INTELLIGENCE. Le ombre dietro la più grande banca del mondo. Cinese

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Il 14 settembre l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) rendeva noti i risultati dell’inchiesta China Capital. L’indagine dell’ICJI svela come l’Industrial and Commercial Bank of China (ICBC, Zhongguo Gongshang Yanhang Gafen Youxian Gongsi), la più grande banca del mondo, muovendosi dietro le quinte operi perché Pechino possa raggiungere i suoi obiettivi geopolitici. L’inchiesta si basa su 4,8 milioni di documenti di ICBC che proverebbero l’utilizzo da parte della banca cinese della sua sede londinese “come centro di finanziamento per società legate a imprenditori russi e bielorussi sanzionati, autocrati pubblicamente accusati di corruzione, stati indebitati e l’establishment politico cinese”. L’indagine dimostrerebbe come i dirigenti delle sedi di Londra avrebbero agito su mandato “della sede centrale della banca a Pechino per perseguire obiettivi esplicitamente politici a beneficio del suo azionista di maggioranza, lo Stato cinese: consolidare le alleanze, acquisire risorse naturali ed espandere il controllo sulle infrastrutture di comunicazione, energia e trasporti a livello globale”. Inoltre, in base a quanto emerso nel corso dell’inchiesta giornalistica, la banca avrebbe anche violato, in alcuni casi, le proprie politiche per quanto riguarda le sanzioni e l’antiriciclaggio.

L’ICJI rivela che i documenti utilizzati (ottenuti da gruppi di hacker e successivamente trasmessi divulgati in forma anonima al consorzio giornalistico) provengono dagli archivi riservati della filiale londinese della ICBC, e di una sua succursale britannica, coprono un periodo che va dal 2005 al 2024 (un lasso di tempo che ha visto l’affermazione progressiva della Cina nel consesso internazionale e l’ascesa di Xi Jinping ai vertici dello Stato Cinese) e comprendono “rapporti contrassegnati come segreti commerciali; e-mail interne in inglese e cinese; dossier e liste riservate su oltre 4.000 clienti aziendali; verbali di riunioni; registri di transazioni sospette; e direttive del comitato del Partito Comunista della banca, una cellula interna che facilita le attività del partito e promuove le politiche governative”. Inoltre, come si può leggere sul sito del consorzio giornalistico, nel corso dell’indagine, cui hanno partecipato 75 giornalisti provenienti da 24 redazioni (The Times, Der Spiegel, The Africa Report, etc.) sono stati analizzati gli accordi relativi a circa 200 prestiti che la filiale londinese dell’ICBC da sola o n coordinamento con altre banche, si era impegnata ad erogare a circa altrettanti mutuatari, tra cui figuravano “il governo zambiano e società con sede o operative in circa 30 paesi, tra cui Regno Unito, Sudafrica e Lussemburgo, nonché alcuni centri finanziari offshore”.

Nell’articolo pubblicato dall’ICJI si può leggere che i documenti analizzati mostrano la natura ibrida dell’ ICBC “una banca commerciale che spesso sembra agire come una banca di sviluppo, contribuendo all’ascesa della Cina come principale attore non democratico nella finanza globale”, nei fatti la banca avrebbe aiutato le aziende di Stato cinesi ad aggiudicarsi contratti all’estero molto vantaggiosi, “finanziando l’acquisizione di infrastrutture chiave nei settori dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni in paesi stranieri”. Secondo il consorzio giornalistico, l’ICBC annovera tra i suoi clienti figurano aziende ed individui accusati corruzione, furto di segreti commerciali, violazioni ambientali da tribunali di altre Nazioni, inoltre, l’istituto bancario cinese ha concesso milioni di dollari di prestito a Paesi ed entità statali straniere per rafforzare sia le alleanze che il potere economico di Pechino (“come per molte altre banche cinesi, tuttavia, le attività di prestito di ICBC sono rimaste opache”).

Da ciò che emerge dall’inchiesta giornalistica l’ICBC, tra le altre cose, sarebbe intervenuta in soccorso dell’azienda mineraria russa Norilsk Nickel, parzialmente di proprietà di quattro oligarchi, con i documenti interni che mostrano come si valutasse la possibilità di finanziare la società in renminbi e di come fosse stata accolta con soddisfazione l’ipotesi che l’azienda russa stabilisse un impianto di fusione in territorio cinese etichettando i propri prodotti come Made in China. E ancora, secondo l’indagine dell’ICIJ tra i clienti della banca risulterebbero numerose entità legate ad oligarchi e società cinesi con legami politici, e che l’ICBC London avrebbe “continuato a fornire servizi bancari e a fare eccezioni per clienti ad alto rischio anche dopo che le autorità di oltre una dozzina di paesi avevano espresso preoccupazioni in merito alle pratiche di conformità e antiriciclaggio di ICBC”. Ad esempio dall’inchiesta emerge che, quando nel 2019 le autorità statunitensi avevano sanzionato il colosso tecnologico Huawei, i funzionari dell’ICBC si mossero con “sorprendente rapidità” trasferendo all’azienda 1,3 miliardi di dollari in “liquidità di emergenza”. L’ICIJ spiega che pur non trattandosi di un’operazione illegale, aveva portato ad un’ondata di conflitti interni e recriminazioni “in particolare all’interno della sua unità di prevenzione dei reati finanziari, che non era stata informata in anticipo dell’operazione”.

