IRAQ. Le Forze di Mobilitazione Popolare e la sfida alla sovranità nazionale

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Il destino delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMU) continua a essere una questione centrale e controversa nel panorama politico iracheno, riflettendo le profonde tensioni interne e le complesse dinamiche regionali in cui sono coinvolti attori con interessi spesso divergenti, come Iran, Stati Uniti e Turchia. Formate nel 2014 come risposta all’avanzata dello Stato Islamico, queste milizie, composte prevalentemente da combattenti sciiti, si trovano oggi al centro di un acceso dibattito tra coloro che ne sostengono lo scioglimento e l’integrazione nell’esercito regolare, e chi, invece, ne difende il ruolo fondamentale per la sicurezza e la stabilità del Paese.

La discussione sulla possibile dissoluzione delle PMU e il suo assorbimento all’interno del Ministero della Difesa è particolarmente intensa e polarizzata. Questo tema, ampiamente dibattuto nei circoli politici e nell’opinione pubblica, ha incontrato la ferma opposizione del Quadro di Coordinamento, la coalizione di forze sciite che sostiene il governo guidato da Mohammed Shia al Sudani. Di conseguenza, in un contesto regionale in rapida evoluzione, segnato da eventi significativi come la crisi siriana e le crescenti difficoltà incontrate da Hezbollah in Libano, sono aumentate le pressioni internazionali, guidate dagli Stati Uniti, affinché Baghdad proceda allo scioglimento delle fazioni armate legate al cosiddetto “Asse della Resistenza” e alla ristrutturazione dell’“Autorità di Mobilitazione Popolare”, con l’obiettivo di integrarne i membri nel Ministero della Difesa. In questo contesto, il Quadro di Coordinamento ha ribadito con forza il suo rifiuto di unire le PMU al Ministero della Difesa, negando categoricamente le voci che circolano su una sua presunta richiesta di ritiro delle forze da aree specifiche.

Parallelamente, la massima autorità sciita in Iraq, l’ayatollah al Sistani, si troverebbe a subire crescenti pressioni internazionali ed europee affinché emetta una fatwa formale che sancisca lo scioglimento delle PMU. Alcune fonti indicano che l’incontro riservato tra al Sistani e al Sadr, avvenuto nell’estate del 2024, potrebbe essere interpretato come un segnale della volontà dell’autorità di porre fine al monopolio del potere esercitato dal Quadro di Coordinamento nelle prossime elezioni. Al Sistani avrebbe espresso profonda preoccupazione per la situazione politica irachena, inviando messaggi ai leader del Quadro di Coordinamento in cui sottolinea come la situazione sia diventata “insostenibile” e richieda un cambiamento di rotta. In risposta a queste pressioni, il quotidiano “al Mada” ha ipotizzato una possibile manovra politica da parte dei leader del Quadro di Coordinamento, i quali potrebbero giungere a un accordo per riconsiderare la struttura delle Forze di Mobilitazione Popolare, al fine di proteggere l’Iraq da potenziali sanzioni militari o economiche legate a futuri pagamenti in dollari.

All’interno dell’apparato governativo iracheno, le posizioni sul futuro delle PMU appaiono tutt’altro che univoche. Il Vicepresidente del Parlamento, Mohsen al Mandalawi, ha espresso il suo pieno sostegno alle Forze di Mobilitazione Popolare e alle altre forze di sicurezza, invitando a non distorcere la verità sui loro successi nella difesa del Paese. Al contrario, il Ministro degli Interni, Abdul Amir al Shammari, ha assicurato che tutte le forze di sicurezza irachene operano sotto il comando unificato delle forze armate del Paese, rivelando, al contempo, nuovi dettagli sulla decisione del governo di acquistare armi dai cittadini. Al Shammari ha inoltre dichiarato che il suo ministero si sta preparando a subentrare gradualmente all’esercito e alle Forze di Mobilitazione Popolare nella gestione della sicurezza interna. Sul fronte istituzionale, il Ministero della Difesa ha smentito categoricamente di aver avviato campagne di reclutamento di volontari nelle fila dell’esercito iracheno, mentre il Quadro di Coordinamento ha negato di aver richiesto il ritiro delle Forze di Mobilitazione Popolare da specifiche aree del Paese o di aver proposto la loro integrazione formale all’interno del Ministero della Difesa. Parallelamente, il consiglio provinciale di al Anbar ha sollevato preoccupazioni riguardo alle presunte attività politiche condotte dalle PMU. 

