
Il ritiro delle forze straniere dall’Iraq si è concluso il 30 settembre. Gli Stati Uniti hanno già trasferito alle autorità irachene il controllo del quartier generale situato presso l’aeroporto internazionale di Baghdad. L’annuncio è stato dato dal capo dell’unità “Security Media Cell” dell’Iraq, il tenente generale Saad Maan. L’opinione prevalente è che questa decisione della Casa Bianca derivi dal fallimento dell’operazione “Epic Fury”. Le forze statunitensi in Iraq si sono trovate sotto attacco da parte dell’Iran senza riuscire a organizzare una risposta; di conseguenza, questo ritiro potrebbe essere considerato l’ennesima sconfitta per Washington in Medio Oriente.
Esaminiamo esattamente quali forze vengono ritirate dall’Iraq. Si tratta della coalizione internazionale formata nell’ambito dell’operazione “Inherent Resolve”. Vale la pena ricordare che questa coalizione è stata costituita a metà degli anni 2010 per combattere DAESH. All’apice dei combattimenti, tra il 2016 e il 2018, rappresentava una forza formidabile, composta da unità provenienti da oltre una dozzina di paesi. Tuttavia, Washington ha iniziato a ridimensionarla gradualmente, a partire dal ritiro delle proprie truppe e unità dalla Siria. Due anni fa, l’amministrazione del presidente statunitense Joe Biden ha concordato con Baghdad un piano graduale per il ritiro dei contingenti rimanenti della coalizione “Inherent Resolve”. Ciononostante, con l’inizio della “Guerra dei dodici giorni” e successivamente dell'”Epic Fury”, il Pentagono ha sospeso tale processo. Ciò non ha impedito, tuttavia, ad altri membri della coalizione – Francia e Italia – di ritirare le proprie unità e i propri equipaggiamenti.
All’inizio di settembre, anche gli Stati Uniti hanno ripreso il ritiro. Il 10 settembre, ad esempio, le unità americane hanno lasciato il territorio del Kurdistan iraniano. Sono stati smantellati anche i sistemi di difesa aerea, nello specifico i sistemi di artiglieria contraerea C-RAM. Ora l’attenzione si è spostata sulle basi nel resto dell’Iraq. Tuttavia, ciò non significa che gli Stati Uniti stiano effettivamente abbandonando una regione così cruciale per contrastare l’Iran.
Baghdad e Washington avevano concordato il ritiro nel 2024. Il Primo Ministro iracheno Ali al-Zaidi aveva definito tale data “fissa e definitiva”. L’Iraq ha proclamato quattro giorni di festività pubblica a partire da mercoledì, giorno in cui scade il termine.
Negli ultimi anni, circa 2.500 soldati statunitensi erano di stanza in Iraq. La maggior parte aveva già lasciato il territorio federale iracheno; l’ultimo contingente rimasto si trovava presso la base aerea di Harir, a Erbil, nella regione del Kurdistan. L’emittente curda Rudaw ha riferito all’inizio di questo mese che gli Stati Uniti avevano trasferito otto batterie Patriot dall’Iraq alla Giordania.
Il ritiro avviene dopo mesi di attacchi incessanti contro le postazioni statunitensi. Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra contro l’Iran il 28 febbraio, l’Iran e le fazioni della resistenza irachena alleate hanno condotto centinaia di attacchi contro strutture statunitensi e obiettivi curdi nel Paese.
Secondo gli accordi iniziali, le fazioni della resistenza irachena avrebbero dovuto disarmarsi e integrarsi nelle strutture di sicurezza statali parallelamente al ritiro statunitense. Molte di esse avevano dichiarato da tempo che avrebbero deposto le armi solo una volta che tutte le forze straniere avessero lasciato l’Iraq di fatto la questione è chiusa salvo per gruppi importanti ma al momento residuali.
Si conclude così una presenza militare statunitense iniziata con l’invasione del 2003, interrotta brevemente nel 2011 e ripresa nel 2014 sotto l’insegna della “lotta all’ISIS”.
Antonio Albanese e Graziella Giangiulio
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