CINA. Strumenti e operazioni bancarie a fini politici

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L’inchiesta China Capital dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) sulla base di su 4,3 milioni di documenti interni della Industrial and Commercial Bank of China (ICBC, Zhongguo Gongshang Yanhang Gafen Youxian Gongsi), ha rivelato l’utilizzo da parte della banca cinese della sua sede londinese “come centro di finanziamento per società legate a imprenditori russi e bielorussi sanzionati, autocrati pubblicamente accusati di corruzione, stati indebitati e l’establishment politico cinese”. L’inchiesta ha inoltre, rivelato che i dirigenti della sede di Londra, agendo su mandato della sede centrale, perseguivano “obiettivi esplicitamente politici a beneficio del suo azionista di maggioranza, lo Stato cinese”, violando in alcuni casi in alcuni casi anche le proprie politiche relative alla corruzione e l’antiriciclaggio.

Tra le operazioni finite sotto la lente di ingrandimento dell’inchiesta China Capital c’è anche il trasferimento di 1,3 miliardi dalla sede londinese dell’ICBC al colosso tecnologico Huawei nel 2019, quando la società cinese finì al centro dello scontro tra Pechino e Washington. L’ICIJ rileva come dai documenti esaminati emergerebbe che i funzionari della sede londinese sospettassero che l’urgenza della transazione avesse a che fare con le allora recenti vicende giudiziarie di Huawei (si ricorderà che la società era stata accusata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di frode, violazione delle sanzioni all’Iran, che il suo Direttore finanziario nonché figlia del fondatore, Meng Wanzhou, era agli arresti domiciliari in Canada dopo essere stata fermata su richiesta statunitense e di come in rappresaglia le autorità cinesi avessero trattenuto due cittadini canadesi con le accuse di spionaggio e stupro, rimasti in carcere per oltre 1.000 giorni), specificando come ciò non avesse impedito ai banchieri cinesi di esaudire in poche ore la richiesta del colosso tecnologico. L’ICIJ evidenzia come, sebbene l’operazione non fosse di per se illegale, testimonia la facilità con cui la filiale londinese dell’ICBC “abbia aggirato i normali protocolli bancari per soddisfare le richieste della sua casa madre cinese, soprattutto quando un cliente strategico, diventato simbolo del progresso tecnologico cinese, aveva bisogno di aiuto”.

Il consorzio giornalistico, nell’ambito della sua inchiesta, ha ricostruito nel dettaglio la vicenda evidenziane le criticità. Dall’indagine dell’ICIJ si evince che dai documenti interni l’ICBC considerasse Huawei come un “cliente strategico” e quando la società aprì un conto presso la sede londinese della banca per una sua filiale britannica, la Huawei Global Finance UK Ltd., venne classificato come “cliente in uscita”, “ovvero una società cinese che necessita di supporto finanziario per espandersi all’estero”. All’epoca, spiega il consorzio giornalistico, la filiale britannica si Huawei “forniva servizi finanziari ad altre entità Huawei in tutto il mondo e, secondo i documenti, incrementò i depositi totali dei clienti di ICBC London di circa il 66%”, finché le vicende giudiziarie che tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 videro coinvolto il colosso tecnologico cinese fecero “scattare un campanello d’allarme nel sistema interno della banca”. L’IVIJ riferisce che in base ai documenti i dirigenti della ICBC di Londra avessero concordato “di sospendere temporaneamente i rapporti commerciali con Huawei fino a quando quest’ultima non avesse fornito le informazioni necessarie per valutare se i fondi depositati fossero collegati ai presunti reati”, sottolineando come per tutta risposta i dirigenti di Huawei abbiano richiesto un incontro di persona con i banchieri londinesi invece di fornire le informazioni richieste.

In base a quanto ricostruito dall’ICIJ, partendo dai documenti interni dell’ICBC, nel pomeriggio del 1 febbraio 2019 due rappresentanti del colosso tecnologico cinese si presentarono nella sede londinese della banca con l’obiettivo di ritirare “rapidamente” tutti fondi della controllata. L’inchiesta rivela come, sebbene due alti funzionari della filiale londinese dell’ICBC avessero provato ad opporsi a questa operazione poiché “Huawei era, dopotutto, uno dei maggiori depositanti della filiale e il ritiro dei fondi avrebbe comportato una perdita significativa”, i dirigenti del colosso tecnologico avevano già parlato con gli alti funzionari della banca a Pechino e anche la transazione era già stata approvata. L’ICIJ rivela, poi, come il giorno seguente i dirigenti della ICBC di pechino avrebbero avuto una teleconferenza con i nove funzionari della sede di Londra che avrebbero dovuto facilitare il trasferimento assicurando loro che la sede centrale avrebbe garantito i fondi necessari alla sua filiale per finanziare le proprie attività; la stessa mattina i 1,3 miliardi furono trasferiti dal conto di Huawei a Londra a quello di Shenzhen. 

