
Oggi la Cina produce oltre il 30% dei beni manifatturieri mondiali, più di Stati Uniti, Germania e Corea del Sud messi insieme. Alcuni studiosi cinesi sostengono che la Cina dovrebbe puntare al 45% della capacità produttiva globale, inquadrando le dimensioni come uno scudo contro la pressione statunitense e una fonte di “potere narrativo” nell’economia globale.
Tali argomentazioni rivelano come le dimensioni siano di per sé un asset strategico. Eppure, le dimensioni possono essere rischiose. Una capacità produttiva eccessiva non solo altera le dinamiche di mercato, ma destabilizza anche le relazioni commerciali, creando rischi sistemici sia per la Cina che per l’economia globale, riporta East Asia Forum.
Al centro della strategia di politica industriale cinese c’è il Catalogo delle Linee Guida Industriali, introdotto per la prima volta nel 1993 e istituzionalizzato nell’ambito dei Piani Quinquennali. Ogni catalogo classifica i settori industriali come incoraggiati, limitati o proibiti. Nel tempo, si è evoluto fino a diventare la spina dorsale della politica industriale cinese.
Nella sua versione più recente, il catalogo è diventato più sofisticato, presentando chiari collegamenti tra i settori. È pubblicato dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma, e la versione del 2024 definisce l’orientamento del 15° Piano Quinquennale. Il catalogo del 2024 elenca 51 settori da incoraggiare, cinque soggetti a restrizioni e altri cinque vietati.
Per quanto riguarda i semiconduttori, uno dei settori più importanti, il catalogo copre 16 sottosettori che spaziano dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ai materiali e settori correlati. Tra questi rientrano il vetro ultrasottile per pannelli touch e le relative apparecchiature di produzione, i circuiti integrati composti, il packaging e i test avanzati, il polisilicio di grado elettronico, i monocristalli di silicio e i monocristalli di carburo di silicio.
Per quanto riguarda il ferro e l’acciaio, elenca l’arricchimento e la pellettizzazione ad alta efficienza dei minerali, la produzione di ferro a basso tenore di carbonio, l’acciaio ultra-resistente, il ferro ad alta purezza e il riciclaggio dei rottami di acciaio come attività incoraggiate. I forni a suola aperta, gli altiforni inefficienti e i laminatoi di piccole dimensioni sono considerati attività soggette a restrizioni. Sono vietati gli altiforni di piccole dimensioni, le nuove costruzioni eccessive e le apparecchiature di laminazione a bassa efficienza.
Il catalogo completo è più di un documento di pianificazione ambizioso: invia un segnale forte allo Stato e alla società cinese, orientando i flussi di risorse in una vasta gamma di settori in termini di allocazione delle risorse; le amministrazioni locali estendono sussidi, diritti fondiari e strutture pubbliche ai settori elencati. Le istituzioni finanziarie, tra cui banche statali e fondi di investimento di enti sia privati che pubblici, forniscono prestiti o investimenti agevolati a progetti allineati al catalogo. E per il capitale umano, università e ministeri istituiscono nuovi programmi per formare studenti per settori mirati.
Questa integrazione genera potenti economie di scala esterne che riducono sostanzialmente i costi attraverso profondi legami intersettoriali che rafforzano l’ecosistema industriale cinese. In questo senso, i sussidi o le imprese statali sono secondari: il fattore decisivo è la capacità del catalogo di coordinare l’ingresso delle imprese e i collegamenti industriali tra i settori.
Ma lo stesso meccanismo del catalogo ha anche generato sovraccapacità attraverso un’espansione industriale locale involontaria. Il catalogo consente alle imprese locali, spesso con il supporto di amministrazioni locali ambiziose ma tecnologicamente inesperte, di entrare nei settori di frontiera e nei loro sottosistemi. Le conseguenze di queste dinamiche sono ora visibili a livello macroeconomico.
Nella maggior parte dei casi, la sovrapproduzione si manifesta come un fenomeno specifico di un settore piuttosto che come una condizione macroeconomica. Dal 2024, la deflazione si è diffusa praticamente in tutti i settori dell’economia. In altre parole, l’eccesso di capacità produttiva è diventato sistemico piuttosto che specifico di un settore.
Tuttavia, nel dibattito politico cinese, il termine “sovrapproduzione” rimane politicamente carico e viene spesso respinto categoricamente. Invece, le discussioni si sono concentrate sul concetto di “involuzione”, un termine che riconosce implicitamente la stagnazione competitiva ma evita le implicazioni strutturali e politiche della sovrapproduzione. Ciò che si sta verificando ora non è una fase deflazionistica temporanea, ma un risultato strutturale del modello di crescita cinese.
La sovrapproduzione genera un’esternalità negativa deprimendo il potere d’acquisto aggregato della nazione e, facendo scendere i prezzi delle esportazioni, erode i termini di scambio della Cina.
Le ripercussioni internazionali sono profonde. Acciaio, pannelli solari e veicoli elettrici stanno inondando i mercati non solo di economie avanzate come Stati Uniti, Giappone e Unione Europea, ma anche di mercati emergenti come Vietnam e Indonesia, Messico e Turchia.
L’attuale quadro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio non è sufficiente a disciplinare questa nuova realtà di potere di scala.
La politica industriale cinese, basata su un catalogo, è stata un notevole motore di crescita, ma ha anche prodotto distorsioni strutturali in patria e crescenti tensioni all’estero. Le dimensioni di scala sono diventate sia il principale punto di forza della Cina, sia il suo più pericoloso punto di debolezza.
La sfida centrale non è se esista una politica industriale, ma come le regole internazionali possano adattarsi per disciplinare l’abuso di scala, preservando al contempo l’apertura dei mercati.
Lucia Giannini
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