ALBANIA. Il MEK e gli attacchi informatici iraniani

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Giovedì 23 aprile, l’agenzia di stampa iraniana Mizan, legata alla magistratura della Repubblica Islamica, ha annunciato l’esecuzione di Sultan-Ali Shirazadi Fakhr, prigioniero politico condannato a morte con l’accusa di appartenenza all’organizzazione Mojaheddin-e Khalq (MEK) e collaborazione con Israele. Secondo quanto riferito, l’uomo si sarebbe unito al gruppo negli anni ’80, avrebbe partecipato ad alcune operazioni militari a sostegno delle forze irachene nel corso della guerra Iran-Iraq e, dopo anni vissuti all’estero, sarebbe rientrato nel Paese con la scusa di una visita familiare per condurre una missione per conto di servizi segreti stranieri.

Il MEK è un’organizzazione politico-militare dissidente nata in Iran negli anni ’60 in opposizione al regime dello Shah, e originariamente contraddistinta da un’ideologia che univa elementi del marxismo e dell’islamismo. Dopo la Rivoluzione del 1979, il gruppo ha proseguito la lotta armata, questa volta contro la neonata Repubblica Islamica, compiendo attentati contro figure di spicco del regime degli Ayatollah.

Ospitati per decenni in Iraq sotto la protezione di Saddam Hussein, dopo la caduta di quest’ultimo i membri del MEK hanno continuato a stanziare nel Paese, prima a Camp Ashraf e poi a Camp Hurriyahi, per poi trasferirsi in Albania a partire dal 2012 grazie ad un accordo tra Tirana e Washington, che proprio nel 2012 ha cancellato il gruppo dall’elenco delle organizzazioni terroristiche: per il loro ricollocamento gli USA hanno contribuito sborsando circa 20 milioni di dollari, con il diretto coinvolgimento dell’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR). I rapporti tra il governo americano e il MEK, tuttavia, precedono la rimozione ufficiale dalla lista nera: già dai primi anni 2000, infatti, i “mojaheddin del Popolo” avrebbero ricevuto addestramento alle tattiche di guerriglia da parte del Joint Special Operation Command (JSOC) americano e, secondo alcune testimonianze interne all’amministrazione Obama, nel 2007 sarebbero stati coinvolti negli omicidi di cinque scienziati nucleari iraniani, in collaborazione con il Mossad e con il supporto dell’intelligence statunitense.

La presenza del MEK in Albania, ampliatasi nel corso del tempo, conta oggi circa tremila persone collocate all’interno del campo fortificato Ashraf-3 di Manzë, nel comune di Durazzo, dove conducono una vita isolata e regolata da rigide regole interne proprie di una setta. L’ospitalità al gruppo, offerta prima dal governo di centro-destra di Sali Berisha e poi da quello socialista di Edi Rama, ha portato a un progressivo deterioramento dei rapporti tra Tirana e Teheran, fino alla definitiva rottura diplomatica del 2022. In quell’anno, le istituzioni albanesi avevano subìto una serie di attacchi informatici attribuiti a gruppi hacker affiliati al regime iraniano, che avevano causato il blocco di diverse attività governative e la diffusione di dati sensibili: attacchi interpretati da Tirana come una palese attività di rappresaglia iraniana proprio a causa l’ospitalità concessa al MEK, e definiti senza mezzi termini dal Premier Rama come vere e proprie “aggressioni di Stato”. 

Nel corso degli ultimi mesi, la questione è tornata d’attualità per via di nuovi attacchi hacker rivendicati dal gruppo iraniano “Homeland Justice” che hanno messo a dura prova le capacità di contrasto delle minacce cyber delle autorità albanesi e che hanno portato il governo a richiedere l’urgente collaborazione di NATO e UE per rafforzare la sicurezza informatica nazionale. 

D’altra parte, la presenza del MEK in Albania si è fatta nel tempo sempre più ingombrante, con l’enclave di Manzë trasformatasi in una sorta di zona franca che sembra sfuggire al controllo statale e centro dal quale verrebbero condotti attacchi cibernetici e interferenze ai danni del governo iraniano. Per questi motivi, nel 2023 le forze dell’ordine erano intervenute all’interno del campo con un ordine di ispezione emesso dalla Struttura Speciale Contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata (SPAK), incontrando un’accanita resistenza dei mojaheddin: l’accusa rivolta ad alcuni membri del MEK era proprio quella di svolgere attività politiche che violerebbero i termini dell’accordo che consente loro di rimanere in Albania. Nonostante queste tensioni, la presenza del MEK nel Paese non appare al momento in discussione, forte dell’intesa tra le autorità albanesi e l’alleato americano, impegnato nel sostegno del gruppo in chiave anti-iraniana.

Non stupisce, dunque, la posizione intransigente assunta dall’Albania nei confronti della Repubblica Islamica in merito al conflitto in corso: fin dal primo momento, Tirana si è schierata al fianco di israeliani e americani sostenendo l’operazione militare da loro avviata contro Teheran, e il 17 marzo ha ufficialmente designato il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) come organizzazione terroristica, allineandosi alla decisione del Consiglio Europeo.

Lorenzo Vannucci

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