L’inchiesta ha, inoltre, svelato che l’istituto bancario cinese è stato oggetto di sanzioni e al centro di scontri con governi e tribunali stranieri “per non aver rispettato le normative bancarie, tra cui il monitoraggio dei flussi potenzialmente illeciti”, dal 2014 “tribunali e autorità di regolamentazione in otto giurisdizioni hanno inflitto alla banca e alle sue filiali e controllate estere sentenze e sanzioni sfavorevoli per un totale di almeno 96 milioni di dollari”, nonostante i dirigenti dell’ICBC sapessero, come dimostrano i documenti analizzati dall’ICIJ, dei problemi di conformità nelle sue unità nel Regno Unito e in altri paesi. L’indagine ha inoltre portato alla luce delle operazioni che gli esperti sefiniscono tattiche di prestito “aggressive” “che hanno gravato su alcuni degli stati africani economicamente più vulnerabili.” Ad esempio, nel 2011 la banca cinese stipulò un prestito con la compagnia elettrica statale zambiana ZESCO per 285 milioni di dollari, richiedendo il primo pagamento, che ammontava a 20 milioni di dollari, sette anni dopo mentre la nazione era colpita dalla siccità e si avviava verso il default. Come spiegato dall’ICIJ, la ZESCO aveva da poco versato 15 milioni di dollari in “«commissioni di gestione» per un prestito separato che «aveva messo sotto pressione la situazione finanziaria dell’azienda»”, specificando che la società di servizi pubblici aveva poche possibilità di rivalsa; ZESCO aveva già aperto un conto presso ICBC Londra per il prestito di 285 milioni di dollari. Desiderosa di incassare il primo pagamento, la sede centrale di ICBC fece pressioni sui funzionari nel Regno Unito affinché prelevassero il denaro dal conto di ZESCO e lo inviassero a Pechino prima che ICBC Londra avesse completato i necessari controlli sul cliente, come previsto dalla politica di conformità della banca”. Poiché, continua l’ICIJ, oltre al governo e ai funzionari della baca erano in pochi ad essere a conoscenza della reale entità del debito contratto dallo Zambia con l’ICBC ed altre banche cinesi, non si poté fare molto, complice l’opacità delle operazioni, per ridurre il debito, e nel 2020 si innescò una crisi finanziaria che “crollare il valore della valuta e reso i beni di prima necessità inaccessibili a una popolazione già impoverita”.

In un altro articolo pubblicato sul sito dell’ICIJ diversi dei partner internazionali del consorzio giornalistico presentano operazioni condotte dall’ICBC nei propri paesi. Ad esempio il The Indian Express segnala che nel 2017 quando l’India accusò le aziende cinesi di costruire strade nella regione contesa del Doklam, riaccendedo la contesa diplomatica tra i due Paesi, i funzionari dell’ICBC a Mumbai, 1200 km dal confine, sospesero “erogazione di 11 prestiti approvati ma non ancora erogati e investimenti obbligazionari per un totale di 185 milioni di dollari”, secondo quanto emerge da documenti interni”. Secondo l’ICIJ l’episodio esemplificherebbe “gli stretti legami della banca con il partito-stato e come gli eventi geopolitici possano influenzare le sue operazioni di prestito in tutto il mondo”. E ancora dall’inchiesta China Capital sono emersi legami segreti tra una delle più importanti aziende aeronautiche austriache e un’altrettanto importante azienda cinese. Il Profil, partner austriaco dell’ICIJ, ha esaminato dei promemoria interni, risalenti al 2021, in cui si discuteva di un prestito di 230 milioni di dollari a Future Advance Composite Components , società affiliata alla Aviation Industry Corporation of China, ( società statale cinese che detiene «posizione di leadership assoluta» nell’industria della difesa cinese ed è « l’unico produttore di tutti i tipi di velivoli militari e attrezzature aeronautiche» nel paese, secondo quanto emerge dai documenti”). Nell’articolo si può leggere che “i banchieri di ICBC hanno anche discusso della possibilità che il governo statunitense potesse sanzionare AVIC in futuro a causa dei suoi legami con l’apparato militare cinese. Sebbene alcuni funzionari di Londra si siano opposti alla concessione dei prestiti per motivi di gestione del rischio, la decisione finale è stata lasciata alla sede centrale di ICBC a Pechino. I documenti non specificano se la banca abbia approvato il prestito. AVIC non ha risposto alle richieste di informazioni da parte di Profil”. L’articolo prosegue sottolineando come altri accordi strategici siano stati stipulati in altri paesi come Australia, Ghana, Belgio, Regno Unito e Svezia.

L’articolo del 14 settembre riportava, invece, che il governo cinese, tramite il suo portavoce, ha definito false le narrazioni sui prestiti “opachi” respingendole al mittente, mentre un rappresentante dell’ambasciata cinese in Zambia aveva dichiarato all’ICIJ che “la Cina segue «rigorosamente» le regole del mercato e le norme internazionali e «non impone mai prestiti, non fa pressioni per il rimborso, non subordina gli accordi di prestito a condizioni politiche né persegue interessi politici»”, mentre l’ICBC non ha risposto alle richieste di un commento avanzate dai giornalisti del consorzio (un giornalista del Times avrebbe consegnato personalmente delle domande ai funzionari della filiale di Londra non ottenendo comunque risposta).

Prima parte di un servizio più ampio. La seconda parte sarà pubblicata domani 

Giuseppe Cusano Lanzetta

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