
China Capital, un’inchiesta giornalistica condotta dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) basata su 4,3 milioni di documenti interni della Industrial and Commercial Bank of China (ICBC, Zhongguo Gongshang Yanhang Gafen Youxian Gongsi), ha rivelato l’utilizzo da parte della banca cinese della sua sede londinese “come centro di finanziamento per società legate a imprenditori russi e bielorussi sanzionati, autocrati pubblicamente accusati di corruzione, stati indebitati e l’establishment politico cinese”. L’indagine svolta dal consorzio giornalistico proverebbe, inoltre, che i dirigenti delle sedi di Londra avrebbero agito su mandato “della sede centrale della banca a Pechino per perseguire obiettivi esplicitamente politici a beneficio del suo azionista di maggioranza, lo Stato cinese: consolidare le alleanze, acquisire risorse naturali ed espandere il controllo sulle infrastrutture di comunicazione, energia e trasporti a livello globale”, aggirando in alcuni casi anche le proprie politiche relative alla corruzione e l’antiriciclaggio.
China Capital ha svelato i meccanismi interni della ICBC evidenziando persistenti problemi di governance delle filiali estere della banca che, in base a quanto emerso dall’indagine dell’ICIJ, sarebbe parte di una più ampia cultura aziendale ed avrebbe permesso “ai della banca di ignorare sistematicamente gli standard bancari convenzionali e i controlli interni quando necessario per promuovere gli interessi di Pechino”. L’ICIJ riferisce, inoltre, che una tarentina di dipendenti dell’ICBC sarebbero stati indagati dalle autorità cinesi per appropriazione indebita e corruzione, precisando che, stando ad un’inchiesta pubblicata nel 2023 da un’agenzia di stampa cinese, la della Industrial and Commercial Bank of China avrebbe registrato il più alto numero di dipendenti sotto inchiesta. In merito a ciò l’articolo del consorzio giornalistico riporta le riflessioni del professore di scienze politiche all’Università della California di San Diego, Victor Shih, secondo cui “la corruzione è endemica nel settore finanziario del paese ed è una conseguenza involontaria di un sistema orientato al raggiungimento degli obiettivi statali piuttosto che al profitto o al rispetto degli standard globali”. L’articolo del consorzio giornalistico spiega come con l’elezione di Xi Jinping ai vertici del Partito e dello Stato si era cercato di riaffermare l’autorità del PCC sulle banche e ci “sradicare la corruzione imponendo quelle che gli esperti definiscono ispezioni disciplinari”, rivelando al contempo come il docente di politica dell’Asia orientale all’Università di Harvard Daniel Koss abbia definito “terrificanti” dette ispezioni poiché fortemente politiche e riguarderebbero soprattutto “la lealtà al partito, non la concessione di prestiti indebiti e nemmeno la lotta alla corruzione”.
L’ICIJ riporta poi come da una serie di indagini anticorruzione rilevate nei documenti interni all’ ICIJ emergano una serie di violazioni e vulnerabilità, oltre al fatto che i dirigenti di Pechino fossero consapevoli che gli standard antiriciclaggio della banca fossero più permissivi rispetto alle controparti internazionali. Ad esempio si può leggere che questi casi frustrassero gli agenti dell’unità di prevenzione dei reati finanziari “i quali lamentavano una «generale mancanza di progressi» sulle questioni di conformità e la «riluttanza» di alcuni colleghi a seguire i consigli dell’unità, come riportato dall’agente addetto alla segnalazione di riciclaggio di denaro in una relazione per i suoi superiori.” In particolare l’articolo rivela che un addetto, citando “le tensioni tra l’unità di conformità interna di ICBC e la ricerca di affari da parte dei banchieri, menzionò 1.200 dollari per un evento di golf organizzato da Glencore, un colosso del trading e uno dei clienti più importanti di ICBC Londra. La proposta fu «considerata troppo generosa e rifiutata»”, aggiungendo nel memorandum scritto in inglese come risultasse “evidente che ogni dipartimento necessita di un elevato grado di supporto e coinvolgimento quando si occupa di reati finanziari»”.
