#WARINSUDAN. Darfur, oro e legami tribali la fortuna dei Dagalo

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Mohamed Hamdan Dagalo (Alias Hemedti), comandante delle RSF, e sul vice, nonché fratello maggiore, Abdul Rahim Hamdan Dagalo Musa sono tra i protagonisti della rivolta in Sudan. E la biografia dei fratelli Dagalo per quanto si avvolta in un alone di mistero ci fa comprendere le attuali alleanze tra i popoli interessati dallo scontro civile sudanese tra le RSF e le Forze Armate sudanesi (SAF)

BBC, The Guardian e Al Jazeera concordano sul fatto che la famiglia Dagalo provenga dal Ciad e che questa appartenga al clan Mahamid, uno dei 5 rami della tribù araba e musulmana dei Rizeigat. Secondo alcune fonti le origini arabe del clan Mahmid sarebbero probabilmente discendenti da gruppi etnici yemeniti. Più nello specifico la tribù Rizeigat, appartenente al popolo nomade Baggara, ha occupato da diverse generazioni la maggior parte dei territori compresi tra il Darfur e il Ciad. I Rizeigat sono famosi per essere nomadi allevatori di cammelli, attività che secondo alcune fonti avrebbero permesso alla famiglia Dagalo di acquisire un discreto potere. In età moderna, spesso i nomadi allevatori si sono trovati in competizione, o anche in scontro diretto, con i popoli di agricoltori. Le motivazioni degli scontri etnici non si limitano alla religione o alla diversa etnia, ma vanno ricercate soprattutto nella scarsità delle risorse stesse, la quale ha determinato il fallimento di tutti gli storici accordi di collaborazione tra le comunità nomadi di allevatori e quelle agricole. E che ha portato a scontri diretti finiti il più delle volte in un bagno di sangue. 

Proprio nei territori, abitati dalla loro tribù, lungo il confine tra il Ciad e il Sudan, entrambi i fratelli Dagalo hanno svolto i loro primi anni della carriera militare come ufficiali nelle guardie di frontiera, pagate dall’ex Presidente sudanese Omar al Bashir. La famiglia Dagalo in quegli anni fonda Al Junaid Multi Activities – nota anche come Al Junaid / AJMAC – società che gestisce vari settori economici: estrazione e commercio dell’oro, trasporti, costruzioni stradali e infrastrutture, autoveicoli, ferro e acciaio. 

“Secondo un reportage del 2020, Al Junaid avrebbe prodotto circa 150 kg d’oro al giorno in uno dei siti nel Sud Darfur, nell’area vicino alla città di Songo. Rapporti più recenti stimano che la miniera di Jebel Amer, invece, produca fino a circa 50 tonnellate d’oro/anno nelle aree sotto il controllo della RSF, rendendola una delle più importanti del continente africano.” Riportato da un giornale sudanese.

Chiaramente grazie alla conoscenza del territorio, dovuta anche all’esperienza passata lungo i confini sudanesi con il Ciad, si può capire che per le RSF (finanziate anche con l’oro della famiglia Dagalo) risulta facile evadere le sanzioni internazionali che gravano sulla società Al Junaid, attraverso il contrabbando nel deserto. Noto ormai da tempo è il collegamento tra l’aeroporto di Amdjarass in Ciad, utilizzato principalmente dagli Emirati Arabi Uniti, e le truppe di Dagalo. Considerando gli elementi sopracitati, le RSF contrabbanderebbero l’oro oltre il confine, eludendo e corrompendo le autorità ciadiane, per poi scambiarlo con gli armamenti e i mezzi emiratini atterrati nel Ciad.

Oltre alle miniere di Jebel Amer e Songo, secondo la stampa locale, le RSF avrebbero preso il controllo delle miniere nella città di Talodi nel Kordofan Meridionale, dei siti d’estrazione d’oro vicini alla città di Hashaba sul confine con il Ciad. Anche le miniere vicino alla città di En Nahud, nel Kordofan Occidentale, sono attualmente sotto il controllo delle RSF. Nel Nord del Paese la situazione è analoga.

“I minatori hanno sottolineato che la maggior parte della produzione aurifera viene contrabbandata in Libia ed Egitto dopo essere stata raccolta nel mercato minerario locale. Ciò è dovuto agli elevati margini di profitto rispetto ai mercati sudanesi di Al Khanaq. Hanno osservato che il prezzo di un grammo d’oro prima che le RSF prendessero il controllo era di 250.000 lire egiziane, ma in seguito è sceso a 120.000-130.000 lire egiziane. Il triangolo di confine tra Sudan, Egitto e Libia comprende diverse miniere d’oro, le più note delle quali sono “Katmt, Qala’a e Al-Hamra” in Sudan, e altre miniere situate in territorio egiziano, sfruttate tramite il contrabbando. Così i giornalisti sudanesi riportano le interviste ad alcuni minatori locali successivamente all’occupazione delle RSF. 

La fitta rete logistica che permette il contrabbando d’oro sul territorio è garantita dai collegamenti capillari che i fratelli Dagalo sono riusciti a mantenere nel tempo, sfruttando le origini e i legami storici tra le tribù da cui discendono. 

Gabriele Leone

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