Il capo del Comitato per la sicurezza del Consiglio provinciale, Saad al Muhammadi, ha rivolto un appello al comandante in capo delle PMU, Faleh al Fayyadh, affinché impedisca alle milizie di impegnarsi in qualsiasi forma di attività politica. Saad Ghazi, membro del consiglio provinciale, ha rivelato che il consiglio sta esercitando pressioni sul Primo ministro Mohammed Shia al Sudani affinché sostituisca l’attuale leader delle Forze di Mobilitazione Popolare nella provincia, Saad Dawai, il quale è stato recentemente convocato dal Comitato di sicurezza supremo della regione di al Anbar per chiarire alcune registrazioni audio trapelate, in cui membri delle Forze di mobilitazione avrebbero minacciato di intraprendere azioni punitive contro coloro che si fossero rifiutati di partecipare a raduni non autorizzati e non rientranti tra le attività di sicurezza ufficialmente affidate alle PMU nella provincia.

Le opinioni all’interno del governo iracheno sulla questione delle PMU rimangono discordanti. Il Presidente della Repubblica, Abdul Latif Rashid, ha affermato che le fazioni sono ora sotto il controllo del governo e si sta lavorando per raggiungere una situazione che ponga fine a qualsiasi attività di combattimento in queste circostanze, esagerando l’influenza iraniana sulle fazioni e ribadendo che sono tutte sotto il controllo iracheno. Tuttavia, il Primo Vicepresidente del Parlamento, Mohsen al Mandalawi, ha espresso una visione più cauta, sostenendo che lo scioglimento delle fazioni armate richiederà tempo, ma è possibile dato lo spostamento dell’attenzione sui crescenti interessi politici ed economici. In netto contrasto, il consigliere per la sicurezza nazionale, Qasim al Araji, ha definito “inutile” anche solo parlare di scioglimento delle Forze di mobilitazione popolare.

Sul fronte delle fazioni armate, il gruppo iracheno Harakat Ansar Allah al Awfiya ha ribadito il suo rifiuto di disarmare o sciogliersi, ribadendo il suo impegno nella resistenza contro le forze statunitensi presenti nel Paese. Ali al Fatlawi, uno dei membri anziani del gruppo, ha spiegato che il disarmo non è realistico finché le forze statunitensi rimarranno in Iraq ed ha sottolineato la missione del gruppo di resistere all’“occupante”, rivelando che stanno “monitorando attentamente gli accordi tra Baghdad e Washington sulle tempistiche del ritiro delle truppe”. Proseguendo con dichiarazioni di esponenti e leader delle Forze di Mobilitazione popolare, si riporta il discorso del Segretario Generale di al Nujaba, Akram al Kaabi in cui celebra la vittoria di Gaza e la solidarietà dell’asse della resistenza, che unisce la Palestina, Yemen, Iraq, Libano e Iran, ribadendo la sua disponibilità a riprendere le operazioni se necessario e criticando le menzogne diffuse da Stati Uniti, Israele e paesi occidentali. Il leader della resistenza irachena respinge lo scioglimento delle PMU. Anche il segretario generale del movimento Asa’ib Ahl Al-Haq, Qais al Khazali, ha respinto lo scioglimento delle Forze di mobilitazione popolare.

Dal punto di vista legislativo, sono in corso comunicazioni tra il governo e l’Autorità per la mobilitazione popolare per restituire la legge sulla mobilitazione popolare al Comitato per la sicurezza e la difesa parlamentare, con l’obiettivo di votarla. Il Comitato per la sicurezza e la difesa del parlamento iracheno ha approvato gli emendamenti al progetto di legge sulle Forze di mobilitazione popolare e li ha inoltrati alla Presidenza del Parlamento in preparazione della votazione. I nuovi emendamenti prevedono la concessione di privilegi relativi agli stipendi, al pensionamento e all’autorità dei funzionari di continuare a svolgere i loro incarichi, elementi che hanno sollevato opposizioni da parte di alcuni blocchi politici. 

Anche le analisi di esperti e think tank internazionali contribuiscono al dibattito. Il sito web americano “al Hurra” ha affermato che il rifiuto delle fazioni irachene di consegnare le armi le esporrà ad “attacchi militari” che prenderanno di mira i loro leader, mentre l’American Institute for the Study of War ha espresso preoccupazione per il fatto che l’integrazione delle fazioni nell’esercito iracheno potrebbe accrescere l’influenza dei gruppi armati e compromettere l’identità nazionale dell’esercito. Nonostante di origine diametralmente opposta rispetto alle pubblicazioni precedenti, le considerazioni del giornale arabo Asharq al Awsat non si discostano enormemente da quelle occidentali, in quanto hanno affermato che alcune fazioni non vogliono il disarmo e la questione è decisa dall’Iran in base alle variabili imposte dai negoziati sul programma nucleare, evidenziando le divisioni all’interno del Quadro di Coordinamento sui meccanismi per gestire le fazioni e le posizioni esitanti riguardo al loro scioglimento o alla loro fusione.

