LIBRI. Ferrero ricorda l’aria di “casa” Einaudi

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Come un album di  famiglia Ernesto Ferrero ci presenta le personalità che hanno contribuito a rendere la casa editrice “Einaudi” così prestigiosa e ricca di fascino, rappresentante di una stagione culturale italiana esplosiva e portavoce di quelle idee che sono alla base della libertà di espressione.

«Cercare dappertutto la parola di verità, la parola di chi scrive come pensa, anche se quella parola è diversa e opposta a quella di chi comanda, anche se è diversa dalla tua. Sii sempre quel che fosti in passato». Il 15 Novembre del 1933, un giovanissimo Giulio Einaudi fonda la casa editrice.

Giulio Einaudi, l’Editore, una sorta di figura paterna pronta a motivare i suoi pupilli e a ricordargli che una casa editrice ha la sua missione.

«Si alzava ogni mattina con una idea in testa: trovare uomini e libri capaci di modificare la sua nostra percezione del mondo. Voleva stupirsi. Ogni giornata si apriva nel segno di una rincorsa che spostava un po’ più in là il paletto dell’ultimo confine. Ogni giornata doveva essere memorabile, diversa da quella precedente. Il cambiamento scandiva il senso di una crescita che voleva essere interrotta. L’editore sembrava l’incarnazione del modello cosmologico che prevede un’espansione impetuosa e continua, un Big Bang che non raffredda mai l’esplosione iniziale”.

Ferrero entra di fatto nel circolo Einaudi nella primavera del 1963, dapprima come responsabile dell’ufficio stampa e in seguito come direttore letterario ed editoriale. 

In seno alla casa madre ci restituisce con precisione e schiettezza il clima di fervore di quegli anni.

L’autore ci apre le porte di Via Biancamano a Torino dove uno ad uno, tra quelle mura, incontriamo gli uomini straordinari.

Lo schivo Calvino ossessionato dalla difficoltà dello scrivere e per questo legato ad una mentalità rigorosa e severa del mestiere dello scrittore.

«Era brusco, Calvino, di poche parole. Per timidezza, per l’abitudine al silenzio che gli veniva dagli avi, forse un riflesso difensivo nei confronti di un  padre e di una madre autoritari, che sarebbe stato vano contrastare. L’aveva scritto lui stesso: la parola è una cosa gonfia, molle, un po’ schifosa, mentre ogni tipo di comunicazione dovrebbe essere improntato a un massimo di precisione, d’economicità. Nella primavera del 1984 Calvino è a Siviglia con la moglie Chichita, argentina di nascita. In un albergo della città Jorge Luis Borges, cieco da tempo, incontra alcuni amici. Arrivano anche i Calvino. Mentre Chichita conversa amabilmente con il connazionale, Italo si tiene come al solito in disparte, tanto che lei ritiene opportuno avvertire:

“Borges, c’è Italo…”.

Appoggiato al bastone, Borges solleva in alto il mento, dice quietamente:

“L’ho riconosciuto dal silenzio”».

Oltre agli scrittori, all’interno della casa editrice, vi era uno staff dirigenziale molto attento all’emotività artistica e a quell’urgenza comunicativa che voleva, a tutti i costi, dar voce ad una nuova idea di libertà, capace di contraddire il potere costituito; sgretolando un’idea Orwelliana del potere dove l’impersonale crea l’idea di una qualche giustizia, gli intellettuali di quel tempo, delusi e costernati dall’orrore che la guerra aveva prodotto, si rendono conto che il potere costituito è formato da persone, e in quanto tali, sottoponibili al giudizio e alla critica. L’editore, lo scrittore, il libro. Una filiera capace di comunicare e divulgare un pensiero autonomo.

La casa editrice Einaudi divulgava e comunicava pensieri liberi.

Tra i grandi dirigenti l’autore ricorda con affetto e stima Giulio Bollati, il maestro, una sorta di alter ego di Einaudi che ha contribuito largamente alle scelte editoriali.

Durante la lettura del testo incontriamo Cesare Pavese; è vivo in Ferrero il ricordo di quanto spirito di sacrificio, pazienza e dedizione ci mettesse nel lavoro; con dolore e pudore ci ricorda di quando si tolse la vita.

Dalle parole di Calvino: «Esiste una storia della felicità di Pavese, d’una felicità nel cuore della tristezza, d’una felicità che nasce con la stessa spinta dell’approfondirsi del dolore, fin che il divario è tanto forte che il faticoso equilibrio si spezza».

Impossibile non rimanere affascinati dalla possibilità che Einaudi offriva naturalmente, quasi inconsapevolmente, dal punto di vista culturale.

Varcando la soglia di Via Biancamano si poteva correre il rischio di incontrare personalità del calibro di  Natalia Ginzburg, Elio Vittorini, Norberto Bobbio, Leonardo Sciascia, Elsa Morante, Lalla Romano, Pasolini e Beppe Fenoglio.

Ferrero racconta delle lacrime di Calvino nell’annunciarne la morte.

«Verso la metà di Febbraio di quel 1963 Calvino entrò in ufficio sconvolto, dominando a stento le lacrime. L’angoscia gli dava una frenesia di gesti e movimenti, come se nel momento in cui si fosse fermato la tragedia si sarebbe definitivamente compiuta. Gli avevano appena comunicato che il suo amico Fenoglio stava morendo alle Molinette di un cancro ai polmoni. Veniva dall’ospedale, c’erano state discussioni con un prete che vantava, forse millantava una conversione in extremis del fierissimo laico. Prosciugato dalla malattia, tracheotomizzato, Fenoglio non poteva più parlare. Scriveva bigliettini di congedo. Scrisse anche alla bambina che aveva appena avuto: “Addio, Ita mia cara”».

Di rara intensità sono le pagine dedicate a Primo Levi e al suo incontro con Philip Roth. Era il Settembre del 1986, pochi mesi prima della sua morte.

Per dar voce alla poetica di Ernesto Ferrero voglio riportare di seguito una parte della prima pagina perché penso che sia una degna chiusura di un libro che racconta la storia di un gruppo inconsapevolmente unico.

«Era la primavera del 1963. Pensai distintamente che per un prodigio insperato ero stato accolto nella regione mitologica in cui cresce l’albero della felicità.

Forse bisogna proprio partire di qui, dalla felicità. Abbiamo della felicità un’idea timida e intermittente. Parlarne è difficile, come parlare di Dio. Ogni parola la immiserisce, ne dissolve l’incanto. Impossibile classificarla, quantificarla. Al massimo possiamo tentare delle perifrasi, delle allusioni, nominandola con cautela. Ne parliamo soltanto al passato, quando ci ha abbandonato, forse per punirci di non esserci accorti della sua presenza. Dice un verso di Cardarelli: Felicità, ti ho riconosciuta dal passo con cui ti allontanavi».

Simone Lentini

I migliori anni della nostra vita
Ernesto Ferrero

Editore: Feltrinelli
Collana: Universale economica
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: 214 p., Brossura
EAN: 9788807887833