Proseguendo nella propria analisi l’ICIJ riferisce della parabola di un funzionario dell’ICBC, Zhang Hongli, che era arrivato a diventare uno dei volti internazionali della banca, per poi dimettersi nel 2018 per non meglio specificati “motivi familiari”, andando a lavorare per un’azienda di private equity, divenendo però nel 2023 uno dei principali obiettivi della campagna di anticorruzione (l’ICIJ riporta che la sua vicenda giudiziaria si è conclusa con una condanna a morte emessa nel 2025 dal Tribunale Intermedio del Popolo di Hangzhou, sospesa per due anni per aver collaborato con le autorità).
Dall’inchiesta del consorzio giornalistico è emerso che mentre l’anticorruzione indagava su Zhang “la sede centrale di ICBC preparava in privato un rapporto riservato che dipingeva un quadro impietoso della governance interna della banca a livello globale”. Il risultato fu un documento di otto pagine, redatto a partire dalle indagini svolte nelle filiali estere dell’ICBC, in cui venivano individuate 16 criticità principali di diversa gravità. L’articolo dell’ICIJ rivela come, in base a quanto emerso dal rapporto, oltre alla mancanza in molte filiali di personale esperto in strumenti di mercato complessi, emergeva una preoccupante e “diffusa incapacità di allontanare i dipendenti che avevano commesso reati potenzialmente criminali o che non avevano effettuato un’adeguata verifica dei clienti o non avevano rispettato le normative antiriciclaggio”. Inoltre, si può leggere che, sempre secondo il rapporto, alcune unità “«hanno dipendenti che depositano ripetutamente ingenti somme di denaro di provenienza sconosciuta per conto dei clienti, conducono transazioni commerciali non autorizzate e approvano mutui ipotecari palesemente sospetti»” (non è specificata l’unità responsabile), o ancora “«alcuni istituti non sono riusciti a monitorare e gestire adeguatamente i comportamenti anomali dei dipendenti, il che ha portato a casi come l’appropriazione indebita di fondi dei clienti da parte dei dipendenti stessi»”. Secondo l’ICIJ i dirigenti dell’ICBC a Pechino temevano anche i dipendenti delle filiali stessero dilapidando il denaro della stessa banca, riportando ad esempio di spese come l’acquisto di “«monete commemorative e d’oro e d’argento come materiale promozionale in violazione delle normative»”, e ancora “canoni di locazione per uffici vuoti, telefoni cellulari costosi e quote associative per «locali esclusivi» non specificati, destinati ai dirigenti”. Tutto ciò avrebbe riguardato indistintamente sia i dipendenti di basso quanto quelli di alto livello con posizioni dirigenziali. L’articolo dell’ICIJ rivela, inoltre, come i dirigenti a Pechino fossero preoccupati dalla situazione avendo inviato il rapporto a decine di “dipendenti in oltre 40 paesi, dal Messico all’Australia, con un messaggio perentorio: «Chiediamo a tutte le filiali di prendere la questione molto seriamente»”.
A conclusione dell’analisi il consorzio giornalistico riporta l’analisi dell’esperta di politica cinese presso il Mercator Institute for China Studies (un importante think tank europeo specializzato sulla Cina) Katja Drinhausen secondo cui “l’indicatore chiave di performance per le persone inviate all’estero non era quello di essere irreprensibili e al di sopra di ogni sospetto nella gestione amministrativa e finanziaria” quanto “piuttosto (quello) di tutelare gli interessi della Cina, di assicurarsi nuovi mercati in crescita, di agevolare le cose se necessario”. Inoltre, continua l’esperta, sebbene le autorità cinesi abbiano incrementato la propria lotta alla corruzione, “le loro risorse sono in gran parte assorbite dai casi nazionali, lasciando in secondo piano le accuse di cattiva condotta all’estero”, aggiungendo che date “le dimensioni della banca e la sua presenza globale, ha aggiunto, potrebbe spettare ai paesi in cui ICBC opera vigilare su di essa e ritenerla responsabile”.
Seconda parte di un servizio più ampio, la terza parte sarà pubblicata domani.
Giuseppe Cusano Lanzetta
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