
La Libia sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella competizione geopolitica che contrappone Russia, Ucraina e Turchia per l’influenza nel Nord Africa e, più in generale, nel continente africano. Quello che inizialmente poteva apparire come un confronto prevalentemente commerciale nel settore della difesa, legato alla vendita e all’impiego dei droni, si è poi trasformato in una competizione più ampia per il controllo delle capacità militari, dei canali logistici, dell’intelligence e delle reti di influenza nei Paesi caratterizzati da conflitti e fragilità istituzionale.
Il principale teatro di questa dinamica è la Libia occidentale, dove il GNU di Dabaiba mantiene rapporti stretti con la Turchia, ma allo stesso tempo avrebbe intensificato i contatti con Kiev. A ciò si aggiunge la crescente proiezione della questione libica verso il Sahel, in particolare Mali e Niger.
Nel mese di luglio, secondo quanto riferito da account locali, Ankara avrebbe iniziato a guardare con crescente preoccupazione alle attività ucraine nel mercato africano ed il motivo sarebbe rappresentato dal progressivo successo dei droni ucraini, considerati relativamente economici e al tempo stesso efficaci sul campo di battaglia. La loro diffusione potrebbe quindi rappresentare una minaccia alla posizione conquistata dalla Turchia nel settore della difesa africano. La competizione sarebbe diventata una lotta per l’influenza politica e militare nonché per l’intelligence e la Libia costituisce in questo senso un terreno favorevole a tale competizione. In questo quadro, un sistema turco di guerra elettronica, progettato per contrastare o neutralizzare droni ucraini, sarebbe arrivato alla base aerea di Mitiga, sollevando interrogativi sulla reale natura della competizione tra i due Paesi. Parallelamente, la Turchia si sarebbe rifiutata di impiegare direttamente la propria aviazione negli scontri terrestri nella Libia occidentale. Tale atteggiamento sarebbe maturato in un contesto di crescenti tensioni con il GNU di Dabaiba, che avrebbe scelto di acquistare droni dall’Ucraina a prezzi inferiori rispetto alle alternative turche.
La stessa competizione si intreccerebbe con gli sviluppi in ambito securitario e militare lungo il confine meridionale libico. Secondo account locali, il gruppo di Mohammed Wardagou, leader militare di etnia Tebu operante nel sud della Libia, alla guida della così nota “Sala per la Liberazione del Sud”, riceverebbe sostegno esterno sotto forma di armi e droni, ipotizzando anche un possibile coinvolgimento ucraino. A queste accuse si aggiungono quelle relative al reclutamento di migranti irregolari presenti in Libia, compresi individui provenienti da centri di accoglienza e detenzione. Secondo le stesse fonti, alcuni migranti sarebbero stati trasferiti in Ucraina, mentre altri gruppi sarebbero stati inviati in Mali per prendere parte alle attività legate ai conflitti armati in corso. Nel frattempo, confessioni attribuite al nipote di Wardagou avrebbero fornito nuovi dettagli sull’acquisizione di droni e sull’addestramento al loro impiego a Misurata. Tali informazioni vengono messe in relazione con precedenti reportage di Radio France Internationale sul presunto sostegno ucraino a gruppi armati in Africa e nel sud della Libia. Ulteriori segnalazioni sostengono che munizioni e droni ucraini sarebbero stati preparati per il trasferimento da un magazzino situato all’interno dell’Accademia Aeronautica di Misurata alle forze di Wardagou che vedrebbe anche equipaggiamenti e rifornimenti militari.
Tale vicenda conduce non di meno all’Algeria. Secondo account locali, Algeri sarebbe stata sottoposta a crescenti accuse di coinvolgimento nel presunto trasferimento di elementi estremisti verso la Libia, il passaggio di droni ucraini destinati al territorio libico e il sostegno a gruppi militanti attivi in Mali. Il quadro si è ulteriormente complicato quando una rivista algerina, Ajanib, avrebbe riferito che il GNU di Dabaiba avrebbe acquisito droni di fabbricazione ucraina nell’ambito di una cooperazione tecnica non dichiarata: alcuni lotti sarebbero stati trasferiti attraverso rotte azere, mentre altri avrebbero attraversato i confini algerini con l’assistenza di tecnici ucraini. I droni sarebbero stati destinati a missioni di ricognizione e ad attacchi di precisione nell’area di Tripoli, aumentando le capacità di intelligence e di intervento militare del governo. Le accuse avrebbero assunto una dimensione diplomatica dopo che la Direzione generale algerina per la documentazione e la sicurezza esterna avrebbe presentato un rapporto all’Alto Consiglio di sicurezza nel quale veniva indicato l’addetto militare ucraino ad Algeri, il colonnello Andriy Bayuk, come presunto responsabile di attività volte a facilitare il trasferimento di droni sfruttando l’immunità diplomatica.
