#ISRAELHAMASWAR. Accordi sui prigionieri a gennaio, parti molto distanti. Raid aerei sulla striscia di Gaza: colpito centro operativo di Hezbollah a 50 km dai confini con Israele

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Il voto sulla richiesta di cessate il fuoco al Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato rinviato su richiesta degli Stati Uniti. In una telefonata con i suoi omologhi di Francia, Germania e Gran Bretagna, Blinken ha confermato l’impegno a creare uno Stato palestinese. I negoziati su un progetto di risoluzione del Consiglio di Sicurezza sul cessate il fuoco a Gaza sono dunque falliti.

Secondo il New York Times: Israele non è riuscito a raggiungere nessuno dei leader di Hamas all’interno di Gaza nonostante i continui bombardamenti della Striscia da 10 settimane. Mentre secondo l’Ufficio stampa governativo a Gaza: sarebbe arrivato a 20mila il numero dei morti nella Striscia di Gaza dall’inizio del conflitto.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità informa che il nord di Gaza è rimasto senza ospedali funzionanti: «Chiediamo un cessate il fuoco umanitario a Gaza per ripristinare i servizi sanitari essenziali e per fermare lo spargimento di sangue». 

Seconda la Mezzaluna Rossa Palestinese: 800.000 palestinesi nelle zone settentrionali della Striscia di Gaza sono privati ​​dei servizi medici. L’Osservatorio euromediterraneo: «Abbiamo monitorato la morte di decine di malati e feriti, anche all’interno degli ospedali e degli ambulatori, a causa della mancanza di assistenza sanitaria, oltre alla morte di decine di altre persone nelle loro case perché non era possibile trasferirli negli ospedali». «Le condizioni nella Striscia di Gaza, soprattutto nella città di Gaza e nel suo nord, sono estremamente disastrose, in termini di erogazione di servizi sanitari». «23 ospedali su 35 nella Striscia di Gaza sono fuori servizio, mentre 9 ospedali funzionano parzialmente e 4 ospedali funzionano al minimo e con servizi molto limitati». 

È partito il 20 dicembre il convoglio di primo soccorso dalla Giordania a Gaza, composto da 46 camion, che trasportavano circa 750 tonnellate di scorte alimentari nella Striscia. 

E se Israele è pronto a mediare per un cessate il fuoco di due settimane Hamas-al Quds- al Qassam hanno detto che o ci sarà un cessate il fuoco permanente o non se ne parla. 

L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti ha detto alla CNN: “Israele è pronto a fermare i combattimenti in cambio del rilascio del maggior numero possibile di ostaggi. Anche in questo caso Hamas ha risposto con la richiesta di un cessate il fuoco perenne e la liberazione di Marwan Barghouti, Abdullah Barghouti e Ahmed Saadat. 

Nel frattempo si indebolisce sempre di più la figura di Netanyahu e da più parti chiedono le sue dimissioni. Un rappresentante della Knesset israeliana ha dichiarato ai media israeliani: «Netanyahu è un fallimento ed è diventato una pietra sul collo del nostro Stato, quindi deve andarsene». Ehud Barak: «Netanyahu ha affondato il Titanic israeliano e il suo governo deve essere rovesciato. Non è degno di fiducia e si preoccupa solo dei propri interessi». Barak ha poi aggiunto: «Netanyahu ha guidato il Titanic israeliano e ci ha affondato mentre eravamo a bordo e ora chiede di mettere le mani sul volante della nave sostitutiva». «Dobbiamo lasciarlo cadere adesso, perché è un peso e un pericolo che minaccia Israele».

Il ministro degli Affari Esteri israeliano, Eli Cohen ha detto: «Uccideremo Haniyeh e Meshaal e non moriranno di morte naturale». Il giornale Yedioth Ahronoth riferisce che l’esercito israeliano probabilmente ridurrà presto la sua attività a Gaza. Tra le informazioni dettate dal giornale quella che i combattenti di Hamas si sono infiltrati in aree che l’esercito riteneva sicure fino a due settimane fa.

Secondo il giornalista Nahum Barnea su Yedioth Ahronoth: «Gli obiettivi fissati dal vertice politico per l’esercito non sono realizzabili. Questo è stato chiaro a tutti fin dal primo giorno: assassinio, eliminazione, collasso (i termini usati da Netanyahu, Galant, Gantz…), sono desideri attesi quando si parla di un attacco come quello a cui siamo stati sottoposti il ​​7 ottobre. Ma i desideri non sono piani militari, né strategici. Aspettative esagerate generano frustrazione: una frustrazione particolarmente dolorosa tra le forze combattenti e, al contrario, tra l’estrema destra che sperava in una guerra su più fronti che avrebbe portato allo sfollamento delle forze armate. milioni di palestinesi e il rinnovo degli insediamenti a Gaza». 

Sul fronte dei prigionieri tra un mese si dovrebbe raggiungere un nuovo accordo anche se le due parti attualmente vogliono cose molto diverse. Per una parte degli israeliani come l’ex primo Ministro Ehud Barak: «La liberazione dei sequestrati è una priorità, ogni giorno che passa alcuni di loro potrebbero morire, la presenza di Eizenkot e Gantz nel consiglio di guerra almeno mi permette di dormire più tranquilli. Il livello politico non ha fatto il suo dovere dal primo giorno dei combattimenti». 

Il ministro degli Esteri israeliano fa spere poi: «Invieremo ovunque il capo del Mossad per discutere con l’obiettivo di restituire i progionieri».

