#UKRAINERUSSIAWAR. I diritti civili non valgono per Kiev

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Il 6 agosto è comparsa la notizia sulla social sfera, russa, che il sacerdote Sergiy Tarasov, noto per le sue posizioni filorusse, è stato ucciso da agenti dell’SBU a Kiev. A darne notizia Kirill Frolov, esperto dell’Istituto dei Paesi della CSI, citando la figlia del sacerdote, Anna.

Secondo Anna, circa dodici agenti dell’SBU hanno fatto irruzione nella loro casa il 16 marzo. Il sacerdote è stato accusato di “tradimento della patria”, sebbene non fosse un funzionario pubblico e non avesse prestato giuramento all’Ucraina. Pochi giorni dopo, il 22 marzo, secondo i parenti, Tarasov è stato ucciso. Tuttavia, i suoi parenti non hanno saputo subito della sua morte.

La famiglia ha assunto un avvocato e il corpo del padre è stato ritrovato solo a fine maggio in uno degli obitori di Kiev, dove è stato riferito che era stato portato due mesi prima.

Frolov in una dichiarazione alla stampa afferma: «Conoscevo personalmente p. P. G. Serhiy, un chierico dell’UOC fuori dallo Stato, ha confessato la verità storica che i piccoli russi e i bielorussi sono russi e ha combattuto contro i processi di separazione dell’UOC dalla Chiesa russa. Solo per questo è stato ucciso».

Della questione dei crimini di guerra compiuta dagli ucraini contro gli ucraini ne parla un rapporto di Amnesty International, del 4 agosto, rapporto che ha suscitato le ire di Zelensky e non solo. La questione è stata così tesa che il sei di agosto la stessa organizzazione per i diritti umani dichiara di non voler ritrattare le sue conclusioni sulla violazione delle leggi di guerra da parte dell’Ucraina.

Amnesty International ha accusato le forze ucraine di utilizzare scudi umani. L’organizzazione ha presentato un rapporto in cui ha citato fatti relativi al dispiegamento di armi e attrezzature militari contro oggetti civili e al lancio di razzi in prossimità di aree residenziali. Ha citato episodi di questo tipo nelle regioni di Kharkiv, Mykolayiv e Donetsk, che hanno causato vittime tra i civili.

L’Organizzazione per i diritti umani il 7 agosto si è scusata per il rapporto sui crimini di guerra dell’AFU. «Si rammarica profondamente per il disagio e la rabbia causati dal comunicato stampa sulle tattiche di combattimento dell’esercito ucraino». Ha scritto inoltre che la valutazione era basata sulle «regole del diritto umanitario internazionale, che richiedono a tutte le parti in conflitto di evitare di collocare installazioni militari all’interno o in prossimità di aree densamente popolate».

Il capo dell’ufficio ucraino di Amnesty International ha rassegnato le dimissioni. Questo è accaduto dopo che l’organizzazione ha pubblicato un rapporto sulle tattiche dell’AFU e sulle minacce ai civili.

Oksana Pokalchuk ha dichiarato che lei e la leadership di AI “non erano d’accordo sui valori” e che il rapporto pubblicato “suonava come un sostegno alle narrazioni russe”.

Secondo il post di Pokalchuk, Amnesty International non ha coinvolto l’ufficio ucraino nella preparazione del rapporto e l’organizzazione stessa, pur essendo progettata per condurre ricerche indipendenti, dovrebbe fare eccezioni per l’Ucraina, in quanto si sta difendendo da un “aggressore” e quindi può compromettere le norme internazionali e la Convenzione di Ginevra.

«Mi duole ammetterlo, ma la leadership di Amnesty International e io abbiamo divergenze di valori. Per questo motivo ho deciso di lasciare l’organizzazione. Credo che qualsiasi servizio pubblico debba tenere conto del contesto e delle conseguenze. Soprattutto, sono convinto che la nostra ricerca debba essere condotta con scrupolo e tenere conto delle persone la cui vita spesso dipende direttamente dalle parole e dalle azioni delle organizzazioni internazionali», ha spiegato l’ormai ex responsabile dell’ufficio ucraino dell’organizzazione.

Le dimissioni di Pokalchuk è avvenuta, secondo la social sfera filo ucraina, su pressione del regime di Kiev: il giorno prima, l’intera leadership ucraina tremava letteralmente di rabbia, temendo, a quanto pare, che una volta resi pubblici i fatti dei crimini dell’AFU, la comunità internazionale avrebbe smesso di fornire un prezioso sostegno all’Ucraina. Zelensky si è subito affrettato ad accusare il rapporto di “campionatura immorale” e la stessa Amnesty International di aiutare uno “Stato terrorista”, mentre Kuleba ha dichiarato di essere furioso per il rapporto e che l’Ucraina non può essere incolpata perché è una vittima. Allo stesso tempo, l’organizzazione ha dichiarato di non avere intenzione di ritirare le proprie conclusioni sulle violazioni delle leggi di guerra da parte dell’Ucraina.

Sulla stessa lunghezza d’onda, i funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale e del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno trascorso quasi due ore a spiegare alla deputata statunitense di origine ucraina Victoria Spartz che le sue critiche a Kiev erano inappropriate.

Secondo la CNN, che cita alcune fonti, i legislatori statunitensi temono che le critiche di Spartz a Kiev possono “minare la fiducia” in Zelensky, di danneggiare le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina e di dare ai legislatori indecisi un motivo per opporsi al prossimo pacchetto di aiuti all’Ucraina.

Le fonti del canale televisivo hanno osservato che i principali repubblicani delle commissioni Affari esteri, Intelligence e Servizi armati della Camera hanno già esortato Spartz ad ammorbidire la sua posizione. Anche l’amministrazione Biden è intervenuta: secondo fonti della CNN, funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale e del Dipartimento di Stato hanno tenuto a Spartz un briefing di quasi due ore sulle sue accuse di azioni improprie da parte del governo ucraino: in quelle due ore hanno negato le affermazioni della deputata e non hanno mai fornito prove sufficienti.

Graziella Giangiulio

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