Le complesse dinamiche interne all’Iraq sono profondamente intrecciate con le influenze esercitate dalle potenze straniere, in particolare Iran, Stati Uniti e Turchia, ciascuna portatrice di interessi strategici e visioni geopolitiche spesso divergenti.

Nonostante il silenzio mantenuto dalle fazioni armate irachene fedeli all’Iran riguardo alla conduzione di eventuali operazioni militari contro le forze americane presenti in Iraq o contro Israele, la tensione rimane palpabile. Il governo iracheno non ha annunciato alcuna nuova posizione riguardo al futuro delle armi detenute illegalmente dalle fazioni armate, né sui suoi rapporti con l’Iran, soprattutto alla luce della politica di “massima pressione” esercitata da Washington contro Teheran. L’annuncio a sorpresa della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, di vietare qualsiasi forma di negoziato con gli Stati Uniti ha ulteriormente aumentato l’incertezza e l’apprensione riguardo alle possibili ripercussioni sulle fazioni armate irachene che fanno riferimento a Teheran. 

Il sito web americano al Hurra ha affermato che il rifiuto delle fazioni irachene di deporre le armi le esporrebbe a potenziali “attacchi militari” mirati contro i loro leader. L’American Institute for the Study of War ha espresso preoccupazione per il fatto che l’integrazione delle fazioni nell’esercito iracheno potrebbe accrescere l’influenza dei gruppi armati e compromettere l’identità nazionale dell’esercito. I dati suggeriscono che le fazioni armate stanno affrontando con cautela gli sviluppi regionali; ciò potrebbe spiegare il loro impegno alla calma nei confronti degli Stati Uniti, anche alla luce delle recenti mosse americane in Iraq, come l’assalto all’aeroporto di Najaf da parte di una forza americana durante un’operazione notturna, senza che ciò abbia suscitato alcuna reazione pubblica o posizione da parte di quelle fazioni. Questo silenzio solleva interrogativi, soprattutto perché queste fazioni stavano rilasciando dichiarazioni e posizioni dure riguardo alle violazioni della sovranità irachena prima che l’amministrazione Trump salisse al potere, anche su questioni molto meno gravi di quanto accaduto di recente.

Gli Stati Uniti mantengono una presenza militare in Iraq, ufficialmente per fornire supporto e addestramento alle forze di sicurezza irachene nella lotta contro i resti di Daesh. Tuttavia, Washington è anche profondamente preoccupata per l’influenza dell’Iran sulle PMU e cerca di limitare la capacità di questi gruppi di agire al di fuori del controllo del governo iracheno. Gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni su Baghdad affinché integri o sciolga le PMU, offrendo al contempo sostegno finanziario e militare per rafforzare le forze di sicurezza regolari. Come menzionato in precedenza, l’assalto all’aeroporto di Najaf da parte di una forza americana durante un’operazione notturna, senza suscitare reazioni pubbliche da parte delle fazioni sciite, ha sollevato interrogativi sulla reale capacità di queste ultime di sfidare la presenza americana in Iraq.

La Turchia osserva con crescente preoccupazione la situazione in Iraq, in particolare la presenza e l’influenza delle PMU nelle regioni settentrionali del Paese, vicino al confine turco. Ankara considera alcune di queste milizie come un’estensione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un gruppo armato curdo considerato terrorista dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. La Turchia ha ripetutamente condotto operazioni militari nel nord dell’Iraq contro le basi del PKK e ha espresso preoccupazione per il potenziale impatto destabilizzante delle PMU sulla sicurezza della regione.

Nonostante le divergenze di interessi e le tensioni regionali, tutte e tre le potenze hanno un interesse comune nella stabilità dell’Iraq e nella lotta contro il terrorismo. Tuttavia, le loro strategie e i loro obiettivi a lungo termine sono spesso in conflitto, contribuendo a rendere ancora più complessa la situazione politica e di sicurezza del Paese.

Il futuro delle Forze di Mobilitazione Popolare rimane, quindi, avvolto nell’incertezza, ostaggio di pressioni interne ed esterne, con il Comitato per la sicurezza e la difesa del parlamento iracheno che ha approvato gli emendamenti alla legge sulle PMU e con il parlamentare Yasser al Husseini che ha affermato che il processo politico in Iraq è “sull’orlo del collasso”, mentre Nouri al Maliki ha ribadito che lo scioglimento delle PMU è inaccettabile. Lo scioglimento o l’integrazione delle PMU nell’esercito regolare rappresentano, come appare chiaro, una sfida complessa per il governo iracheno, chiamato a bilanciare le diverse influenze regionali e a consolidare la sovranità del Paese con conseguenze significative per la stabilità dell’Iraq e dell’intera regione. Le prossime mosse del governo iracheno, delle potenze regionali e degli attori internazionali saranno determinanti per il futuro di queste milizie e per la stabilità a lungo termine dell’Iraq.

Elisa Cicchi

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