SUDAN. Il volto femminile della guerra e della resilienza

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Il Sudan rappresenta oggi una delle più gravi crisi umanitarie e politiche del continente africano, un teatro in cui si intrecciano interessi regionali e globali, conflitti etnici e di potere, e dove la condizione delle donne riflette in modo drammatico la frammentazione di uno Stato in dissoluzione. Dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, il Paese aveva intravisto la possibilità di una transizione democratica, ma il colpo di Stato militare del 2021 e lo scoppio del conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) nell’aprile 2023 hanno annullato ogni prospettiva di pace, riportando la popolazione civile in una spirale di violenza sistemica.

Le donne sudanesi erano state protagoniste della rivoluzione del 2019: studentesse, professioniste e attiviste avevano riempito le piazze di Khartoum, chiedendo giustizia, libertà e uguaglianza. La loro mobilitazione aveva incarnato un nuovo volto del femminismo africano, radicato nelle comunità locali ma aperto ai diritti universali. Con la ripresa del conflitto armato queste stesse donne sono tornate a essere bersaglio di violenze sessuali, persecuzioni e abusi usati come strumenti di guerra. Organizzazioni locali come la Sudanese Women’s Union e la rete No to Women’s Oppression denunciano quotidianamente l’uso sistematico dello stupro e della detenzione arbitraria da parte delle milizie, mentre le Nazioni Unite parlano di livelli di brutalità che richiamano i crimini del Darfur del 2003

Un fenomeno emergente è il coinvolgimento diretto delle donne nelle strutture operative delle Forze Armate Sudanesi e, più in generale, nella difesa delle proprie comunità. In diverse regioni, come il River Nile State e il Red Sea State, sono stati istituiti campi di addestramento destinati a donne e ragazze, con età comprese tra i 17 e i 50 anni. L’addestramento prevede difesa personale, uso di armi leggere, ruoli di supporto medico e logistico, e in alcuni casi formazione al combattimento leggero. Le partecipanti dichiarano motivazioni legate alla difesa personale e alla protezione della famiglia, ma anche al senso di responsabilità civica e patriottica.

Tra le voci più significative emergono quelle di militanti e attiviste come Anahid Sayf al-Din che afferma che la partecipazione affianco dell’esercito regolare è un dovere, anche per le donne, perché occorre difendere la propria terra, la sicurezza nazionale, l’onore e l’economia del Paese. La sua testimonianza mostra come alcune donne percepiscano l’addestramento militare come strumento di autodifesa in un contesto di insicurezza diffusa, ma anche come partecipazione politica e simbolica alla guerra in corso. Parallelamente, attiviste come Amira Osman Hamed denunciano i limiti di questo paradigma, in quanto sostiene che le donne vengono uccise, stuprate e sfollate, fino a morire in povertà e malattia. E ancora, Hala al-Karib, direttrice della Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa (SIHA), contestualizza le scelte delle donne nel quadro strutturale della crisi dichiarando che le donne sudanesi versavano in una situazione complessa ancora prima del conflitto in essere. La guerra ha solamente intensificato la realtà delle violenze contro le donne, con l’uso sistematico di stupro, rapimenti e uccisioni indiscriminate. Molte donne non hanno i mezzi necessari per migrare e quindi l’arruolamento risulta una scelta plausibile. Queste testimonianze evidenziano come il coinvolgimento femminile nelle SAF o in ruoli paramilitari non sia solo una questione militare, ma una risposta pragmatica a un contesto di estremo rischio personale e sociale. Molte donne partecipano all’addestramento come strumento di autodifesa in zone dove domina la violenza sessuale e dove l’assenza di protezione statale è totale.

Sul piano geopolitico il conflitto sudanese si inserisce nella competizione per l’influenza nel Sahel e nel Corno d’Africa. L’Egitto sostiene l’esercito regolare di Abdel Fattah al-Burhan, temendo che il caos ai suoi confini possa rafforzare i Fratelli Musulmani o destabilizzare la propria sicurezza nazionale. Dall’altro lato, le RSF di Mohamed Hamdan Dagalo (Hemetti) ricevono supporto indiretto da reti economiche e militari legate agli Emirati Arabi Uniti, interessati a controllare le rotte commerciali e aurifere del Darfur e del Mar Rosso. La Russia ha mantenuto una presenza costante, fornendo addestramento e armi in cambio di accesso alle miniere d’oro e a posizioni strategiche sulla costa.

Questa convergenza di interessi esterni rende quasi impossibile qualsiasi mediazione internazionale credibile. Le potenze occidentali, impegnate nelle crisi in Ucraina e in Medio Oriente, hanno adottato una posizione di condanna formale, ma di sostanziale inattività. Nel frattempo, l’Unione Africana e l’IGAD faticano a imporre una linea diplomatica comune, ostacolate da divisioni interne e dalla mancanza di leve economiche. Il risultato è un Paese diviso in più fronti, dove la popolazione civile è intrappolata tra milizie rivali e dove l’80% degli ospedali è fuori uso.

Per le donne questa frammentazione equivale a una cancellazione dei diritti conquistati con decenni di lotte. Nei campi profughi di Port Sudan, del Ciad e del Sud Sudan, migliaia di donne sopravvivono senza assistenza sanitaria, esposte alla fame e alla violenza. Tuttavia, la diaspora sudanese femminile sta costruendo nuove forme di resistenza: dalle reti digitali che documentano crimini di guerra, ai gruppi di sostegno psicologico fondati da rifugiate in Uganda e Kenya. Questa resilienza femminile rappresenta oggi una delle poche linee di continuità con l’eredità della rivoluzione del 2019.

La crisi del Sudan segna anche la trasformazione del Sahel da spazio di instabilità regionale a vero e proprio fronte geopolitico multipolare, dove la guerra, la sicurezza e la sopravvivenza si intersecano con il genere e la disuguaglianza. La marginalizzazione delle donne non è solo un effetto collaterale, ma una strategia di dominio funzionale al controllo dei territori e delle risorse. La violenza contro di loro è un linguaggio politico, un modo per disgregare comunità e identità collettive. L’emergere di campi di addestramento femminili, pur limitato, rappresenta sia un segnale di empowerment individuale sia un riflesso della gravità della minaccia che queste donne affrontano quotidianamente.

Eppure tutto ciò dimostra che ogni volta che il potere tenta di ridurre le donne al silenzio, nasce un nuovo movimento. Le attiviste sudanesi, pur perseguitate e costrette a militare in condizioni estreme, rappresentano la resistenza. Le testimonianze di Anahid Sayf al-Din, Amira Osman Hamed e Hala al-Karib offrono una prospettiva concreta su come la guerra abbia trasformato il ruolo delle donne da vittime a partecipanti attive, anche se in un contesto estremamente fragile e strumentalizzato.

Beatrice Domenica Penali

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