I bivi del conflitto siriano

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bandiera siriana

 

 

 

 

Il 3 ottobre 2012 il fuoco d’artiglieria siriano ha colpito abitazioni civili turche al confine causando la morte di 5 civili e provocando la reazione da parte della Turchia la quale ha colpito tra il 3 ed il 4 ottobre postazioni militari siriane al confine (AGC Communication – La Turchia bombarda i territori siriani).  Il 4 ottobre il parlamento turco ha approvato il mandato per le operazioni militari in territorio siriano con l’intento quindi di prevenire ulteriori azioni ostili da parte delle truppe governative di Bashar al-Assad nei confronti dei civili turchi (AGC Communication – Il parlamento turco approva il mandato per le operazioni militari in Siria) invocando l’articolo 4 della NATO che permette ad uno stato membro di rispondere alle ostilità in caso di minaccia della propria sicurezza e della propria sovranità nazionale.

E’ pur vero però che sull’accaduto, che ha visto coinvolte le truppe governative siriane con relativa uccisione di civili turchi il 3 ottobre, Damasco inizialmente aveva dichiarato di voler indagare per comprendere meglio la dinamica degli eventi, non confermando mai la propria colpa, l’intenzione di compiere tale azione e non esprimendo mai la motivazione per tale gesto. Gesto che ha avuto invece un risvolto positivo sulle truppe ribelli dell’opposizione che ora hanno trovato una zona “cuscinetto” dove poter riorganizzare le proprie forze e coordinare le proprie azioni vista la “protezione indiretta” della Turchia nella zona grazie anche al posizionamento del sistema europeo missilistico di difesa verso la Siria con l’intento di monitorare le azioni delle truppe siriane e prevenire un ulteriore attacco (AGC Communication – La Turchia indirizza il sistema europeo missilistico di difesa verso la Siria).

La perplessità sulla volontà da parte siriana di colpire direttamente la Turchia è data dal fatto che durante operazioni militari di confine è possibile per errore di calcolo colpire o coinvolgere aree estranee alla guerra civile a causa della vicinanza della stessa artiglieria siriana, impegnata nel reprimere l’azione delle truppe ribelli, dal confine turco di soli10 km. 

La domanda che ci si può porre è, sulla base dei propri armamenti, se la Siria voglia veramente entrare in guerra con la Turchia.

Se si analizzano gli eserciti di Turchia e Siria si vede come lo stato turco, membro NATO il quale ha ricevuto il supporto della stessa Alleanza Atlantica dopo l’accaduto del 3 ottobre (AGC Communication – La NATO difenderà la Turchia dalla Siria), dispone di un potenziale bellico superiore a quello di Damasco: Ankara infatti può avvalersi di jet da combattimento fabbricati in occidente ed inoltre il vecchio equipaggiamento che era fornito ad un esercito di circa 1 milione e mezzo di uomini è stato modernizzato e unito alle nuove postazioni radar e ai droni spia di cui lo stato turco si è ultimamente dotato. Inoltre la Turchia è da 25 anni impegnata nella lotta contro il Partito dei Lavorato Curdi (PKK), azione che gli ha permesso di sviluppare una esperienza bellica e tattica superiore rispetto a quella siriana, come si può evidenziare dall’ultimo attacco aereo alle basi dei militanti curdi avvenuto il giorno 8 ottobre 2012 (AGC Communication – Attacco aereo turco alle basi curde del nord Iraq).

La Siria dal canto suo, impegnata e logorata da 18 mesi di guerra civile che hanno ridimensionato il numero dei suoi uomini e del suo potenziale bellico, durante il regime di al-Assad aveva avviato una politica che mirava il paese a dotarsi di missili sofisticati a lungo raggio, sistemi di difesa aerei e armi chimiche per prevenire gli attacchi aerei da Israele; il dotarsi di mezzi all’avanguardia e tecnologici aveva però lasciato impreparato il regime in caso di guerriglia urbana all’interno delle stesse città siriane perché questo tipo di guerra richiede una fanteria mobile con una grande quantità di armi leggere. 

Attualmente la Siria figura come il maggior importatore di armi dalla Russia del Medio Oriente, attività che ha subito un notevole incremento rispetto a 20 anni fa: di recente la Siria ha tentato di ottenere da Mosca elicotteri d’attacco Mi-24, aerei da combattimento MIG-29 e Yak-130, inducendo però una protesta internazionale che ha impedito la consegna di tale materiale bellico. Mentre il Cremlino si è impegnato a non fornire nuove armi alla Siria, anche se l’11 ottobre un aereo proveniente da Mosca e diretto a Damasco è stato intercettato dall’aviazione turca e costretto ad atterrare ad Ankara perché sospetto di trasportare armi (AGC Communication  – La Turchia ha intercettato un aereo russo diretto in Siria sospettato di trasportare armi), non è ancora chiaro se Assad abbia ottenuto già le armi che aveva ordinato prima dello scoppio della guerra civile. 

