
Nell’introduzione alle Res gestae divi Augusti il latinista Luca Canali, in risposta a chi sottolineava il carattere spiccatamente propagandistico dello scritto di Augusto che avrebbe inteso lasciarvi il proprio testamento politico, pone l’accento sul “carattere tendenzioso di ogni storia” anche quella basata sui documenti, poiché anche questi “sono tendenziosi in quanto registrazione meccanica si una realtà, che prima si essere accolta negli archivi, meccanica non lo è mai stata, presupponendo essa forze soggettive contrastanti al suo interno”. Il latinista evidenzia, poi, come sia necessario “misurare il grado ed il significato di questa tendenziosità”, studiandola anche quando questa dovesse sfociare in aperta menzogna, ovvero in quello che definisce “un tradimento non tanto morale, ma intellettuale dello storico” sottolineando come anche in questo caso ciò “abbia un valore che deve essere meditato, nell’intenzione che nasconde”.
Conservare il ricordo, tramandarlo, costituisce ancora oggi una delle armi più potenti dell’umanità, la storia racconta il passato secondo i bisogni di chi detiene (o vorrebbe detenere) il potere nel presente per plasmare il futuro. Non deve dunque sorprendere che in Cina, a partire dalla dinastia Tang (618–907 d.C.) venne istituzionalizzata la pratica di redigere la storiografia ufficiale della dinastia precedente, una prassi dai forti connotati politici. Difatti, compilare la storia dei precedenti regnanti partendo dalla loro ascesa, permetteva ai nuovi signori di illustrare il progressivo declino morale di precedenti culminato nella corruzione e nei fallimenti degli ultimi imperatori, legittimando dunque il cambio di regime e l’instaurazione di una nuova dinastia, poiché la precedente aveva perso il suo diritto a regnare il Tian Ming, il Mandato del Cielo. Il termine geming, il cui senso originario indicava la revoca del mandato celeste, oggi è utilizzato con il significato di “rivoluzione”.
La Cina, tra l’altro, presenta un’impressionante continuità nella tradizione storiografica, tanto che l’antropologo K.C. Chang (Zhang Guangzhi) ebbe a dire che la storiografia sia nata con la nascita della scrittura che a sua volta racchiuderebbe il segreto del governo del mondo, un potere che deriverebbe dal suo antico legame con l’arte divinatoria. Negli ultimi due secoli l’importante corpus storiografico cinese è stato negli ultimi secoli oggetto di continuo attrito tra gli studiosi cinesi ed occidentali soprattutto per quanto riguarda la veridicità delle fonti relative ai tempi ai tempi remoti (shanggu) e la nascita della civiltà cinese, dibattito non ancora del tutto risolto.
Il fatto che la Cina utilizzi in chiave nazionalista e strumentale la storia e l’archeologia per giustificare storicamente le sue pretese sull’intero territorio oggi governato da Pechino (dal Tibet alla Manciuria, passando per le rivendicazioni su Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale, ad esempio) ed in realtà parte di un’entità statale, l’ impero Qing, fondato dalla popolazione non cinese seppur sinizzata dei Mancesi. D’altro canto è altrettanto innegabile un utilizzo strumentale e nazionalista di storia e archeologia sia una pratica diffusa in tutto il mondo, in occidente come in oriente. D’altro canto la storia, come le vicende umane che la vanno a comporre, può essere letta da più prospettive, ed è a volte proprio questa scelta, più della storia in sé, a rivelare la direzione in cui andrà domani il mondo, aiutandoci, forse, a capire perché tutte le strade non portano più a Roma.
Giuseppe Cusano Lanzetta
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