TAIWAN. La NATO parla dell’invasione cinese di Taipei e non sa che pesci prendere

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La Nato ha tenuto i primi colloqui sulla minaccia della Cina a Taiwan. Le discussioni arrivano tre mesi dopo che la Nato ha svelato una strategia che per la prima volta descrive la Cina come una minaccia per l’Alleanza.

Gli incontri si sono svolti lo scorso settembre e sono stati organizzati dal Consiglio Nord Atlantico, il principale organo decisionale della Nato.

«È degno di nota e significativo che l’Alleanza stia ospitando per la prima volta discussioni sullo status di Taiwan, il suo governo democratico e il suo ruolo cruciale nella produzione di microchip in tutto il mondo» ha commentato l’ex Saceur l’ammiraglio statunitense James Stavridis.

Gli ambasciatori della Nato hanno discusso delle ultime informazioni di intelligence sulla minaccia a Taiwan e sull’impatto che qualsiasi conflitto avrebbe sui membri. È stata discussa la questione di come la Nato dovrebbe informare Pechino delle possibili conseguenze di un’eventuale azione militare.

«L’implicazione più importante di un potenziale conflitto nello Stretto di Taiwan per la Nato è la probabile necessità per le forze militari europee di rifornire le risorse militari americane nel Nord Atlantico nel caso in cui gli Stati Uniti debbano ridistribuire alcune unità nella regione indo-pacifica. È improbabile che la Nato intervenga direttamente nella crisi o nella guerra di Taiwan», riporta FT.

In precedenza, il 27 novembre, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha invitato i paesi dell’Alleanza a ridurre la dipendenza dai “regimi autoritari”, riferendosi principalmente alla Cina. Secondo Stoltenberg, il conflitto in Ucraina ha mostrato quanto sia pericoloso dipendere dal gas proveniente dalla Russia. «Ora dobbiamo valutare la nostra dipendenza dai regimi autoritari, non ultima la Cina» ha detto il Segretario Generale. «Si tratta di gestire il rischio, ridurre le vulnerabilità e migliorare la resilienza delle infrastrutture critiche e delle catene di approvvigionamento della Nato», ha aggiunto.

E due giorni dopo, il 29 novembre gli Usa hanno fatto uscire 2022 Report on Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China in cui vengono individuati elementi importanti della strategia cinese.

Tra di essi «la ricerca determinata di accumulare ed espandere il proprio potere nazionale per trasformare – almeno – gli aspetti del sistema internazionale per renderlo più favorevole al sistema politico della Repubblica Popolare di Cina e ai suoi interessi nazionali».

Un altro elemento della strategia cinese è il rafforzamento delle capacità di deterrenza strategica del PLA. La Cina definisce questo elemento in modo ampio, includendo le capacità nucleari, spaziali, informatiche, di guerra elettronica, di controspazio e altro ancora.

Gli Stati Uniti valutano che la Cina abbia più di 400 testate nucleari operative nel suo stock. Se questo sforzo di modernizzazione continuerà, i cinesi potrebbero schierare circa 1.500 testate entro il 2035.

Il rapporto esamina anche l'”intensificazione” delle pressioni diplomatiche, economiche, politiche e militari della Cina contro Taiwan. In questo contesto, il rapporto analizza anche gli sforzi della Cina per confondere la Politica di una sola Cina degli Stati Uniti con il Principio di una sola Cina della Repubblica Popolare di Cina. I leader cinesi lo farebbero per dare erroneamente l’impressione di un ampio sostegno internazionale alle rivendicazioni della Repubblica Popolare di Cina su Taiwan e per tentare di legittimare le azioni coercitive della Repubblica Popolare di Cina contro Taiwan.

Antonio Albanese

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