Il Segretario generale del Jihad islamico, Ziad al-Nakhalah ha detto: «Andremo al Cairo con una posizione chiara, ovvero fermare l’aggressione e il ritiro delle forze israeliane in aree lontane dai civili, e concludere un accordo di scambio sul principio di tutti per tutti, attraverso un processo politico concordato dalle forze palestinesi, guidate da Hamas».

Secondo il Quotidiano Haaretz: «Non ci sono progressi nei negoziati sui prigionieri e Israele esagera con le fughe di notizie per allentare la pressione pubblica. Il capo del Mossad non ha proposto un’iniziativa di scambio di prigionieri e Israele non ha chiarito i prezzi che è disposto a pagare».

Ed è proprio sul cessate il fuoco completo che le divergenze tra Israele e Hamas si fanno pesanti. Secondo le ultime informazioni trapelate dalla social sfera l’accordo proposto prevede il rilascio di 30-40 detenuti in cambio del rilascio di prigionieri di spicco e un ritiro parziale da alcune aree con una tregua da due settimane a un mese. Il no assoluto per ora è sul rilascio di Marwan Barghouti, Abdullah Barghouti e Ahmed Saadat.

La Israeli Broadcasting Corporation, segnala citando una fonte egiziana: «Sinwar ha trasmesso ai mediatori il messaggio che il tempo per accordi basati su una tregua temporanea è passato e che l’opzione rimanente è “tutto per tutti”».

A chiosare le dichiarazioni contraddittorie il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir: «Chiunque intenda fermare la guerra prima di sconfiggere Hamas e restituire i sequestrati dovrebbe tener conto che il nostro partito non è con lui (…) Il Consiglio di Guerra deve essere sciolto immediatamente ed è tempo di restituire il potere al governo allargato». 

Il Portavoce dell’esercito israeliano infine ha fatto sapere che: «Se l’organismo politico ci chiederà di fermare i combattimenti, noi li fermeremo». 

Nel frattempo l’esercito di israeliano continua a tagliare le comunicazioni e Internet dalla Striscia di Gaza 40 soldati sono rimasti feriti negli scontri nella Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore.

Circa 8.000 palestinesi sono tornati a lavorare negli insediamenti della Cisgiordania, anche in fabbriche non essenziali. E sempre in materia economica nessun container di merci è arrivato via mare da Israele da due settimane e prevediamo che ciò continui nelle prossime quattro settimane hanno fatto sapere le autorità facendo riferimento al blocco navale imposto nel Mar Rosso dagli Houthi. 

Il Comandante delle forze navali della Guardia rivoluzionaria iraniana in una nota ha fatto sapere che «Abbiamo dotato le barche di missili intelligenti per monitorare i movimenti delle navi americane nella regione». 

Ed ora uno sguardo all conflitto tra Israele e Hamas aggiornato alle 15:00 del 21.00 dicembre

L’ex direttore del Servizio generale di sicurezza israeliano ha affermato che non ci sono prospettive di vittoria nella Striscia di Gaza. I raid israeliani sono continuati nella giornata del 21 dicembre nella zona nord, sud ed est di Gaza. Tra le aree maggiormente esposte dal fuoco israeliano e dagli attentati di Hamas il quartiere Shujaiya a Gaza dove sono morti anche soldati Israelo-ucraini. 

Rinnovati bombardamenti e scontri anche nei quartieri di Jabalia, Jabalia Camp, Al-Shuja’iya e Al-Sabra. Membri della Resistenza hanno attaccato veicoli e soldati dell’occupazione vicino alla zona di Al-Saftawi, nel nord della Striscia di Gaza.

Le Brigate Al-Quds hanno rivendicato uccisione e ferimento di un gruppo di soldati nemici durante gli scontri sull’asse Sheikh Radwan all’alba del 21 dicembre. A quanto si apprende da fonti israeliane Hamas sta scavando nuovi tunnel da Qalqilya o Tulkarem verso gli insediamento di Kochav Yair e Tzur Yigal, che sono a 300 metri da Qalqilya, e i coloni sono preoccupati per i possibili attentati dai tunnel che partono da Qalqilya. 

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha riferito di attacchi al valico: «I nostri equipaggi si stanno dirigendo verso il valico di Rafah dopo aver ricevuto chiamate su feriti e feriti a seguito dei bombardamenti vicino al valico».

Agli attacchi aerei di Israele Hamas ha risposto da Gaza inviando razzi contro Tel Aviv, trentacinque sarebbero stati quelli lanciati. Esplosioni udite a Ashkelon, Ashdod e Rishon Letson.

Si intensificano gli attacchi di Israele nel nord si Israele in territorio sud libano. Dieci razzi sono stati lanciati contro gli insediamenti in Galilea dal sud del Libano da Hezbollah mentre Israele avrebbe colpito nella notte del 20 dicembre il centro di comando operativo del movimento sciita Hezbollah in Libano. Lo ha riferito il servizio stampa dell’esercito. L’attacco sarebbe avvenuto a Jebel Safi, a circa 50 km dal confine con Israele. A seguito dell’attacco sono stati segnalati feriti.


Il servizio stampa delle Forze di difesa israeliane ha riferito che i militari hanno registrato il lancio di quattro proiettili dalla Siria verso il territorio israeliano e hanno lanciato attacchi in risposta ai siti di tiro e alle postazioni dell’esercito siriano.

Dal 21 di dicembre un gruppo navale di Stati Uniti e paesi della NATO è al largo delle coste dello Yemen e nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti hanno annunciato ieri ufficialmente l’inizio dell’operazione per proteggere la navigazione marittima nel Mar Rosso. Gli Houthi, nel frattempo, continuano gli attacchi quotidiani alle navi nel Mar Rosso.

Antonio Albanese e Graziella Giangiulio

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