L’Italia in lockdown

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COVID 19, l’altra Storia – primo episodio

Questo è il tributo su COVID 19 di AGC COMMUNICATION e FUNGO production. Dedicato a tutti coloro che vorranno seguirci ed in particolar modo a chi è stanco di sentir parlare di morti, di seconda ondata, di prolungamento dello stato di emergenza. Dedicato ancora a chi vuole reagire, a chi lo sta facendo a chi purtroppo non lo potrà fare perché le scelte politiche del momento hanno affossato una crisi già strisciate. Il calcolo dei decessi, quelli aziendali, non lo abbiamo fatto noi, lo hanno fatto gli economisti è davvero allarmante: 50% di attività produttive chiuse e 30% di posti di lavoro in meno per il 2021, la peggior crisi economica del secolo, peggiore di quella del 2008. Racconteremo un’altra storia, a dire il vero le storie saranno 70:  70 giorni o 70 attimi che non avete mai visto o sentito.

Abbiamo scelto questo numero perché ad aprile, il 14,  in piena emergenza pandemica, lockdown – Italia, quando le nostre città erano fantasmi affrescati e imbelliti dai monumenti e tuttavia prive di vita, – ve lo mostreremo – quando la televisione educava l’italiano medio alla prevenzione da COVID 19, uno scienziato israeliano, Isaac Ben-Israel sosteneva che a livello statistico la malattia si manifestava, in 40 giorni cresceva e in 30 giorni spariva. Totale 70 giorni per liberarsi dal virus. Lui è un matematico, un generale in pensione attaccato per questa teoria anche in Israele, lui non è un medico e tuttavia se ci pensiamo a ritroso quelli più o meno sono stati i giorni da incubo del nostro paese: 09 marzo 2020 – 1 giugno 2020. Data di riapertura, agognata, promessa e poi prolungata per via dei ponti festivi, così cari agli italiani, di un Paese ingiustamente bloccato nel suo complesso: 20 regioni chiuse mentre quelle contagiate erano solo sei 6: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Marche, Campania e poi alcune città in altre regioni.

Mentre altre regioni erano prive di contagi e malattie, regioni che potevano produrre, e sostenere un Italia che non poteva morire per COVID 19 ma poteva morire di cancro, attacchi cardiaci, polmoniti, e quant’altro. Soppresse tutte le terapie, le visite di controllo, gli esami di controllo per malati gravi che hanno avuto come colpa quella di avere una malattia cronica e non Covid 19. Quelle regioni hanno dovuto chiudere le serrande e indebitarsi, perché stare chiusi vuol dire perdere denaro e non guadagnare, chiudere le scuole a livello preventivo, chiudere e basta! Perché ogni fine settimana sera il nostro primo Ministro dopo la lettura dell’n+1 DPCM, chiedeva al Paese di essere unito, unito nella catastrofe. Nessuno ha preso in considerazione di bloccare, le città, le aree, i paesi, vie che servivano, non sono stati eseguiti campioni su tutta la popolazione, non c’è mai stato tempo di pensare a un dopo Covid 19. Tutti a parlare di Cina e della chiusura dell’Hubei, e della sua chiusura senza pensare che in Cina ci sono 23 province, 5 regioni autonome (Mongolia interna, Guangxi, Tibet, Ningxia, Xinjiang), 4 comuni (Pechino, Tianjin, Shanghai, Chongqing) e 2 regioni amministrative speciali (Hong Kong, Macao). Il 24 marzo la Cina dichiara l’epidemia sotto controllo. Ad aprile una seconda ondata di contagi ma la situazione non degenera più. E sempre in tema di numeri la Cina il 20 giugno 2020 aveva effettuato 90.000 milioni di test all’acido nucleico per verificare la positività al test. Ricordiamo che la popolazione Cinese ammonta a circa 1.500.000.000 l’Italia a circa 60.000.000. Ed ora cosa succederà in Italia quali sono  le soluzioni adottate negli altri paesi? Come si misurano i numeri? Per quanto tempo dovremmo convivere con la pandemia? E le scuole? I dipendenti pubblici? Gli ospedali? I malati? Come va la curva dei contagi? Perché nessuno più parla delle terapie, se hanno avuto successo, quali di più o meno? La cassa integrazione? I Liberi professionisti? Quando potremo riabbracciare gli amici? Andare a ballare? Usufruire dei buffet? Quanto cambieranno le nostre abitudini? In che modo? Perché tutto il mondo ha usato in Pandemia gli stessi slogan, le stesse identiche parole per confortare i cittadini? Cercheremo risposte e ve le proporremo.

