Ue – Cina: volume degli scambi

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La Repubblica Popolare Cinese rappresenta la seconda economia mondiale ed il più grande Paese esportatore a livello planetario. La crescita del suo Pil si è attestata lo scorso anno attorno al 9%, lasciando prevedere un’ascesa a prima economia mondiale nei prossimi dieci anni, forte di un mercato interno, nella prospettiva 2015, di circa 1.4 miliardi di potenziali consumatori.

Crescita che ha visto un’apertura agli scambi esteri a partire dal 2001 sotto la parziale supervisione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Solamente venti anni fa, gli scambi tra l’Unione europea e la Cina erano quasi inesistenti, oggi costituiscono la seconda più grande cooperazione economica al mondo per volume degli scambi, raggiungendo 428.3 miliardi di euro nel 2011 per i beni e 42.6 miliardi per i servizi, con potenziali aperture di rilievo.

Lo scorso anno le esportazioni europee verso la Cina sono, infatti, incrementate di oltre il 20%, raggiungendo 136 miliardi di euro, mentre le importazioni dalla Repubblica Popolare hanno raggiunto i 292 miliardi di euro. Un deficit di bilancia commerciale con la Cina, il nostro, che  decresce di circa il 10% l’anno, denotando un aumento delle nostre esportazioni, contro un volume stabile di importazioni cinese rappresentato principalmente da apparecchiature elettroniche, calzature, settore tessile, ferro ed acciaio.

In quest’ottica, va tenuto conto che circa la metà delle esportazioni provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese, provengono a loro volta da multinazionali asiatiche con sede legale in Giappone, a Taiwan, Hong Kong e Corea del Sud. Si tratta principalmente di commercio intrasettoriale che vede assemblare in Cina prodotti semilavorati.  In tutto questo, bisogna tuttavia riscontrare il ruolo solo marginale ricoperto dalle imprese europee installate sul territorio cinese.

A fronte del grande volume di importazioni provenienti dalla Cina, gli strumenti di difesa del commercio disciplinati dal diritto internazionale coprono solamente l’1% del volume totale. La maggior parte degli strumenti di difesa applicati dall’Unione europea sono di pertanto di tipo non politico. Da quanto rilevato nel mese di settembre dalla Commissione europea, l’Unione ha infatti in essere 50 misure anti-dumping e una misura anti-sussidio verso le importazioni cinesi. Da parte cinese, stanno invece aumentando le barriere commerciali per le imprese estere, dissimulate da specifici standard, mentre ferme restano le restrizioni applicate dalla Repubblica Popolare all’esportazione di materie prime. Il tutto, sommato a difficoltà di accesso a sussidi e finanziamenti, caratterizzato da un operato governativo spesso poco trasparente.

Sul fronte degli investimenti diretti esteri in Europa, la Cina provvede solamente all’1.4% del totale; mentre, consistenti sono gli investimenti provenienti dall’Unione verso la Repubblica Popolare, che arrivano a costituire circa il 20% del totale, pari a 17.8 miliardi di euro. Settore nel quale l’Unione europea si trova a competere con Taiwan, Hong Kong, Stati Uniti e Giappone.

Di certo rileva ancora la chiusura del mercato interno cinese alle imprese europee, dove solo 23 delle 22mila licenze nelle telecomunicazioni rilasciate dal 2001, sono andate a strutture di servizi di imprese appartenenti all’Unione. Oneri amministrativi e impossibilità di impiegare avvocati cinesi, o di abilitare avvocati stranieri ai fori cinesi rendono tutt’ora difficoltosa la compenetrazione in questo campo.

Da ultimo, va sottolineato come il problema più gravoso per le imprese europee resti il mancato rispetto da parte della Repubblica Popolare dei diritti di proprietà intellettuale, il 73% del materiale contraffatto presente nell’Unione è infatti di provenienza cinese; stimando inoltre che per le imprese europee in Cina le perdite dovute al mancato rispetto della proprietà intellettuale si attestano attorno al 20% dei ricavi, comportando un incremento del turn-over delle imprese europee in Cina, dovuto a fallimenti indotti.