SIRIA. Festeggiati i dieci di anni di Rivoluzione. I siriani non hanno certo vinto

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Nello scorso fine settimana si sono intensificati i preparativi per il 15 marzo, ovvero la data ufficiale dell’inizio del sollevamento della popolazione contro il governo Assad nel 2011. I festeggiamenti sono iniziati con una dichiarazione congiunta di 560 associazioni siriane e organizzazioni locali che hanno “onorato il sangue versato dai martiri della rivoluzione” e chiamato al proseguimento della lotta. Sono state segnalate diverse manifestazioni nelle zone sotto controllo del Siryan National Army filo turco, quindi sotto controllo nominale turco e del governo ad interim (dal Cantone di Afrin fino alle zone dell’Operazione Primavera di pace a est dell’Eufrate). Ciononostante, è soprattutto nella zona di Idlib e nelle aree sotto il controllo del Governo di Salvezza del gruppo jihadista Hayat Tahrir al Sham – HTS che sono state segnalate le più ferventi manifestazioni. Questo avviene perché l’ideologia della rivoluzione e la sua diffusione sono uno dei principali punti per il mantenimento del controllo della popolazione e del territorio da parte dei gruppi estremisti e della loro sopravvivenza, spesso a danno della popolazione.

Nel luglio 2011, quattro mesi dopo l’inizio del sollevamento della popolazione siriana, l’esitazione ha portato i paesi occidentali a perdere la possibilità di un intervento in Siria prima che il conflitto diventasse confessionale. Si ricorda in effetti come il Free Syrian Army – FSA dei primi mesi era composto essenzialmente da membri disertori del SAA e civili; quattro mesi dopo circa si innestavano sul conflitto siriano gruppi espressione dell’estremismo islamico, affiliati ad al Qaeda o ai Fratelli Musulmani prima ancora di Daesh, che hanno eliminato i vertici del FSA rendendo il conflitto uno scontro, appunto, confessionale. Da allora, si è cercato di riportare al tavolo il concetto di negoziazione tra il governo e l’opposizione, ma essenzialmente sul campo rimane la guerra religiosa interna all’Islam che è stata generata nella seconda metà del 2011 e che è stata riproposta e impostata nel paese tra i sunniti (opposizione) e governo siriano (sciiti), con chiare ripercussioni anche a livello di politica estera.

I risultati della rivoluzione sul campo hanno visto l’opposizione siriana perdere gran parte del terreno conquistato negli anni iniziali del conflitto, resistendo solo nella zona nord ovest e nord della Siria grazie principalmente all’intervento turco. Dal canto suo, il governo ha ripreso gran parte del campo perso controllando ad oggi circa il 70% del territorio siriano grazie all’aiuto russo e iraniano che ha ribaltato le sorti della guerra, non tanto e non solo contro l’opposizione siriana, ma soprattutto contro Daesh. Per il resto si ricorda che l’altro attore che ha il controllo maggiore di territorio è l’amministrazione autonoma curda che controlla circa il 22% del territorio siriano nel nord est del paese. I ribelli controllano circa l’8% del territorio siriano.

Tolte queste considerazioni territoriali, la guerra in Siria colpisce soprattutto una popolazione ormai esausta. Secondo un account locale, 13 milioni di siriani, tra cui centinaia di migliaia di donne e bambini, sono rifugiati interni in Siria a causa della rivoluzione. In 120 mesi di rivoluzione, 594mila persone sono state uccise e milioni di siriani feriti o rifugiati. Peraltro, più di mezzo milione di rifugiati siriani soffre di stress post traumatico.

Le considerazioni politiche sull’anniversario ovviamente sono di espressione diametralmente opposta. Se la sfera social filo governativa si chiede perché i ribelli stiano celebrando i dieci anni della rivoluzione come se avessero catturato Damasco, quando in realtà hanno perso tutte le posizioni principali, tolta la zona di Idlib; al contrario il Comando generale del Fronte Nazionale di Liberazione – NLF ha dichiarato che la rivoluzione siriana continuerà finché non sarà sradicata la banda criminale di Assad, non saranno espulsi tutti i mercenari e non verrà realizzato uno stato siriano libero. Le affermazioni dei ribelli però sono oggetto di critiche perché ormai percepiti come sotto controllo turco, sui social media affermano che i ribelli avanzeranno più in Libia o Armenia che a Idlib o Aleppo. Dall’altra parte però, il SAA e le forze governative non hanno la capacità di riprendere tutto il resto del paese senza l’approvazione russa.

Come sottolinea un account locale, era chiaro che gli obiettivi di Ankara già nel 2016 erano di usare i ribelli per eliminare la presenza curda, mentre il SAA, eliminando sacche di resistenza, mandava migliaia di combattenti riconciliati ad ingrossarne le fila nel nord e nel cantone di Afrin. L’obiettivo turco è di difendere le posizioni dei ribelli al fine di confermare quella striscia di sicurezza in territorio siriano a sud della propria frontiera, in un certo senso riprendendo quella Turchia irredenta che il trattato di Losanna del 1923 ha tolto ad Ankara. Ankara non ha interesse a dare supporto ai rivoluzionari per riprendere l’avanzata e completare la liberazione della Siria dal governo Assad. È stato chiaro quando il FSA filo turco e il SAA si sono “incontrati” a Tadef nella zona di al Bab nel febbraio del 2017 e non è successo nulla. Si è capito che Ankara non aveva alcuna intenzione di combattere Damasco e che Erdogan non aveva nessuna intenzione di pregare nella moschea di Aleppo.

Redazione