
Di recente, le truppe siriane hanno riaffermato il controllo sulle province nord orientali della Siria, ricche di giacimenti di idrocarburi, sottraendole alle Forze Democratiche Siriane (SDF). Questo sviluppo ha riportato al centro dell’attenzione la questione delle raffinerie informali, note anche come “inceneritori di petrolio” e conosciute localmente come “al-Haraqat”, che operano al di fuori dei quadri normativi, trasformando il petrolio greggio in un diesel di bassa qualità, noto come mazot. Il tema continua a suscitare ampio dibattito, soprattutto dopo che le autorità siriane ne hanno disposto la chiusura definitiva, motivandola con i gravi danni alla salute pubblica e all’ambiente.
L’esistenza degli inceneritori di petrolio risale alla fine del 2011, dopo il ritiro delle forze del regime di Bashar al-Assad da vaste aree della Siria orientale. Nel 2013, le forze armate di opposizione, tra cui Jabhat al-Nusra e l’Esercito siriano libero (FSA), conquistarono il giacimento petrolifero di al-Omar, che passò poi sotto il controllo dello Stato islamico nel 2014 e infine delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nel 2017. In assenza di un’infrastruttura ufficiale di raffinazione, durante queste fasi, ci si è affidati ai “burner” per garantire i derivati del petrolio al mercato locale. Si trattava tuttavia di impianti rudimentali, privi dei requisiti minimi di sicurezza sul lavoro e di tutela ambientale, frequentemente teatro di incidenti. Esplosioni e incendi hanno provocato nel tempo centinaia di vittime, oltre a casi di lesioni permanenti e gravi menomazioni tra i lavoratori. A ciò si aggiungono ingenti danni ambientali causati dalle emissioni tossiche e dalla dispersione di residui petroliferi nel suolo e nei bacini idrici.
In questo contesto, il ministro dell’Energia siriano Mohammad al Bashir ha annunciato dopo una visita sul campo, l’8 febbraio, la chiusura definitiva degli impianti adducendo come motivazione i gravi danni alla salute pubblica e all’ambiente, nonché per riorganizzare il settore energetico e riportarlo sotto il controllo ufficiale dello Stato dopo anni di attività al di fuori dei quadri giuridici. Nel contesto dell’attuazione della decisione, fonti locali hanno riferito della distruzione di decine di inceneritori in diverse zone della provincia di Deir ez Zor, tra cui Dhiban, al Jardhi e at Tayyana nella campagna orientale, la zona di as Suwar a nord e la zona di al Kabar nella campagna occidentale, dopo che i proprietari delle raffinerie informali si erano rifiutati di chiuderle. L’ultima distruzione è avvenuta la sera del 23 febbraio: un gruppo delle Forze di Pubblica Sicurezza ha incendiato il pozzo petrolifero Al Jakhjakh 118, parte del giacimento Al-Tanak nella campagna orientale di Dhiban, e un secondo nei pressi del villaggio di Jadid Baqarah, nella zona di al Busayrah, secondo quanto documentato da video diffusi da fonti locali.
La misura ha infatti incontrato la ferma opposizione di proprietari e lavoratori degli inceneritori, che vedono nella chiusura una minaccia diretta alla loro principale fonte di reddito in un territorio già provato dalla crisi economica e dalla carenza di lavoro. A loro avviso, lo stop immediato agli impianti rischia di far impennare la disoccupazione e di alimentare nuove tensioni sociali. La decisione di chiudere gli impianti di distillazione ha già causato la perdita di centinaia di posti di lavoro. Sul campo, questo rifiuto si è concretizzato in proteste in diverse zone di Deir ez Zor, con blocchi delle strade principali, che hanno contribuito ad aumentare la tensione. Un operatore del settore ha dichiarato a TRT Arabi che l’assenza di alternative economiche concrete rende la decisione un ulteriore peso per l’economia locale. Con le raffinerie improvvisate che cadono in disuso, un’intera economia rischia il collasso. Tuttavia, operatori sanitari e ambientalisti sottolineano la necessità di porre fine a questa industria informale e pericolosa, evidenziandone i gravi rischi per la salute pubblica e per l’ambiente.
