
Domenica prossima la Siria si appresta a tenere le prime elezioni parlamentari dalla caduta di Bashar al-Assad, spodestato a dicembre da un’offensiva ribelle. Si tratta di un evento senza precedenti negli ultimi cinquant’anni, durante i quali il potere è rimasto saldamente nelle mani della dinastia Assad e del partito Baath. Le elezioni del passato, pur formalmente aperte a tutti i cittadini, erano poco più che una farsa: il parlamento era dominato da una sola forza politica e l’unica fase minimamente competitiva era rappresentata dalle primarie interne al partito stesso.
Il processo di formazione del nuovo parlamento è stato formalmente avviato il 13 giugno, quando il presidente ad interim Ahmad al-Shara ha annunciato la creazione di un Comitato Supremo per le Elezioni dell’Assemblea Popolare (il “Comitato Supremo”) composto da 11 membri. Il comitato è responsabile della progettazione e della supervisione di un sistema elettorale indiretto basato sui collegi elettorali anziché sul voto pubblico diretto.
Ora, con Assad fuori scena, le autorità ad interim cercano di ridisegnare il processo politico. Ma il cambiamento è, almeno per ora, più formale che sostanziale. Il nuovo parlamento sarà composto da 210 seggi, dei quali solo due terzi saranno eletti e un terzo verrà nominato direttamente dal presidente ad interim, Ahmad al-Sharaa. Gli elettori non saranno i cittadini siriani, bensì circa 6.000 membri di collegi elettorali, selezionati in 50 distretti su 60. L’obiettivo è selezionare tecnocrati e accademici. I delegati vengono selezionati per entrare a far parte del collegio elettorale dalla sottocommissione del governatorato secondo 17 criteri rigorosi. Almeno il 20% dei delegati deve essere donna e almeno il 3% deve avere una disabilità. In alcune zone cruciali come la provincia di as Suwayda e le aree curde del nord-est (ad eccezione del distretto di Maadan, di Tala Byad e Ras al Ayn, quest’ultime sotto controllo delle fazioni filo turche del SNA), le votazioni sono state rinviate a causa di forti tensioni e di stallo politico con il governo centrale. Di conseguenza, diversi seggi resteranno vacanti. Il comitato ha affermato che le votazioni in queste aree sarebbero state rinviate fino a quando le condizioni lo consentiranno. Nel frattempo, il consiglio legislativo sarà ridotto a 201 membri. Il nuovo parlamento avrà quindi un mandato di 30 mesi, durante i quali le autorità dovrebbero lavorare per costruire le basi di un processo democratico più inclusivo e rappresentativo.
Secondo il Comitato, questo approccio è inteso ad adattarsi alla natura transitoria e legislativa, non rappresentativa, del nuovo parlamento a causa della mancanza di infrastrutture, come dati censuari affidabili e registrazione degli elettori per condurre elezioni dirette. Dopo quasi 14 anni di guerra civile, milioni di siriani risultano sfollati, dentro e fuori i confini del Paese. Molti hanno perso i documenti e risulta praticamente impossibile stilare un registro elettorale affidabile. La distribuzione dei seggi si basa infatti sulla popolazione dei 14 governatorati della Siria, secondo il censimento del 2010. Ogni governatorato è ulteriormente suddiviso in distretti elettorali allineati alle sue divisioni amministrative.
Eppure, le criticità non mancano. Gli osservatori denunciano l’assenza di criteri chiari nella selezione dei membri dei collegi elettorali e la totale mancanza di supervisione indipendente. Ci sono state numerose obiezioni sulla trasparenza delle liste: candidati rimossi senza spiegazioni, collegi formati con logiche opache, e un rischio concreto di manipolazione dell’intero processo.
