LIBIA. Il Mediterraneo conteso: confini marittimi, energia e geopolitica

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Negli ultimi giorni è tornata al centro dell’attenzione una delle situazioni geopolitiche più delicate del Mediterraneo centrale e orientale. Italia, Grecia e Tunisia si trovano a contestare alcune delle rivendicazioni marittime avanzate dalla Libia, alla luce della presenza di interessi petroliferi, infrastrutture energetiche, cavi sottomarini, rotte commerciali e interessi strategici che coinvolgono direttamente l’Italia e gli altri paesi. 

La controversia nasce innanzitutto da una questione tecnica: poiché la ZEE può estendersi fino a 200 miglia nautiche dalle linee di base, quando le coste di due Stati distano meno di 400 miglia nautiche, le rispettive ZEE possono sovrapporsi, rendendo necessaria la delimitazione del confine marittimo tra i due Stati. In tali casi, la delimitazione deve essere determinata mediante accordo sulla base del diritto internazionale, al fine di raggiungere una soluzione equa. La piattaforma continentale, invece, attribuisce allo Stato costiero diritti sovrani sul fondale e sul sottosuolo ai fini dell’esplorazione e dello sfruttamento delle risorse naturali.

Il 27 maggio 2025 la Libia ha presentato alle Nazioni Unite una dichiarazione relativa ai limiti esterni della propria piattaforma continentale, accompagnata da una rappresentazione cartografica delle proprie rivendicazioni. La mossa di Tripoli mirava a consolidare la propria posizione negoziale sul Mediterraneo. Le rivendicazioni libiche hanno però incontrato la reazione di diversi Paesi.

La Grecia ha contestato le aree rivendicate da Tripoli che, secondo Atene, interferiscono con i propri diritti marittimi a sud di Creta. Il punto di svolta è rappresentato dal memorandum del 2019 tra Ankara e il governo libico dell’epoca, che ha definito una controversa area di delimitazione marittima tra Turchia e Libia. Da parte greca, le isole in base al diritto internazionale del mare, possono generare zone marittime e la loro proiezione non può essere ignorata nella delimitazione. Per Ankara, invece, la proiezione marittima greca non può essere utilizzata per trasformare il Mediterraneo orientale in uno spazio nel quale le coste turche risultino sostanzialmente compresse. Questa divergenza giuridica è diventata una questione strategica con l’avanzamento delle attività energetiche.

La Tunisia ha richiamato invece precedenti giuridici e accordi bilaterali che, secondo la sua interpretazione, delimitano diversamente i diritti libici. L’Italia ha seguito una strada distinta, concentrando le proprie obiezioni su specifiche aree della piattaforma continentale.

Quest’ultima, infatti, il 24 maggio 2026 ha trasmesso alla Libia una nota verbale concernente le rivendicazioni libiche sulla piattaforma continentale (il documento è stato successivamente trasmesso alla Segreteria delle Nazioni Unite con una nota della Missione permanente italiana datata 26 maggio 2026), contestando alcuni segmenti delle rivendicazioni libiche che, secondo Roma, inciderebbero sui diritti e sugli interessi italiani. L’Italia ha chiesto che le questioni di sovrapposizione siano risolte attraverso il negoziato e nel rispetto del diritto internazionale. A rendere il quadro ancora più interessante è la decisione italiana di aggiornare le proprie linee di base. Il 24 settembre 2026 Roma ha depositato presso le Nazioni Unite nuove coordinate, destinate a sostituire la documentazione precedente risalente al 1996. Da un punto di vista tecnico, le nuove coordinate rappresentano soprattutto un aggiornamento del riferimento geografico utilizzato per effettuare i calcoli previsti dal diritto del mare. 

La crescente importanza delle controversie marittime deriva anche dalla trasformazione dei fondali mediterranei in una vera infrastruttura geopolitica. Gasdotti, cavi per le telecomunicazioni, interconnessioni elettriche e future infrastrutture energetiche attraversano aree nelle quali la sovranità e i diritti degli Stati sono talvolta oggetto di contestazione.

Si ricorda, infatti, il caso italiano del GreenStream, il gasdotto di circa 516 chilometri che collega l’impianto di Mellitah, sulla costa libica, con Gela, in Sicilia; Il gasdotto trasporta verso l’Italia il gas prodotto in Libia, in particolare dai giacimenti di Al Wafa e Bahr Essalam, ed è gestito da GreenStream BV, società partecipata pariteticamente da Eni North Africa BV e dalla National Oil Corporation (NOC) libica, con una quota del 50% ciascuna. Dunque, l’Italia deve difendere i propri interessi marittimi senza compromettere una relazione con un Paese fondamentale per la propria sicurezza energetica e per la gestione dei flussi migratori. Ancora più strategici sono i cavi sottomarini per le telecomunicazioni e la loro protezione è quindi diventata una questione di sicurezza nazionale ed europea. 

Anche Tunisi guarda con attenzione alle rivendicazioni libiche, ma per ragioni diverse rispetto a Grecia e Italia. La Tunisia richiama la sentenza della Corte internazionale di giustizia del 1982 sulla delimitazione della piattaforma continentale tra Tunisia e Libia (causa Continental Shelf (Tunisia/Libyan Arab Jamahiriya) e l’accordo bilaterale del 1988. La sua posizione si basa dunque soprattutto sul precedente giuridico e sull’esistenza di una delimitazione già concordata con Tripoli. Questo elemento rende la convergenza tra Roma, Atene e Tunisi ancora più interessante: i tre Paesi si trovano a reagire a una ridefinizione dello spazio marittimo libico che potrebbe incidere sui rispettivi diritti.

Per la Libia, assume particolare rilievo il ruolo della Turchia. Il memorandum d’intesa sulla delimitazione delle aree di giurisdizione marittima nel Mediterraneo del 2019, ha consentito ad Ankara di costruire una propria rappresentazione geografica del Mediterraneo orientale, creando un corridoio marittimo tra la costa turca e quella libica che Grecia, Cipro ed Egitto contestano. Per la Turchia, la questione è parte di una strategia più ampia volta a impedire quello che Ankara considera un tentativo di esclusione dai processi energetici e infrastrutturali del Mediterraneo orientale. Il sostegno turco alla Libia consente inoltre ad Ankara di proiettare la propria influenza molto oltre il Mediterraneo orientale, fino alle coste nordafricane.

Il Mediterraneo si trova dunque nuovamente in una fase nella quale la competizione geopolitica si manifesta sempre più anche attraverso la definizione delle coordinate e dei confini marittimi, la delimitazione delle piattaforme continentali e le concessioni energetiche.

Camilla Montanari

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