Secondo un articolo pubblicato dall’emittente turca TRT Arabi, che riprende il rapporto dell’organizzazione olandese PAX del novembre 2020, l’YPG ha continuato a gestire questo settore per anni senza adottare misure efficaci per ridurne i rischi, nonostante i ripetuti avvertimenti. Molti inceneritori sono sorti in prossimità di zone residenziali, sia nella campagna di Deir ez Zor sia nella provincia di al Hassakah, in particolare nelle aree di Rumeylan, al Shaddadi e al Qamishli. Il rapporto documenta inoltre la fuoriuscita di residui petroliferi nei principali corsi d’acqua, tra cui i fiumi Jijik e Khabur, oltre alla diga meridionale di al Hassakah, con pesanti ripercussioni sul settore agricolo e lo sfollamento di intere famiglie dalle aree colpite. Una situazione analoga si è registrata anche nella provincia di Deir ez Zor, dove dense nuvole di fumo nero continuano a coprire il cielo e talvolta si estendono alle zone limitrofe. Secondo testimonianze mediche locali, alla diffusione di questo fenomeno si è accompagnato un aumento dei casi di cancro, che alcuni medici collegano all’esposizione cronica alle sostanze inquinanti prodotte dai processi di raffinazione rudimentali.
In questo contesto si inseriscono anche accuse di opacità. Un articolo pubblicato il 23 aprile 2022 dal quotidiano Al Modon sostiene che, nelle aree controllate dalle SDF, cellule dell’ISIS continuavano a imporre tributi agli investitori del settore petrolifero sotto la denominazione di “costo della sovranità” in sostituzione del termine zakat, coinvolgendo – secondo fonti citate dal giornale – anche figure locali legate all’Amministrazione Autonoma. La riscossione di questi tributi costituivano una delle principali fonti di finanziamento di Daesh. L’inchiesta parla di pagamenti mensili per evitare attacchi ai pozzi e denuncia un sistema caratterizzato da corruzione, contrabbando e gravi criticità sul piano della sicurezza, a testimonianza della complessità e fragilità degli equilibri economici e militari nella regione.
Per quanto concerne il caso del giacimento di al Omar – passato sotto il controllo di Damasco dopo l’offensiva lampo contro le milizie curde – il direttore della società pubblica Syrian Petroleum Company, Youssef Qeblawi, ha dichiarato il mese scorso che il colosso petrolifero britannico Shell ha chiesto di ritirarsi definitivamente dal sito, trasferendo allo Stato siriano le proprie quote nel giacimento. Sono in corso negoziati tra le due parti per stabilire i termini dell’accordo finanziario relativo al passaggio di proprietà, ha aggiunto. Tuttavia, Qeblawi ha reso noto che Damasco è pronta a firmare Memorandum di Intesa con altre società straniere per l’estrazione e l’esportazione di gas e petrolio nelle aree di nuova acquisizione nel nord-est della Siria: ConocoPhillips tornerà a investire nei giacimenti di gas siriani, mentre altre società americane, tra cui Chevron, stanno pianificando di entrare nel mercato per la prima volta. La Chevron insieme alla Power International Holding del Qatar è interessata ad esplorare offshore di petrolio e gas nelle acque territoriali siriane. Inoltre, secondo recenti aggiornamenti, la Syrian Petroleum Company sta portando avanti discussioni con altre società energetiche statunitensi come Hunt Oil e Baker Hughes per lo sviluppo e la riabilitazione di giacimenti nella regione di al-Jazira e l’aumento della capacità produttiva dopo anni di guerra. Parallelamente, gruppi energetici statunitensi e sauditi – inclusi Baker Hughes e Hunt Energy, e l’emiratina TAQA– stanno inoltre pianificando di formare un consorzio per esplorazioni e attività di produzione nei blocchi petroliferi e di gas del nord-est siriano, anche alla luce del recente allentamento di alcune sanzioni USA e del bisogno di ricostruire infrastrutture energetiche danneggiate, come riportato da Reuters.
Cristina Uccello
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