Le armi di grosso calibro e tecnologiche rappresentano in una guerra civile di logoramento una risorsa inutile se non vengono unite a quelle di piccolo taglio e leggere utili per il combattimento urbano, le quali potrebbero essere state ottenute dal governo siriano dall’Iran, principale alleato regionale, grazie all’utilizzo dello spazio aereo iracheno che ha permesso a Teheran di trasportare anche armi di fanteria e personale militare in Siria secondo quanto riportato dai funzionari americani.

Anche se l’Iraq ha affermato il suo impegno nel condurre ricerche inerenti i voli che dall’Iran sono diretti in Siria per il rifornimento di armi, appare chiaro che l’amministrazione irachena non ha le forze necessarie per condurre tali operazioni e per obbligare un aereo militare iraniano all’atterraggio.

Nel confronto bellico risulta per numero di uomini, professionalità ed esperienza, totalità di arsenale militare, superiore la Turchia alla Siria e per questo appare strano che Damasco con le proprie azioni di confine abbia voluto direttamente coinvolgere lo stato turco rischiando di causare un conflitto  e di aprire un altro fronte che, oltre a favorire i ribelli, causerebbe la possibile caduta del regime di Bashar al-Assad.

Il prolungamento della guerra civile, arrivata oramai a 18 mesi, è dovuto anche al divario bellico tra le forze governative e quelli ribelli, le quali sono datate delle armi rinvenute negli arsenali militari delle basi conquistate oppure comprate al mercato nero; la possibilità di utilizzare i mezzi corazzati sottratti alle truppe regolari siriane è molto limitata per i ribelli siriani a causa del mancato accesso alle fonti utili per l’approvvigionamento di idrocarburi. L’elemento che sta permettendo il proseguimento del conflitto è rappresentato invece dalle armi improvvisate e dagli ordigni artigianali che, sulla falsa riga di quelli utilizzati negli ultimi anni in Iraq, rappresentano una risorsa importante per la guerriglia urbana.

Ad unirsi al conflitto ci sarebbero poi tutti quei gruppi di militanti islamici che dallo scoppio della guerra civile sono cominciati ad apparire sul territorio siriano: il 13 ottobre il Capo del Consiglio dell’opposizione militare di Aleppo, il Colonnello al-Akkar, ha riportato che le truppe libanesi Hezbollah starebbero combattendo in Siria confermando le parole del’ex Primo Ministro Saad al-Hariri il quale aveva riferito che gli Hezbollah avevano inviato i propri combattenti e le armi in supporto al regime di Assad ed avevano partecipato alle operazioni militari dirette contro l’opposizione ordinate direttamente dal presidente.

Ai militanti libanesi potremmo aggiungere anche Jabhat al-Nusra, il maggiore gruppo jihadista presente nel paese che è stato autore di una serie di attacchi suicida in Siria e che ha un’affiliazione diretta con al-Qaeda in Iraq. Scopo del gruppo jihadista è quello di reclutare personale suicida e di seguire il “modello di Zarqawi”, numero uno di al-Qaeda dopo la morte di Osama Bin Laden, che dopo l’occupazione statunitense nel territorio iracheno aveva lanciato una campagna di attacchi suicidi rivolta contro le truppe americane.

Importante è anche la presenza del PKK nella regione nordorientale della Siria, visto che il gruppo di militanti curdi attualmente controlla almeno 10 città in tale regione, alcune vicino al confine turco, al punto da costituire una minaccia per la stessa Turchia.

L’interesse per la Siria è stato manifestato anche dall’Occidente, che monitora giornalmente gli eventi ed i risvolti della guerra civile: gli Stati Uniti avrebbero infatti inviato segretamente una task force composta da più di 150 persone tra militari e specialisti in Giordania con il fine dichiarato di controllare i flussi migratori provenienti dalla Siria ma con la missione principale di intervenire in caso di utilizzo di armi chimiche nel conflitto (AGC Communication – Militari americani in Giordania per monitorare la crisi siriana).

Alla luce di questi eventi rimane da chiedersi per prima cosa quali sono i fattori e le potenze che operano all’interno e all’esterno del conflitto siriano ed in che modo questi abbiano influenzato ed influenzeranno l’andamento degli eventi e poi ci si deve interrogare se la Siria non rischi di divenire una “nuova Libia”, ossia un paese che dopo aver cacciato o ucciso il proprio dittatore, sia dato in mano ai diversi gruppi ribelli che hanno partecipato alla guerra civile tra cui figurano anche esponenti Salafiti ed affiliati di al-Qaeda.

Gli esperti militari sostengono che il regime di Assad non è minacciato dalle truppe ribelli, vista la sua supremazia a livello militare, invece il pericolo maggiore per la sua stabilità deve essere visto all’esterno, alla vicina Turchia che potrebbe con il suo intervento al confine costituire uno scudo per i ribelli e con le sue operazioni militari creare un corridoio diretto verso Damasco per l’esercito dell’opposizion, e dall’Occidente che, preoccupato dalle armi chimiche, potrebbe ordinare un intervento NATO e far capitolare il regime di Damasco. La caduta in “mani sbagliate” di un paese con un potenziale militare, missilistico e chimico notevole (e superiore a quello libico) potrebbe rappresentare per l’Europa e per tutto l’Occidente un errore che difficilmente potrebbe essere rimediato.