
Un tribunale egiziano ha ordinato la chiusura di Mada Masr, uno dei principali siti di informazione indipendenti del Paese, condannando la sua direttrice responsabile alla massima sanzione pecuniaria e disponendone l’arresto.
La sentenza, emessa martedì dal Tribunale per i reati minori del Nuovo Cairo, ha riconosciuto Lina Attalah colpevole di gestire un sito web privo di licenza, imponendole una multa di tre milioni di sterline egiziane, ordinando la chiusura della piattaforma e disponendo la confisca dei suoi beni e delle sue proprietà, riporta The Independent.
Lina Attalah è stata immediatamente posta in stato di fermo all’interno dell’aula di tribunale, in attesa del pagamento della multa; si tratta di un colpo giudiziario senza precedenti contro il giornalismo critico sotto la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi.
Le autorità egiziane sostengono che lo Stato sia impegnato a tutelare la libertà di espressione, precisando tuttavia che i media devono operare nel rispetto della legge, della sicurezza nazionale e contrastare la disinformazione.
Mada Masr, che pubblica contenuti in inglese e arabo, è attivo nel Paese da oltre un decennio. Nel 2023, la testata ha ricevuto il premio “British-Canadian Media Freedom Award” per il suo “straordinario impegno a favore di un giornalismo indipendente di alta qualità”.
Dal 2018, il sito ha presentato ripetute richieste al Consiglio Supremo per la Regolamentazione dei Media per ottenere una licenza ufficiale, senza mai ricevere risposta; la notizia del rigetto è emersa solo quando, nel 2022, i procuratori hanno sollevato la questione nel corso di un altro procedimento giudiziario.
Il team di Mada Masr ha dichiarato di voler continuare a svolgere il proprio lavoro di informazione.
Il Consiglio non ha rilasciato commenti sul caso, limitandosi ad affermare di agevolare le procedure per le testate che soddisfano i requisiti ufficiali e di voler promuovere la libertà di espressione.
Gli attivisti per i diritti umani e gli osservatori che si occupano di libertà dei media hanno descritto il procedimento – svoltosi a porte chiuse – come una “farsa”, che ha “calpestato i diritti legali di Lina”. Secondo Hossam Bahgat, direttore esecutivo dell’Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), presente in aula, il giudice ha fatto sgomberare l’aula da tutti i presenti, eccezion fatta per Lina Attalah e il suo collegio difensivo; subito dopo, sono entrati agenti della sicurezza in borghese, guardie del tribunale e un funzionario dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale. Il collegio giudicante ha respinto sistematicamente ogni istanza procedurale presentata dagli otto avvocati della difesa di Lina Attalah. Il suo legale, nominato dal giudice e sconosciuto sia all’imputata che al suo team difensivo, non ha preso la parola fino al momento della lettura della sentenza.
Il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha espresso indignazione per la condanna, mettendo in guardia contro la più ampia repressione della stampa libera attuata da al-Sisi.
È la prima volta che un tribunale egiziano ordina formalmente la chiusura e il sequestro dei beni di una testata giornalistica con l’accusa di irregolarità nelle licenze; una decisione che crea un pericoloso precedente per le altre realtà mediatiche indipendenti rimaste nel Paese.
A ottobre 2026, nel Paese risultano ancora detenuti 25 reporter.
Maddalena Ingroia
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