USA. Il nuovo mondo digitale secondo Zuckenberg

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Il sogno di un’unica grande comunità mondiale appartiene alla Storia. Anche quando la comunità era ristretta all’Europa, o all’Eurasia, al tempo il mondo conosciuto. Se pensiamo ad Alessandro III° di Macedonia, all’Impero Romano, o al successivo Sacro Romano Impero, l’idea di creare un unico sistema di regole sociali, un territorio e una cultura condivisi, è sempre appartenuto all’Uomo. Ed ecco che nell’era della tecnologia riaffiora l’idea di costruzione di un’unica comunità globale.

L’articolo, o meglio il post di Mark Zuckemberg, comparso su Facebook il 16 febbraio 2017 ha la dignità di un manifesto politico culturale che, probabilmente, traccerà un nuovo corso alla Storia come la Magna Charta Libertatum del 1215. Ma perché?
«Stiamo costruendo il mondo che vogliamo?» non è un quesito banale, soprattutto quando è rivolto contemporaneamente a 1.7 miliardi circa di persone nel mondo, su 7.4 miliardi circa. Nel corso degli ultimi due millenni, solo l’invenzione della carta stampata può essere paragonabile alla portata di Facebook.
E prosegue con snodi altrettanto importanti:
«Oggi siamo vicini al nostro prossimo passo. Le nostre più grandi opportunità sono ormai globali – come diffondere la prosperità e la libertà, la promozione della pace e della comprensione, il sollevamento di persone dalla povertà, e accelerando la scienza. Le nostre sfide più grandi hanno bisogno di risposte globali – come porre fine al terrorismo, lotta al cambiamento climatico, e prevenire pandemie. Il progresso richiede ora all’umanità di unirsi, non solo come città o nazioni, ma anche come una comunità globale».
«Negli ultimi dieci anni, Facebook si è concentrata sul collegamento di amici e famiglie. Con questa base, il nostro prossimo obiettivo sarà sviluppare le infrastrutture sociali per la comunità…. per tenerci al sicuro, per informarli, per l’impegno civico, e per l’inclusione di tutti».
Facebook si propone quindi come la piattaforma tecnologica, inclusiva, informativa e civica. Una realtà sovranazionale in cui, in futuro, poter esercitare i propri diritti di cittadino globale, magari anche di democrazia diretta. Si tratta, a tutti gli effetti, di un sogno straordinario.
Questo sogno però nasconde alcune contraddizioni insite proprio nella piattaforma tecnologica di riferimento. Facebook non è evidentemente un’opera di beneficenza. Per poter offrire tutti i servizi di condivisione, o di marketing per le imprese, per poter in breve gestire questa straordinaria mole di dati (i big data), ha bisogno di risorse. I dati sono il vero patrimonio di questa impresa. E tale patrimonio è… condiviso. Secondo Data Selfie, una estensione per il browser Chrome (una app), FB è in grado di raccogliere dati, impacchettarli e venderli agli inserzionisti, con livello di granularità particolarmente fine.
Gli algoritmi utilizzati sono ormai assimilabili ad una vera e propria intelligenza artificiale, in grado di profilare l’utente e predirne il comportamento, non solo sulla base dei “like” (volontariamente espressi), ma anche sulla semantica dei post, anche quelli non pubblicati. Ci sono ormai estensioni che sono in grado di effettuare il riconoscimento facciale, in grado comprendere lo stato emotivo della persona. Una piattaforma, sostanzialmente, senza limiti.
È difficile poter comprendere appieno gli “spazi” interdisciplinari in cui tale tecnologia può essere utilizzata. Dalla scienza al rispetto per l’ambiente, dal mercato globale alla politica, per esempio. Ed è altrettanto difficile direzionarsi in toto verso la visione positivistica del messaggio. In questi ultimi anni abbiamo spesso assistito all’inserimento sui social network di notizie false, non è chiaro esattamente da parte di chi, anche per monitorare “il sentiment” della rete. Può uno strumento con 1.7 miliardi di utenti condizionare da solo l’intera opinione pubblica mondiale?
È un quesito al quale è molto difficile dare una risposta.
E questo manifesto non chiarisce i dubbi sulla “sorveglianza del villaggio globale” che naturalmente possono emergere.

Vittorio D’Orsi