Sul fronte dell’inclusività, la situazione è ambivalente. Le donne rappresentano solo il 14% dei candidati, nonostante l’impegno dichiarato a garantire almeno un 20% nei collegi. La rappresentanza delle minoranze religiose ed etniche resta un punto dolente. L’assenza di una quota fissa per drusi, curdi o alawiti — già colpiti da episodi di violenza settaria negli ultimi mesi — solleva interrogativi profondi sulla reale volontà di costruire un parlamento che rifletta la complessità del tessuto sociale siriano. Anche se stupisce (o forse no) l’annuncio della candidatura del siro-americano Henry Hamra all’Assemblea popolare del distretto di Damasco, diventando il primo candidato ebreo all’Assemblea popolare siriana dal 1967. Nel suo annuncio elettorale, Hamra si impegna a collaborare con la comunità siriana negli Stati Uniti per abolire il “Caesar Act”, il pacchetto di sanzioni economiche alla Siria.
Va riconosciuto che alcune scelte, come il tracciamento dei distretti elettorali per mantenere maggioranze minoritarie locali, dimostrano almeno un tentativo di garantire una certa equità. Anche dal punto di vista procedurale, il Comitato ha adottato un approccio più trasparente e partecipativo organizzando forum pubblici e incontri provinciali per presentare il quadro elettorale e raccogliere feedback. Il Comitato ha anche firmato un memorandum d’intesa con cinque diverse organizzazioni della società civile allo scopo di cooperare nell’attuazione di programmi di formazione e sensibilizzazione relativi alle elezioni ai membri delle sottocommissioni e degli organi elettorali. Ha inoltre approvato una tabella dei requisiti necessari per l’appartenenza agli organi elettorali, quelli più rilevanti sono i seguenti: 1. Non essere mai stati membri o candidati all’Assemblea Popolare dal 2011, a meno che non dimostrino la loro defezione; 2. Non essere in alcun modo sostenitori del precedente governo o di organizzazioni terroristiche; 3. Non essere un sostenitore della secessione, della spartizione o cercare sostegno straniero. Né essere un membro delle forze armate o dei servizi di sicurezza. Ha inoltre introdotto garanzie procedurali, come termini per le obiezioni e commissioni di appello per esaminarle. Sono stati infatti esclusi i sostenitori di Assad dopo un’attenta indagine. Inoltre, la possibilità per il Presidente di nominare un terzo dei parlamentari è stata presentata come uno strumento per bilanciare eventuali squilibri di rappresentanza. Tuttavia, il rischio è che tale potere si trasformi in un altro strumento di controllo, più che in una leva per la democratizzazione.
Tornando al meccanismo elettorale, il Comitato supremo annuncia le elezioni almeno due giorni prima. Il voto si svolge in un solo giorno, per tre ore a partire dalle 9:00, con possibilità di proroga. I media possono accedere ai seggi con autorizzazione. Lo scrutinio è pubblico e immediato; in caso di parità si vota di nuovo il giorno successivo. I ricorsi sono ammessi entro tre giorni e decisi entro cinque. I risultati finali vengono trasmessi alla Presidenza della Repubblica, che nomina i membri dell’Assemblea Popolare, inclusi un terzo scelti direttamente. Entro una settimana dall’emanazione del decreto, l’Assemblea tiene la prima seduta, presieduta dal membro più anziano e con funzioni di segretario dal membro più giovane. In questa sessione vengono eletti il Presidente, i suoi due vice e il Segretario. L’elezione avviene a scrutinio segreto e a maggioranza. Nella seconda seduta i membri prestano giuramento davanti al Presidente ai sensi dell’articolo 27 della Dichiarazione Costituzionale.
In definitiva, le elezioni di domenica saranno sì un banco di prova, ma più per le intenzioni del governo provvisorio che per la reale volontà popolare. Senza il coinvolgimento diretto dei cittadini, senza garanzie di trasparenza e senza una cornice pluralista in cui operare, il nuovo parlamento rischia di nascere già delegittimato. Il cammino verso una Siria democratica è ancora lungo e incerto. Ma se queste elezioni vorranno davvero segnare una svolta, dovranno essere solo l’inizio di un processo più profondo, che sia inclusivo, trasparente e, soprattutto, partecipativo.
Cristina Uccello
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