Graziella Giangiulio
Antonio Albanese

LE STORIE

COVID19, l’altra storia. Ci sono malati e malati

Quella che vi raccontiamo è la storia di Carlo, pseudonimo che garantisce l’anonimato del nostro interlocutore, per più motivi: uno quello di tutelare i dati sulla salute, due la sua storia è la parte per il tutto, questa storia, tante storie come questa nell’era dell’Italia pandemica.

Carlo è un uomo in pensione, ha 74 anni, compiuti da poco ad agosto 2019, quando improvvisamente lo assale una febbre altissima. Il medico prescrive antibiotici: una, due, tre settimane, ma la febbre non passa. E allora basta. Si va in ospedale, reparto infettivologia, c’è qualcosa che non va.

Nel frattempo sono passati già due mesi, in ospedale lo rivoltano come un calzino, si scopre che a generare la febbre è una infezione del sangue si cura con un cocktail di antibiotici, pericolosa perché nel tempo potrebbe cronicizzarsi, l’infezione. Però… però non è tutto, deve fare accertamenti appena terminata la cura perché c’è un sospetto tumore all’intestino.

E questa febbre, ci dice Carlo, è stata una grande fortuna, se non avessi avuto la febbre non avrei mai scoperto il tumore.

Di mesi, ne sono passati quattro siamo a Dicembre 2019, e dopo vari accertamenti clinici, sì, si scopre che c’è un cancro all’intestino, non sembra essere grande o pericoloso ma va operato. Intervento fissato il 7 gennaio, per problemi di ristrutturazione della clinica, si arriva al 16 gennaio 2020. L’intervento previsto è in laparoscopia.

Il Natale più triste, dice Carlo, degli ultimi 74 anni. Eppure Carlo è figlio del post II Guerra mondiale, ha vinto i morsi della fame, ha vissuto i tempi d’oro degli anni ’60, quando il Paese cresceva a due cifre, lui contadino, grazie ad un amico aveva imparato a suonare la batteria, e insieme ad un gruppo di amici faceva da gruppo spalla ai cantanti famosi in riviera come Adriano Celentano. Poi la crisi petrolifera, i tassi di interesse al 33% e così via,  famiglia, sostenere i costi per la scuola per le figlie e ora il tumore.

Il medico dice: tranquillo Carlo, quattro buchi e via, tra 15 gg e sarai come prima, potrai tornare alla tua campagna.

L’intervento durerà 9 ore, la massa tumorale è più grande del previsto, non solo: il pezzo di intestino coinvolto è atrofizzato, bisogna tagliare mezzo metro di intestino per poter rialacciare l’intestino e non costringere Carlo all’uso del sacchetto.

Comunque tutto bene, dice il medico a Carlo, mandiamo ad analizzare il tutto e non ti preoccupare. 

Carlo in effetti è un uomo forte, in ospedale ha avuto anche uno scompenso cardiaco ma tutto bene. Ritorna a casa e attende, intanto passa gennaio e arriva febbraio, in TV si parla solo di COVID 19, a lui torna la febbre la sua maledetta febbre. Il suo medico di base non esita più, lo visita a casa anche se non sta bene,  e lo rimanda in ospedale, ma questa volta, no, non è l’infezione del sangue è l’infezione provocata dall’intervento. Si è creata una sacca, può accadere. Nel frattempo l’ospedale al reparto infettivologia, dove lui è ricoverato, l’ambiente cambia, gli infermieri sono tutati, le stanze sigillate, Carlo si fa dare una cura e firma, vuole uscire.

Carlo: mi è venuta tanta paura, sembra un incubo, La Tv parlava di Covid 19, di morti e li cominciavano a chiudere tutte le stanze, ho chiesto di uscire.

Il medico di base di Carlo ora ha la febbre, siamo a marzo, il presidente Conte chiude l’Italia, per strada non si può girare. Carlo ha difficoltà a ritirare il referto l’istologico. Purtroppo ci sono due linfonodi attivi bisogna fare le radio terapia. Ma gli ospedali sono chiusi e i reparti di oncologia radiologica, funzionano a singhiozzo solo per quelli già in terapia. Nel frattempo il medico di base di Carlo muore per Covid 19, ha sette figli e lo scorso anno aveva avuto una brutta polmonite.

Oggi è il 31 luglio 2020 e Carlo aspetta ancora la chiamata dal reparto oncologico, come sta Carlo? Non si sa, non ha potuto fare i controlli e gli ospedali ancora non sono pronti a riprendere la routine. Il presidente Conte nel frattempo ha prolungato lo Stato di emergenza.

Ci chiediamo: quanti malati di cancro moriranno perché non hanno accesso alle cure? Perché no al COVID 19 mentre si può morire di Cancro? I cittadini non sono tutti uguali?