
Mentre l’alleanza anti – Iran si sta preparando a combattere probabilmente subito dopo le elezioni statunitensi e quelle israeliane, e la coalizione saudita sta cercando la quadra per attaccare gli Houthi, in Iran è andata on line un intervista all’analista iraniano Ali Alizadeh dal titolo significativo: neoliberismo e dollarizzazione aggravano gli effetti negativi delle paralizzanti sanzioni statunitensi .
Alizadeh sostiene che la componente interna aggrava le difficoltà economiche dell’Iran. “Sebbene le sanzioni statunitensi ne rappresentino la causa principale, la situazione è aggravata dalla presenza di un’élite interna occidentalizzata”.
Alizadeh osserva quanto segue: “L’occidentalizzazione ha avuto inizio durante il mandato dell’allora presidente Hashemi Rafsanjani, il quale formò un governo composto interamente da tecnocrati che avevano compiuto i propri studi in Occidente. Questi individui, forti di un dottorato in economia conseguito in Paesi occidentali, erano seguaci del credo di Milton Friedman e hanno strutturato l’economia iraniana secondo i dettami del neoliberismo. Dato che, in Occidente, il neoliberismo tende ad arricchire ulteriormente i ricchi e a impoverire i poveri, quali risultati poteva mai produrre un simile sistema in un Paese colpito da sanzioni devastanti?”
Nella sua spiegazione l’analista prosegue: “Rafsanjani si oppose alla linea dell’Ayatollah Khamenei, il quale sosteneva la necessità per l’Iran di essere indipendente e resiliente. Rafsanjani puntava ad attrarre investimenti esteri e a rendere l’Iran dipendente dalle potenze straniere, promettendo l’adesione del Paese all’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e ad altri importanti organismi internazionali. Inoltre, Rafsanjani era contrario al rafforzamento dell’apparato militare — nonostante l’evidente necessità emersa dopo la guerra di otto anni, durante la quale l’Iran aveva sperimentato le drammatiche conseguenze della carenza di equipaggiamento bellico — poiché credeva nell’illusorio mito secondo cui, nell’era post-Guerra Fredda, la diplomazia avrebbe prevalso sui missili”.
Secondo Alizadeh: “I presidenti di orientamento liberale che si sono succeduti (Khatami, Rouhani) hanno proseguito su questa strada, promuovendo un’ulteriore liberalizzazione e la dollarizzazione dell’economia iraniana”. “I liberali hanno riposto le speranze economiche dell’Iran in un reinserimento nelle istituzioni globali a egemonia occidentale — come l’OMC, il circuito SWIFT, ecc. — rifiutandosi categoricamente di guardare a Oriente, verso Paesi come la Russia e la Cina”.
E questo creò secondo l’analisti incidenti diplomatici: “È noto l’episodio in cui Rouhani umiliò il presidente cinese Xi Jinping, facendolo alloggiare in una camera d’albergo priva persino di servizi igienici privati; per giunta, durante la visita del capo di Stato cinese, Rouhani lasciò il Paese in anticipo per recarsi in Italia. La mancata apertura verso est avvantaggia intermediari facoltosi, che traggono profitto da meccanismi di elusione delle sanzioni basati sull’uso del dollaro. Ad esempio, per poter commerciare, l’Iran invia denaro a Dubai; qui la somma viene convertita in dirham (con l’intermediario che guadagna tramite commissioni e differenziali di cambio) e successivamente in dollari (con un altro intermediario che ottiene un guadagno analogo). Si tratta di un processo ben più oneroso rispetto a transazioni dirette con Cina o Russia — in rial, yuan o rubli — tra le banche dei rispettivi paesi, che comporterebbero commissioni bancarie minime”.
E ancora sottolinea: “Molti leader riformisti hanno forti legami con l’Occidente, sia sul piano finanziario sia attraverso i propri figli, che frequentano università in quei paesi. Questo costituisce un ulteriore ostacolo a un eventuale riorientamento verso est, che renderebbe l’Iran indipendente dal dollaro statunitense”.
E sottolinea: “Nonostante oltre trent’anni di governo neoliberista/riformista, i riformisti attribuiscono cinicamente il fallimento delle loro stesse politiche liberali all’Islam e alla Rivoluzione. In tal modo, inducono la popolazione a incolpare la Guida Suprema per le difficoltà economiche, alimentando l’illusione che, adottando uno stile di vita edonistico di stampo americano e abbandonando l’hijab, i dollari pioveranno dal cielo finendo direttamente nelle tasche dei cittadini”.
“Purtroppo – conclude Alizadeh – una sorta di “colonialismo mentale” porta molte persone nel mondo musulmano a considerare l’Occidente come il modello ideale in termini di politiche. Anche chi si oppone all’imperialismo statunitense e al sionismo — limitandosi magari alla sfera militare o politica — continua a vedere l’Occidente come un punto di riferimento in altri ambiti, quali l’economia, la sanità, l’alimentazione, lo stile di vita o la cultura. La politica, in fondo, è lo specchio della società”.
“È importante sottolineare che, durante l’insurrezione terroristica del 2026, alcuni leader riformisti estremisti sono stati colti in flagrante mentre tentavano di fomentare disordini civili, alimentare il terrorismo e le sommosse, e coordinarsi con agenzie di intelligence straniere. Con le loro politiche neoliberiste, essi hanno contribuito in modo determinante alle attuali difficoltà economiche; eppure, come cattivi perdenti o bambini viziati, manipolano l’opinione pubblica affinché sia l’Islam a essere ritenuto responsabile dei problemi economici”.
Antonio Albanese e Graziella Giangiulio
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