CINA. Rischi e opportunità dell’influenza cinese nel mondo mediatico globale

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Il nuovo studio di Freedom House, ong che conduce attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche e diritti umani, lumeggia la tattica di esercitare pressioni sui governi stranieri per far rientrare la copertura mediatica locale negativa usata dal Partito Comunista Cinese in tutto il mondo.

Il rapporto Beijing’s Global Media Influence 2022 sostiene che, accanto ai continui sforzi per “raccontare bene la storia della Cina” attraverso la diplomazia e la propaganda, l’uso di tattiche coercitive e segrete da parte di Pechino per plasmare l’ambiente mediatico internazionale è in aumento, riporta AT.

Freedom House rileva che la Cina sta acquisendo un certo grado di influenza o di controllo su “porzioni chiave dell’infrastruttura informativa”. Il desiderio di esercitare un controllo sull’infrastruttura mediatica – le piattaforme attraverso le quali vengono diffusi i messaggi – piuttosto che dover fare affidamento su organi di informazione stranieri “ostili” fa parte da tempo della strategia mediatica internazionale del Partito comunista cinese.

La spinta iniziale è stata quella di espandere i marchi mediatici cinesi fino a farli diventare protagonisti a livello globale, con produzioni come Cctv News, oggi Cgtn, che hanno ricevuto maggiori finanziamenti negli anni successivi alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Ma l’idea di esercitare un’influenza sui principali collettori mediatici non è nuova.

Una tecnica importante per il controllo dei media nel mercato interno cinese è stata quella di fare pressione sui collettori mediatici, come gli editori e i proprietari dei media, affinché controllassero i propri dipendenti e utenti. In questo modo è stato possibile controllare efficacemente i contenuti dei media senza che le autorità dovessero verificare ogni singolo articolo prima della sua diffusione. Il rapporto di Freedom House mostra che Pechino ha tentato di internazionalizzare queste tattiche, con vari gradi di successo.

Ma il punto non è semplicemente l’entità o la natura del problema dell’influenza autoritaria dei media, ormai ampiamente riconosciuto anche nelle capitali occidentali, bensì il modo migliore per rispondere. Il rapporto chiarisce che le spinte contro l’influenza del Pcc possono avvenire in forme che rafforzano i valori democratici liberali e in forme che li minano.

I Paesi più resistenti beneficiano di leggi solide sulla trasparenza e la proprietà dei media, di una società civile vivace e diversificata e di media indipendenti, sostenuti da una forte esperienza locale in materia di Cina.

Recenti sondaggi mostrano che l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della Cina è estremamente negativo in tutto il mondo occidentale. Ma lo scetticismo dell’opinione pubblica nei confronti delle autorità cinesi non elimina la necessità di una politica attenta in questo settore. I politici possono sfruttare il sentimento negativo dell’opinione pubblica in modi illiberali, presentandosi come duri nei confronti della Cina mentre fomentano il razzismo contro le comunità minoritarie o introducono leggi che soffocano la libertà di parola.

Alcune preoccupazioni sulle attività di Pechino rilevate nel rapporto di Freedom House, come il cyberbullismo e la diffusione della disinformazione attraverso i social media, si sovrappongono a tendenze internazionali più ampie.

Le classi più abbienti e le figure politiche nazionali, non esitano a usare minacce legali o economiche per intimidire i giornalisti investigativi e gli organi di informazione critici.

Non sorprende che attori statali stranieri impieghino tattiche simili, se ne hanno l’opportunità e la motivazione. La buona notizia è che affrontare questi problemi dovrebbe raccogliere un’ampia coalizione di sostegno da tutto lo spettro politico delle democrazie liberali, non solo da coloro che tengono d’occhio le attività del Pcc.

Il rapporto di Freedom House sottolinea giustamente l’importanza di norme che impongano la trasparenza e limitino la proprietà dei media stranieri per contenere l’influenza di Pechino in modo equo e senza minare i valori liberali. Ma anche il successo di queste misure non può garantire che l’influenza della Cina non cresca nel tempo: rende solo più probabile che tale influenza passi attraverso canali legittimi.

I legami sociali ed economici con la Cina che si sono notevolmente ampliati negli ultimi decenni, uniti alle dimensioni dell’economia cinese, rendono inevitabile una qualche forma di influenza cinese sul discorso pubblico di altri Paesi.

In assenza di un crollo drammatico della forza economica cinese o di un significativo disaccoppiamento, vale la pena ricordare che un risultato realistico comporterebbe probabilmente l’incanalamento dell’influenza di Pechino in forme più benevole, piuttosto che la sua totale eliminazione.

Ironia della sorte, i responsabili politici delle capitali occidentali sembrano ora trovarsi di fronte a un rompicapo simile a quello che ha tormentato i leader cinesi fin dai tempi di Deng Xiaoping: come accedere ai benefici della globalizzazione tenendo al contempo lontani rischi capaci di minare valori e istituzioni locali.

Antonio Albanese