TLC: la seconda fase della liberalizzazione

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ITALIA – Roma 26/09/13. Potremmo essere giunti ad una svolta rispetto alla prima liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni, che prese avvio circa quindici anni fa con l’ingresso di operatori alternativi rispetto a Telecom. Ora, il rimaneggiamento del network di infrastrutture sembrerebbe essere il volano per la ripresa degli investimenti nel settore delle telecomunicazioni; una componente essenziale per la competitività del sistema paese.

I provvedimenti di ordine politico, industriale e regolatorio, vanno in direzione del superamento della contrapposizione tra l’operatore tradizionale ed i nuovi arrivati sul mercato, con un parziale appianamento delle asimmetrie competitive. Attualmente, gli operatori alternativi sono aumentati, raggiungendo il 49% del mercato, seppur con una quota inferiore a una media europea che si attesta al 58%. Questo il sostrato che lascia intendere che siano maturi i tempi per accedere ad un ulteriore stadio di liberalizzazione nel quale la competizione sia circoscritta tra operatori impegnati nell’esclusiva erogazione del servizio; affidando la gestione delle infrastrutture necessarie ad un soggetto esterno.

Si riscontrano esperienze di successo internazionale, nella creazione di una società deputata alla gestione del network. Sarebbe il caso del Regno Unito, nonché la strada tracciata da analoghe operazione svolte su altri mercati nazionali liberalizzati, come l’energia elettrica ed il gas. Si stima che la nuova società sarebbe in grado di ottenere ricavi attorno ai 5 miliardi di euro, con un margine operativo lordo pari al 50% degli stessi. Il tutto, lasciando intravedere prospettive di stabilità finanziaria ed economica assimilabili a quelle fatte registrare dalla britannica Openreach. L’ingresso di capitale pubblico, potrà allora avere un ruolo pivotale per l’intero settore TLC; permettendo di centralizzare e razionalizzare gli investimenti per l’implementazioni delle reti di nuova generazione,  le quali determineranno la differenza a livello di competitività internazionale.

Lo scenario italiano denota un cospicuo ritardo, considerando gli obiettivi tracciati dall’Agenda Digitale e rispetto alle aree dell’Europa continentale e settentrionale, al Giappone e la Corea. Nel nostro Paese infatti, solo il 55% delle abitazioni sono connesse alla banda larga fissa ed appena il 14% accede a velocità superiori ai 10Mbps. Un’arretratezza che si ricalca anche nelle più recenti tecnologie in fibra, dove le abitazioni raggiunte si attestano sui 2,5 milioni, con un numero di linee effettivamente attivate che situa il nostro sviluppo al 10 posto in Europa. Un divario digitale e culturale, che si traduce in uno squilibrio che insiste prevalentemente sulle regioni meridionali e sui piccoli centri urbani, dove la carenza di competenze rischia di incidere sullo sviluppo tecnologico della Penisola nel suo insieme.