
L’uccisione della Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, in un’operazione militare congiunta tra Stati Uniti e Israele, rischia di gettare un’ombra sugli sforzi per rilanciare la diplomazia tra Washington e Pyongyang, poiché la fiducia di Pyongyang nel presidente degli Stati Uniti Donald Trump sembra indebolirsi a causa delle crescenti preoccupazioni per la sicurezza.
L’attacco, avvenuto durante i colloqui sul nucleare tra Washington e Teherano, potrebbe rafforzare la convinzione, radicata da tempo, del leader nordcoreano Kim Jong-un che le armi nucleari siano la garanzia ultima per la sopravvivenza del suo regime, riporta Korea Times.
Dopo che Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei contro l’Iran sabato (ora locale), Trump ha scritto sui social media poche ore dopo che il leader iraniano era stato ucciso nell’operazione, dichiarando: “Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto”. Il governo iraniano ha successivamente confermato la sua morte. L’episodio, avvenuto due mesi dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte del governo statunitense a gennaio, sembra aver turbato Kim.
Questo probabilmente ridurrà le possibilità di un possibile incontro Trump-Kim, che alcuni speravano si svolgesse in concomitanza con la visita programmata del presidente statunitense a Pechino dal 31 marzo al 2 aprile.
Gli eventi in Iran potrebbero anche spingere Kim a prendere ulteriormente le distanze dalla Corea del Sud, nonostante le ripetute aperture di Seul. Nel suo discorso di domenica 1° marzo per la Giornata del Movimento per l’Indipendenza, il presidente Lee Jae Myung ha ribadito che il suo governo “rispetterà il sistema politico della Corea del Nord e si asterrà da azioni ostili.”
“Sebbene l’amministrazione Lee abbia chiarito di non avere alcun interesse ad attaccare la Corea del Nord o a cercare un cambio di regime, la lezione che Pyongyang probabilmente trarrà da questi attacchi è quella di evitare interazioni con Seul che potrebbero indebolire il regime di Kim”, riporta il giornale sudcoreano; ”Vedrà filmati di iraniani che festeggiano per le strade e sentirà parlare di espatriati che cercano un ruolo nella transizione politica. Senza dubbio prenderà provvedimenti per evitare un destino simile alla sua famiglia e alla Corea del Nord.”
Per altri esperti, la crisi in Iran potrebbe paradossalmente aumentare le possibilità di una ripresa dei colloqui tra Corea del Nord e Stati Uniti: ”La possibilità di un dialogo potrebbe in realtà essere aumentata. Guardando cosa è successo in Iran, Kim potrebbe pensare di non poter ignorare o respingere a tempo indeterminato le ripetute proposte di Trump di colloqui”. Sebbene le armi nucleari rimangano centrali nella strategia di sicurezza della Corea del Nord, l’episodio potrebbe anche rafforzare l’idea del regime di Kim che le tensioni debbano in ultima analisi essere gestite attraverso il dialogo.
Pyongyang ha condannato l’operazione statunitense in Iran, definendola una prova della “natura egemonica e gangsteristica” di Washington: ”La RPDC condanna con la massima fermezza l’atto spudorato e canaglia degli Stati Uniti e di Israele, che antepongono il loro diritto interno al diritto internazionale riconosciuto e non esitano ad abusare della forza militare per realizzare le loro ambizioni egoistiche ed egemoniche”, riporta KCNA.
Tommaso Dal Passo
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