IRAN. I nomi che non si possono dare

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Dalla Rivoluzione islamica del 1979, il governo iraniano ha obbligato le famiglie a scegliere tra i nomi approvati per i loro figli, il che farebbe parte di una campagna del governo per imporre solo un tipo di preferenze culturali e religiose a tutti gli iraniani, indipendentemente dalle minoranze presenti nel paese.

Le autorità sostengono che i nomi non approvati potrebbero seminare divisioni etniche nel Paese, evidenziando le differenze. Ma i critici affermano che si tratta di un tentativo pesante di ingegneria sociale che danneggia soprattutto i gruppi minoritari, riporta VoA.

I legali sostengono che la maggior parte delle famiglie che chiedono il permesso per il loro nome preferito perdono in tribunale. Diversi genitori hanno spiegato di aver dovuto rinunciare ai nomi per i loro figli dopo che le autorità locali li avevano etichettati come stranieri, non islamici o che facevano appello al nazionalismo etnico.

Le restrizioni hanno reso comune per molti iraniani avere due nomi, uno usato sui documenti legali e un altro da parenti e amici.

La legge iraniana sulla registrazione civile classifica come “proibito” qualsiasi nome che «insulti la santità islamica, così come la scelta di titoli osceni, offensivi o inappropriati». La legge autorizza il Consiglio superiore del registro civile a decidere quali nomi sono consentiti e quali no.

Negli anni ’80 i governanti iraniani hanno imposto restrizioni simili ai nomi persiani pre-islamici più comuni, come Ciro e Ardashir, inducendo alcune autorità a cambiare i propri cognomi, apparentemente per ottenere vantaggi politici: il caso più famoso è l’ex presidente Hasan Rouhani, che non è nato Rouhani ma Fereydoun, e poi ha cambiato il suo cognome perché non suonava islamico.

Le minoranze sostengono che i nazionalisti iraniani usino la loro posizione per mantenere il predominio culturale dei persiani in Iran, manipolando le decisioni per punire le minoranze, anche quando i nomi scelti non violano la legge.

Lucia Giannini