SIRIA. Gasdotti strategici e sabotaggi: la sfida di Damasco per diventare un hub energetico regionale

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L’avvio dei lavori per un nuovo tratto di 186 chilometri del Gasdotto Arabo si inserisce in una strategia più ampia volta a rafforzare il ruolo della Siria nei flussi energetici regionali. Le recenti esplosioni sulle condotte, che hanno compromesso temporaneamente le forniture alle centrali elettriche, sollevano interrogativi sulla sicurezza delle infrastrutture, sulle tensioni economiche interne e sui possibili interessi contrari al progetto. Al momento, tuttavia, non esistono prove pubbliche che colleghino gli episodi a un’unica regia.

La Siria punta a rafforzare la propria posizione geografica nel sistema energetico mediorientale attraverso il potenziamento delle infrastrutture di trasporto del gas naturale. L’obiettivo dichiarato dalle autorità siriane è migliorare l’efficienza del trasporto del gas, rafforzare le forniture alle centrali elettriche e agli impianti industriali e predisporre la rete ad accogliere volumi aggiuntivi. 

Ma la rilevanza del progetto va oltre il fabbisogno nazionale. La posizione geografica della Siria, tra la penisola arabica, il Mediterraneo e la Turchia, potrebbe consentire a Damasco di recuperare un ruolo nei collegamenti energetici regionali trasformando il territorio nazionale in un corridoio per il transito di gas e, nel più ampio quadro delle infrastrutture regionali, di altre risorse energetiche.

Questa prospettiva assume un significato particolare in un contesto caratterizzato dalla vulnerabilità delle principali rotte marittime – lo Stretto di Hormuz e di Bab el-Mandeb – che rappresentano due punti nevralgici per la sicurezza degli approvvigionamenti. Le tensioni regionali hanno evidenziato i rischi derivanti dalla dipendenza da passaggi geografici esposti a crisi militari. In questo scenario, il rafforzamento delle infrastrutture terrestri può contribuire a diversificare le opzioni logistiche e a ridurre alcune vulnerabilità. Tuttavia il Gasdotto Arabo non costituisce, da solo, un’alternativa diretta e completa ai flussi petroliferi e di gas naturale liquefatto che attraversano Hormuz o Bab el-Mandeb. Ciononostante, allo stato attuale, il percorso terrestre rappresenta una fondamentale via di ripiego, come nel caso dell’Iraq, che utilizza il territorio siriano per il transito e l’esportazione dei propri prodotti petroliferi e oli combustili.

È proprio mentre Damasco cerca di rafforzare la propria rete energetica che una serie di incidenti ha riportato l’attenzione sulla vulnerabilità delle condotte esistenti. Il 28 settembre, un’esplosione ha provocato un incendio su un gasdotto nell’area di al-Shula, nella provincia orientale di Deir ez-Zor, interrompendo il flusso di gas dall’impianto di Jbissa verso le centrali elettriche. La Syrian Petroleum Company ha attribuito l’episodio a un atto di sabotaggio. Il danno ha interessato una valvola di sezionamento della condotta e ha reso necessaria la sostituzione di un tratto lungo 18 metri. Il 18 agosto, un gasdotto dello stesso impianto è stato colpito in quello che le autorità siriane hanno descritto come un atto di sabotaggio deliberato. Il 1 ottobre, un’altra esplosione ha interessato una condotta del gas nell’area della centrale termoelettrica di Tishreen, ubicata nei pressi dell’aeroporto internazionale di Damasco. L’incidente ha provocato un incendio e interrotto le forniture necessarie al funzionamento di tre importanti centrali elettriche: Tishreen, Deir Ali e al-Nasiriyah. Il blocco temporaneo degli impianti ha ridotto la capacità di generazione elettrica disponibile, con conseguenze sul razionamento dell’elettricità. A differenza dell’episodio di Deir ez-Zor, nelle prime comunicazioni ufficiali la causa dell’esplosione presso Tishreen non è stata ancora determinata.

Oltre alle interruzioni nella produzione elettrica le autorità hanno segnalato ripercussioni sui servizi idrici, in particolare sugli impianti di pompaggio e depurazione che dipendono dalla disponibilità di energia elettrica.

La successione dei due episodi, avvenuti a pochi giorni di distanza e in aree differenti, pone quindi una questione concreta sulla sicurezza delle infrastrutture energetiche siriane. Non è sufficiente, tuttavia, considerare la vicinanza temporale come prova di un collegamento operativo tra gli incidenti. Nel caso di Deir ez-Zor, le autorità hanno parlato esplicitamente di sabotaggio; nel caso di Tishreen, la causa doveva ancora essere accertata. Nessun gruppo ha rivendicato pubblicamente la responsabilità dei due episodi.

