
Nel 2023 l’IEA aveva previsto che entro il 2028 la produzione mondiale avrebbe superato la domanda. La transizione energetica rallentava la crescita della domanda, i prezzi scendevano troppo per giustificare nuovi pozzi e raffinerie. L’industria ha tagliato investimenti.
Nessun modello aveva messo in conto la chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz. Il 28 febbraio 2026 USA e Israele attaccano l’Iran. Teheran risponde bloccando Hormuz – rotta per il 21 milioni di barili/giorno, 30% del petrolio marittimo globale e 60% delle importazioni asiatiche. L’effetto è immediato e senza precedenti, riportano Techxplore e Malaya Business Insite.
A ottobre 2026 l’IEA parla di 1 miliardo di barili persi cumulati dal Golfo; 14 milioni di barili/giorno attualmente shut-in (fermi). Il deficit globale è di 1,78 milioni bpd nel 2026, contro un surplus di quasi 4 milioni bpd previsto a dicembre 2023. Per il Q3 2026 il deficit previsto è di 1,8 milioni bpd, il più profondo dal Q4 2021.
Anche se a maggio c’è stata una parziale ripresa dei traffici via Hormuz, gli scontri hanno di nuovo fermato tutto. L’Iraq sta trasportando greggio via camion fino ai porti siriani per aggirare il blocco. A marzo 2026 USA, Giappone e Corea (Trilateral Energy Security Committee) hanno coordinato un rilascio massiccio dalle riserve strategiche. Non è bastato a lungo.
Ora il problema è paradossale: quelle riserve vanno ricostituite, il che aumenterà la domanda futura di greggio. Il 2 ottobre 2026, il G7 ha annunciato un nuovo rilascio di 100 milioni di barili di diesel e greggio in 4 mesi. Non è greggio generico, è una crisi del diesel. Negli USA il diesel è a $6,53 al gallone, prezzo record. Le scorte di distillati USA sono al -14% sotto la media 5 anni. Le raffinerie lavorano 5 milioni bpd in meno rispetto al 2025, margini ai massimi storici. Nella pratica abbiamo costruito un sistema energetico ottimizzato per l’efficienza e il surplus, ma non per la resilienza. Un singolo chokepoint da 33 km ha trasformato un surplus previsto in uno degli shock più gravi di sempre.
La Russia raffina solo 3,9 milioni bpd, livello minimo da 20 anni, per i droni ucraini. Quindi, la crisi è strutturale, non è affatto ciclica; e sta nel prodotto raffinato, non nel greggio. L’effetto domino si abbatte su prezzi e domanda; i prezzi del greggio sono schizzati oltre i 100 dollari al barile; c’è mancanza di benzina, ma soprattutto di fertilizzanti, cibo, beni di consumo: tutto sale di prezzo. L’IEA ora vede la domanda globale contrarsi di 420.000-1,6 milioni bpd nel 2026 a causa della distruzione della domanda, soprattutto in Asia e Medio Oriente.
Proprio prima della guerra, uno studio del giapponese IEEJ – Institute of Energy Economics aveva lanciato l’allarme: anche in mezzo a un surplus apparente, il buffer globale contro le “disruption” è fragilissimo; lo studio stato confermato nei fatti. OPEC+ ha dovuto rinviare a metà novembre la review delle capacità produttive per le quote 2027 perché i progetti di espansione in Medio Oriente sono saltati.
Le previsioni dell’IEA riguardano la riapertura graduale di Hormuz dal Q3, ma per il 2027 vede di nuovo un surplus enorme di 4,61 milioni bpd se ci fosse una de-escalation, che permetterebbe di ricostruire i 410 milioni di barili di scorte bruciate dal febbraio 2026.
Luigi Medici – realizzato con strumenti IA
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