’ulteriore sviluppo del programma e rendere il Paese pronto dal punto di vista istituzionale, normativo e professionale entro il 2032.

Lorenzo Vannucci

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