Nuova strategia qaedista in Libia?

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LIBIA – Tripoli 17/10/2013. Il governo libico deve affrontare un’insolita crisi politica che rischia di cambiare il corso della rivoluzione del 2011,  al centro della crisi sta la politica degli Stati Uniti.

Il rapimento Usa di un comandante di al- Qaeda, Abu Anas al- Libi, riporta al Monitor, del 5 ottobre, operazione condotta secondo il governo libico senza alcuna autorizzazione, ha innescato una serie drammatica di eventi che potrebbe accelerare uno tsunami politico in grado di cambiare tutto il panorama politico libico.

Il rapimento del primo ministro Ali Zeidan, il 10 ottobre e il bombardamento del consolato svedese a Bengasi il giorno seguente sottolineano un nuovo capitolo nella storia della violenza politica libica che deve essere valutato attentamente, avverte il quotidiano. La storia di al-Qaeda in Libia è una storia complessa, e la vicenda di al Libi rientra nelle modalità di adattamento di al Qaeda nel racconto rivoluzionario che permea il discorso politico interno libico e internazionale. L’attacco al consolato americano a Bengasi, l’11 settembre 2012, è stata considerata in diversi modi: una reazione al film demenziale sull’Islam uscito negli States che ha scatenato le ire dei musulmani, fatta da gruppi jihadisti di Bengasi, una protesta degenerata per le accuse di spionaggio condotto da 21 uomini della Cia in un edificio adiacente alla missione statunitense a Bengasi, sono considerati i motivi più probabili per l’attacco al consolato. Il giudizio dei locali sull’operazione di cattura di al Libi sta creando la stessa atmosfera carica di sospetti e risentimenti del 2012 . Quest’atmosfera rischia di mobilitare i gruppi jihadisti locali tra cui al-Qaeda. Fino ad ora, vi è stata poca o nessuna prova che suggerisca una presenza qaedista significativa in Libia: mancano gli attentati con autobombe o gli strumenti audio-video di rivendicazione degli attentati, così cari alla Base. Troppi stranieri che lavorano con la società civile creranoun ambiente poco favorevole al fiorire qaedista. Questo non vuol dire che il jihadismo sia morto in Libia: al contrario è molto vivo nella forma di organizzate milizie locali con nuovi e differenti obiettivi. La Libia post-rivoluzionaria è un quadro bianco per tribù, regioni, élite, milizie, esuli di ritorno e resti del vecchio regime, tutti  concorrenti ed emergenti. Al- Qaeda e i gruppi collegarti non sono diversi da queste organizzazioni. I comandanti di al- Qaeda e i suoi militanti esperti hanno avuto ruoli decisivi nella rivoluzione e da allora hanno cercato di costruire o acquisire ruoli attivi all’interno del sistema di sicurezza ufficiale e semi-ufficiale e negli apparati di intelligence dello Stato. Dopo essere stati nelmirino di ogni agenzia di sicurezza della terra per quasi vent’anni, ritagliarsi un nuovo ruolo creerebbe enormi dividendi. Lo spostamento di potere e di approccio alla rivoluzione ha permesso loro di sfuggire alla cattura, ma anche di presentare e promuovere la loro visione della nuova Libia insieme ad altri gruppi come quelli salafiti-jihadisti o quello di Aqim. Per questi ultimi gli episodi non sono mancati: la distruzione dei mausolei sufi, la cattura e la tortura dei copti a Bengasi, il viaggio a Tripoli fatto da Mokhtar Belmokhtar, leader Aqim per l’acquisto di armi, l’emergere di gruppi radicali come Ansar al- Sharia a Bengasi e Derna. Al- Qaeda, al contrario, si è mossa con attenzione, non volendo turbare l’ equilibrio e l’opinione pubblica mettendoseli contro. La leadership qaedista ha tentato di non urtare il comune sentire sociale, sulla scia della lettera di Ayman al-Zawahiri del 2005 ad Abu Musab al-Zarqawi, leader di al-Qaeda in Iraq: una supplica per un approccio più sobrio per il jihad in Iraq  evitando «qualsiasi azione che le masse non capiscano o non approvino». Finora, la moderazione si è dimostrata efficace in Libia. Le loro azioni si sono limitati ad operazioni politiche e di costume, come il vestire abiti “islamici”, “rivoluzionaria” per distruggere i resti sociali e di costume del precedente regime. Non è certo una sorpresa che a seguito dell’operazione al Libi, i simpatizzanti qaedisti abbiano capitalizzato dalle manifestazioni e dalle proteste a Tripoli e Bengasi. La cattura di al Libi potrebbe quindi segnalare un nuovo percorso per al-Qaeda e i gruppi affiliati. L’approccio interventista del governo degli Stati Uniti li ha messi in allarme. La fragilità democratica in Libia è ancora una volta messa alla prova da una nuova forza: il bombardamento del consolato svedese a Bengasi non intendeva colpire la politica estera svedese, o il piccolo numero di espatriati europei che si riunivano regolarmente lì ogni venerdì, l’esplosione è stato calcolata per non colpirli. 

La politica dell’Occidente in Libia dovrebbe concentrarsi sulla creazione di sicurezza. Se la “guerra al terrore” statunitense entrasse in contrasto aperto con il fragile cammino democratico del paese si potrebbero creare le condizioni per un aumento progressivo della violenza in Libia, fornendo validi motivi per un facile reclutamento qaedista di fronte all’incapacità di creare condizioni democratiche resilienti sulla base dello stato di diritto. Si rischierebbe anche di alienare dal contesto libico la presenza diplomatica internazionale nel paese, qualora fosse incrementato l’uso clandestino di commando Usa.

Il prossimo passo di Al- Qaeda in risposta all’operazione al Libi resta tutto da vedere. Uno scenario in pejus è da evitare: la collaborazione con il governo libico dovrebbe essere la prima scelta e non un approccio unilaterale, soprattutto, al problema sicurezza.