Resta comunque significativo l’impatto che anche un singolo attacco a una condotta può produrre in un sistema energetico fragile. La questione della sicurezza assume un ulteriore rilievo alla luce delle difficoltà economiche e sociali che attraversano la Siria. La scarsità di opportunità lavorative, l’aumento del costo della vita e le carenze nei servizi essenziali alimentano tensioni soprattutto nelle aree più povere. Negli ultimi mesi i siriani si sono lamentati dell’aumento dei costi energetici, tanto che circa due settimane fa sono scoppiate proteste in tutto il Paese dopo che il governo ha aumentato i prezzi del diesel fino al 40% e quelli della benzina del 28% a causa di un forte incremento dei costi energetici globali, secondo le dichiarazioni ufficiali.

In questo contesto, il deterioramento delle condizioni economiche può costituire un fattore di vulnerabilità, favorendo fenomeni di criminalità, furti di combustibile e possibili forme di collaborazione con reti illegali. Anche le misure adottate dal governo per contrastare il contrabbando e smantellare le attività petrolifere abusive meritano attenzione. La chiusura di impianti illegali può privare alcune persone della loro fonte di reddito e generare risentimento nei confronti delle autorità, soprattutto dove l’economia informale rappresenta una delle poche possibilità di sostentamento. 

Un’ipotesi da valutare è che gli attacchi alle infrastrutture possano essere legati anche a interessi economici locali. Il furto di gas, l’intervento di reti criminali o il tentativo di sottrarre combustibile possono provocare danni che, in una prima fase, appaiono simili a quelli di un sabotaggio deliberato.

Rimane inoltre aperta la questione di eventuali attori esterni interessati a ostacolare il rafforzamento del ruolo energetico della Siria. Se Damasco riuscisse a consolidare i collegamenti con Giordania, Turchia e altri mercati regionali, potrebbe acquisire maggiore rilevanza come Paese di transito, attirando investimenti e aumentando il proprio peso negoziale. Un simile sviluppo potrebbe incidere sugli interessi di operatori economici e attori regionali che competono per il controllo dei corridoi energetici. In quest’ottica, il blocco di impianti chiave come le centrali di Tishreen, Deir Ali e al-Nasiriyah — snodi fondamentali alimentati proprio dalle condotte collegate al sistema del Gasdotto Arabo — evidenzia come il danneggiamento ripetuto delle infrastrutture potrebbe aumentare i costi di manutenzione, ritardare i progetti e rendere più rischiosi gli investimenti.

Questa possibilità costituisce però una linea di analisi, non una conclusione dimostrata. Non sono emerse prove pubbliche che colleghino le recenti esplosioni a un piano coordinato volto a impedire la realizzazione del Gasdotto Arabo, né elementi che identifichino un governo straniero o un’organizzazione specifica come mandante.

Il precedente storico dimostra comunque che le infrastrutture energetiche siriane sono già state utilizzate come bersagli in strategie di pressione economica. Nel settembre 2021, militanti dello Stato Islamico fecero esplodere una linea elettrica e una sezione di gasdotto nei pressi della centrale termoelettrica di Deir Ali nell’ambito di azioni rivolte contro le infrastrutture e i servizi essenziali. Il precedente non prova un legame con gli episodi attuali, ma ricorda come il sabotaggio delle reti energetiche possa essere impiegato per compromettere la capacità dello Stato di garantire servizi e stabilità economica. Anche durante il regime di Bashar al Assad, nelle aree nel nord est della Siria – allora sotto il controllo curdo – si registravano frequenti attacchi perpetrati da cellule di DAESH contro impianti petroliferi e di gas, oltre alle autocisterne di petrolio che venivano trasportate nell’altra sponda del fiume Eufrate nel quadro di un accordo tra il regime siriano e i curdi. 

L’espansione del Gasdotto Arabo si colloca dunque all’incrocio tra ricostruzione economica, sicurezza interna e competizione energetica regionale. Il nuovo tratto di 186 chilometri può contribuire a rafforzare la capacità di trasporto della Siria e a consolidare i collegamenti con i Paesi vicini, ma il successo del progetto dipenderà anche dalla capacità di garantire la continuità operativa della rete esistente. Senza un sistema di protezione efficace, la disponibilità di nuove infrastrutture non si tradurrà necessariamente in forniture più stabili o in maggiori entrate.

La questione centrale è quindi se Damasco riuscirà a trasformare la propria posizione geografica in un vantaggio economico duraturo, evitando che le fragilità interne e le tensioni regionali compromettano gli investimenti. Le recenti esplosioni mostrano quanto sia esposto il sistema energetico siriano e quanto rapidamente un danno localizzato possa ripercuotersi sull’elettricità e sui servizi pubblici.

Cristina Uccello 

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