Uno degli elementi più controversi emersi nel corso dell’estate riguarda il sistema Starlink. Un account locale avrebbe diffuso lo screenshot di un dispositivo denominato “Queen Hornet FPV 027”, collegato a un router domestico Starlink. Il nome sarebbe stato associato a droni ucraini di nuova generazione. In seguito, in agosto, fonti vicine a Dabaiba avrebbero riferito che droni ucraini sarebbero arrivati a elementi estremisti presenti nel sud della Libia dopo l’introduzione nel Paese di sistemi Starlink, che sarebbero stati utilizzati per il loro controllo. Parallelamente, l’Autorità doganale libica avrebbe negato l’autenticità di un documento relativo a una presunta spedizione di Starlink. La vicenda avrebbe assunto un carattere politico dopo un raid nella sede dell’Autorità da parte di membri della Forza congiunta di Misurata e l’arresto di un dipendente sospettato di avere fatto trapelare il documento. La questione si sarebbe poi estesa al Mali, con un account locale che avrebbe riportato le dichiarazioni di un membro di JNIM secondo cui il gruppo avrebbe acquisito dispositivi Starlink, ringraziando il GNU di Dabaiba per il presunto sostegno. I dispositivi sarebbero stati destinati alle operazioni contro le forze governative maliane.
Diversi analisti politici e militari sostengono che Dabaiba avrebbe costruito negli anni rapporti solidi con Kiev e che l’acquisto dei droni rappresenterebbe parte di una più ampia strategia finalizzata a contrastare l’influenza russa. La questione sarebbe esplosa in modo evidente all’inizio di agosto quando la Forza di Deterrenza guidata da Abdulrauf Kara avrebbe annunciato di avere abbattuto tre droni da ricognizione di fabbricazione ucraina sopra la base aerea di Mitiga. L’episodio è stato interpretato come possibile punto di svolta nei rapporti tra Kara e Dabaiba, aprendo la prospettiva di uno scontro interno nel quale la provenienza dei sistemi d’arma avrebbe assunto un significato geopolitico. Secondo quanto riportato dai media, i droni abbattuti sarebbero appartenuti a un accordo per sei velivoli negoziato tramite intermediari in Azerbaigian. La metà della fornitura sarebbe arrivata in Libia entro la fine di giugno.
Si accosta al dossier sui droni anche la presenza di combattenti stranieri in territorio libico. Ad agosto, un gruppo di mercenari siriani si è radunato nella zona di Salah al Din Road, a Tripoli, davanti all’Accademia di Polizia, rivolta contro il Ministero della Difesa del GNU e contro Abdul Salam al Zubi, comandante della Brigata 111, con la richiesta del pagamento dei compensi dovuti. Successivamente, al Zubi avrebbe cancellato una dichiarazione pubblicata il 14 agosto sulla pagina del Ministero, nella quale aveva giustificato la presenza dei mercenari siriani e la loro manifestazione armata nelle strade del quartiere, sostenendo che fossero presenti per proteggere la regione occidentale. Alcuni dei combattenti coinvolti sarebbero stati collegati a gruppi che in passato avevano trasportato combattenti libici in Siria per combattere contro il regime di Bashar al Assad. Non di meno, RIA Novosti (Agenzia di informazione internazionale russa) avrebbe citato un esperto militare libico secondo il quale istruttori ucraini starebbero reclutando e addestrando cittadini provenienti da diversi Paesi africani in almeno tre località della Libia. Secondo questa ricostruzione, i combattenti verrebbero preparati per essere successivamente inviati nei teatri di guerra di Ucraina, Sudan e Mali. Un’altra inchiesta, che cita una fonte della sicurezza nella Libia orientale, sostiene invece che diversi istruttori ucraini opererebbero in campi di addestramento situati vicino a Tripoli, preparando combattenti africani al futuro impiego in operazioni contro la Russia e in altri conflitti.
Dunque, il quadro complessivo sembra rivelare almeno tre dimensioni: la prima, quella tra Turchia e Ucraina per il mercato africano dei droni. Ankara ha cercato di mantenere negli ultimi anni una posizione importante nel settore della difesa africano, mentre Kiev sta cercando nuovi spazi per esportare tecnologia. La seconda è la competizione russo-ucraina. Dopo il presunto coinvolgimento dell’Ucraina nel teatro maliano, Mosca teme che il Nord Africa possa trasformarsi in un ulteriore spazio operativo contro i propri interessi. Ed infine, la competizione interna libica. Dabaiba necessita di strumenti militari e intelligence per mantenere il controllo della Libia occidentale, ma la presenza di milizie autonome, mercenari stranieri e formazioni armate nel sud limita fortemente la capacità del governo di esercitare un monopolio della forza. Non di meno, le accuse relative ai droni ucraini, ai sistemi Starlink, al reclutamento di migranti, agli istruttori stranieri, a Wardagou e ai contatti con JNIM portano tutte verso l’ipotesi dell’esistenza di una rete transnazionale nella quale la Libia potrebbe svolgere il ruolo di piattaforma logistica.
Camilla Montanari
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