
Sembra che l’Amministrazione di Donald Trump stia strumentalizzando politicamente l’intelligence riguardo alla guerra in corso tra Stati Uniti e Israele in Iran. Tulsi Gabbard, l’attuale direttrice dell’intelligence nazionale, ha dichiarato la scorsa settimana al Congresso degli Stati Uniti che la valutazione sull’imminenza di una minaccia da parte dell’Iran spettava al presidente. Questa affermazione rivela come l’intelligence sia stata politicizzata e come diverse agenzie siano state ignorate nel periodo precedente al conflitto.
Come riporta The Conversation, le moderne agenzie di intelligence sono il risultato di esperienze complesse; la Central Intelligence Agency (CIA), ad esempio, fu istituita solo nel 1947, sei anni dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor. Gli Stati Uniti disponevano di informazioni sufficienti per prevedere l’attacco, ma le istituzioni dell’epoca e le interpretazioni dei leader politici non riuscirono a ricostruire un quadro completo.
Il lavoro più importante delle agenzie di intelligence consiste nel raccogliere e valutare meticolosamente frammenti di informazioni di vario genere. Esperienze come Pearl Harbor hanno portato a pratiche che mettono in guardia contro le interpretazioni individuali, costringono gli analisti a considerare alternative e sottopongono le ipotesi al vaglio critico degli esperti. Si tratta di un’impresa colossale: tra le 100.000 e le 120.000 persone lavorano oggi nella comunità dell’intelligence statunitense.
Le agenzie di intelligence, per la natura stessa delle informazioni che esaminano, spesso dispongono di dati incompleti. Devono operare con attenzione per evitare pregiudizi che spaziano da quelli interni, come il concetto di “immagine speculare”, a quelli esterni, come le interferenze politiche. La storia recente è ricca di esempi di interferenze politiche nella valutazione dell’intelligence a danno del proprio paese.
La maggior parte degli analisti europei non credeva che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina nel periodo precedente all’offensiva del 2022. Il motivo della loro incredulità risiedeva nel fatto che, dati gli obiettivi strategici dichiarati dalla Russia, un’invasione diretta avrebbe compromesso il Paese.
Gli Stati Uniti non hanno bisogno di guardare all’estero per trovare esempi simili. La più grande follia strategica americana del XXI secolo, l’invasione dell’Iraq, è stata agevolata dalla distorsione, da parte dell’amministrazione di George W. Bush, delle valutazioni della CIA che non favorivano l’obiettivo dell’invasione dell’Iraq.
Nel periodo precedente all’invasione dell’Iraq, Bush e la sua cerchia ristretta avrebbero “selezionato” le valutazioni dell’intelligence per giustificare la guerra, cadendo così vittime di una forma di pregiudizio detta pensiero di gruppo.
L’invasione dell’Iraq ha avuto conseguenze di lunga durata: compromette ancora la posizione geostrategica degli Stati Uniti in Medio Oriente e a livello globale. L’invasione, infatti, ha contribuito a rafforzare la posizione regionale dell’attuale avversario degli Stati Uniti, l’Iran.
L’amministrazione Trump non ha imparato nulla dalla debacle irachena. Nella sua testimonianza al Congresso, Gabbard ha evitato l’argomento se le agenzie di intelligence concordassero sul fatto che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Dato che Gabbard era sotto giuramento, la sua elusione suggerisce che la Casa Bianca abbia interpretato le informazioni in modo diverso respingendo o ignorando i rapporti dell’intelligence, come poi è venuto fuori.
Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, nella sua lettere di dimissioni ha sottolineato che Trump ha scelto di ignorare i briefing dell’intelligence secondo cui l’Iran non rappresentava una minaccia imminente, affidandosi invece a una ristretta cerchia di sostenitori per giustificare la sua decisione di dichiarare guerra.
I problemi derivanti dall’attacco di Trump all’Iran sono gravi e prevedibili. Non solo gli Stati Uniti non sono riusciti a ottenere un cambio di regime – uno dei motivi dichiarati per l’attacco – ma il governo attualmente al potere in Iran è persino più radicale di quello che ha sostituito.
Inoltre, il mondo si trova ora ad affrontare una crisi energetica che, secondo il capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, è peggiore dei picchi di prezzo del petrolio degli anni ’70. Ciò deriva direttamente dalla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran.
Anche se Trump sta cercando di presentare la sua decisione di attaccare l’Iran come una vittoria, la realtà dei fatti è ben diversa sia per la postura strategica statunitense in Medio Oriente, sia per la comunità dell’intelligence ma sopratutto per la sicurezza globale.
Tommaso Dal Passo
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