Il consorzio giornalistico aggiunge che una volta avvisato della transazione il team di conformità della filiale londinese sarebbe scattato l’allarme, riferendo che l’allora responsabile della segnalazione di operazioni sospette presso la sede di Londra dell’ICBC, Eric Guegan (che non ha risposto alle richieste di commento pervenutegli sia dall’ICIJ che dal Times) avviò un’indagine interna interrogando, nelle due settimane successive i funzionari coinvolti nella transazione. L’ICIJ riferisce che, in base alla documentazione in loro possesso, Eric Guegan avrebbe segnalato diverse criticità relative all’operazione, in particolare “riteneva che i suoi colleghi avrebbero dovuto condurre un’indagine approfondita prima di sbloccare i fondi, ma ha osservato che la loro decisione è stata presa «sotto pressione da parte di Huawei» e della sede centrale di Pechino” evidenziando anche problemi etici come il fatto che l’ICBC in Cina avesse ignorato la decisione di sospendere i rapporti commerciali con Huawei operando la transazione senza verificare che i fondi fossero collegati a presunti crimini.

Secondo il consorzio giornalistico, Guegan avrebbe anche contestato il fatto che i funzionari londinesi non avessero messo in dubbio “l’opinione dei dirigenti di ICBC secondo cui le accuse del governo statunitense erano infondate e politicamente motivate” definendo “«non ortodossa» la loro smania di compiacere la sede centrale”, concludendo che esistesse “la possibilità che Huawei stesse cercando di rimpatriare fondi per evitare il congelamento dei beni da parte degli investigatori statunitensi incaricati delle sanzioni” e che il rapporto con la sede centrale necessitasse di una rivalutazione. L’ICIJ riferisce, inoltre, che una sua mail interna, in cui raccomandava ai dirigenti della ICBC di Londra una “due Diligence rafforzata”, ricevette immediata risposta dall’amministratore delegato il quale trasmetteva “chiare istruzioni dalla sede centrale: «continuate a fare affari con Huawei»”. Il consorzio giornalistico aggiunge inoltre che il messaggio faceva eco ad una mail precedete inviata alla filiale della ICBC di Shenzhen, in cui si richiedeva “a tutte le filiali estere di ICBC di «supportare Huawei in termini di apertura di nuovi conti e possibile espansione del business»”. 

L’ICIJ riferisce che effettivamente Huawei volesse aprire un nuovo conto corrente presso la sede dell’ICBC di Londra, e nello stesso mese incontrò alcuni funzionari della sede londinese e Guegan ad un incontro, che il responsabile della segnalazione di operazioni sospette definì “cordiale” e “svoltisi in modo trasparente” aggiungendo, tuttavia, che la politica anticorruzione di Huawei non fosse stata spiegata in modo “convincente”. Dopo aver riferito che altre filiali della ICBC avessero espresso i propri dubbi sul mantenimento di Huawei come cliente a “causa della sua opaca struttura proprietaria”, il consorzio giornalistico aggiunge che una società esterna di due diligence concluse che Huawei era un cliente ad «alto rischio» per ICBC London a causa dei suoi presunti legami con il governo cinese e delle accuse di corruzione, frode e altri reati in diversi paesi, dagli Stati Uniti alle Isole Salomone e al Brasile”, specificando che i dirigenti della ICBC di londra non tennero conto di nulla di tutto ciò. E infatti, continua l’articolo di ICIJ, Eric Guegan (poi dimessosi dalla sua posizione nel 2019) annotò che «l’alta dirigenza aveva condotto una “campagna incessante» per mantenere il cliente”.

Il consorzio giornalistico rivela, inoltre, che nel periodo di maggiore difficoltà per Huawei (quando Trump l’ aveva aggiunta, insieme a 68 controllate, alla lista di aziende con forti restrizioni sull’acquisto di tecnologia statunitense, e su pressione statunitense il Regno Unito aveva vietato ai fornitori locali l’acquisto di apparecchiature 5G Huawei) l’ICBC restò al fianco dell’ “azienda sotto attacco” aprendo, secondo un rapporto interno, nuovi conti per il colosso tecnologico a Sydney e Francoforte e “per dimostrare il suo «impegno» nell’aiutare Huawei a contrastare le sanzioni statunitensi e a diversificare le proprie fonti di finanziamento, ICBC è diventata uno dei principali sottoscrittori della prima emissione obbligazionaria nazionale dell’azienda, del valore di circa 850 milioni di dollari”.

L’ICIJ riferisce anche che degli alti funzionari bancari esaminarono, in seguito, la gestione del trasferimento dei fondi di Huawei durante una conferenza con i banchieri della sede centrale “liquidando alcuni degli errori come sviste passate”. Il consorzio riporta anche le parole del responsabile della gestione del rischio presso ICBC Londra, Robert Clark, secondo cui il caso avrebbe dimostrato la cattica cultura che la Banca aveva all’epoca, e che intervistato dall’ICIJ ha affermato che ICBC London ha sempre rispettato le normative del Regno Unito. Inoltre, come si può leggere nell’articolo in un messaggio diretto al consorzio giornalistico, in cui si rifiuta di rispondere a domande su Huawei, Clark nota che “«per la sede centrale di Pechino [Huawei] era e senza dubbio rimane un cliente prioritario» [aggiungendo che] «le problematiche legate a Huawei erano ben note nel 2019 e… abbiamo agito per proteggere ICBC London da eventuali violazioni normative»”.

“Alla fine” continua l’articolo dell’ICIJ, “ICBC London decise di mantenere la filiale britannica di Huawei come cliente e di sostenere le ambizioni globali dell’azienda”, ed inoltre, documenti interni dimostrano che in Africa “la banca ha sfruttato l’influenza di Pechino e i legami commerciali per aiutare alcuni governi ad acquisire tecnologia Huawei fornendo finanziamenti in renminbi, la valuta cinese”. Il consorzio giornalistico rileva, inoltre che nel 2022 la sede di Londra della ICBC abbia aiutato la filiale di Shenzhen a fornire un presto di 3 miliardi di dollari ad una banca nigeriana a corto di valuta statunitense “e che intendeva finanziare l’acquisizione di apparecchiature Huawei da parte di MTN Nigeria Communications, uno dei maggiori operatori di telefonia mobile del paese”. L’ICIJ sottolinea come nello stesso anno la filiale londinese annunciasse con soddisfazione di essere la banca di riferimento di “clienti come Huawei UK” evidenziando però come il colosso tecnologico continuasse a rivolgersi alla sede centrale a Pechino, invece che ai funzionari della filiale londinese quando aveva bisogno di favori da questi ultimi.

In conclusione l’ICIJ riferisce che Huawei è restata nella lista dei clienti a rischio e che richiedevano ulteriori verifiche della filiale londinese, sottolineando come nel 2023 lamentandosi del fatto che i requisiti di due diligence stessero rallentando i pagamenti il colosso tecnologico fece pressione sui funzionari della ICBC di Pechino che chiesero “con urgenza” a quelli di Londra di accelerare la procedura, ottenendo da questi il consenso “a far transitare le transazioni di Huawei attraverso il conto e a richiedere successivamente le informazioni e i documenti correlati, proprio come stavano facendo le altre filiali di ICBC in Europa”. 

Infine, il consorzio giornalistico dopo aver fatto il punto sulla situazione giudiziaria di Huawei negli Stati Uniti, riporta il parere dell’analista senior per la Cina presso l’Istituto dell’Unione Europea per gli Studi sulla Sicurezza, Tim Rühlig, secondo cui dall’incriminazione ad oggi la società cinese a venduto a gran parte del mondo tecnologie a buon mercato, diventando al contempo un’azienda di punta nel campo dell’intelligenza artificiale, conferendo alla Cina, grazie a queste dipendenze, un importante vantaggio strategico. L’ICIJ riporta che secondo l’esperto “è di vitale interesse per il partito-stato che Huawei rimanga tecnologicamente all’avanguardia, che sia competitiva e che prosperi”.

Giuseppe Cusano Lanzetta

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