
Il 16 aprile, gli Stati Uniti hanno completato l’evacuazione dalla base aerea di Qasrak, nella provincia di al Hassakah, ponendo fino ad un decennio di presenza militare statunitense in Siria, iniziata nel 2014 per combattere l’ISIS. Questo sviluppo rientra nell’ambito del piano dell’amministrazione di Trump di riduzione e ritiro graduale dei circa 1.000 soldati rimasti sul suolo siriano e si inserisce in un più ampio mutamento del ruolo degli Stati Uniti nel Paese.
Nel 2025, la Siria è stata al centro di una trasformazione geopolitica di portata storica, segnando il passaggio da uno stato di isolamento internazionale a un progressivo reinserimento nell’architettura regionale guidata dagli Stati Uniti. Tale evoluzione è stata resa possibile da un profondo mutamento nella politica statunitense verso Damasco, promosso dall’amministrazione Trump, che ha individuato nella stabilizzazione della Siria un interesse strategico primario per il Medio Oriente e per la sicurezza globale. Sul piano interno, Washington ha esplicitamente rifiutato qualsiasi progetto di frammentazione territoriale della Siria, sostenendo il processo di integrazione delle SDF nelle istituzioni statali come passaggio essenziale per il consolidamento dell’autorità centrale. Il punto di svolta è rappresentato dalla decisione statunitense di revocare le sanzioni imposte alla Siria, culminata nell’abrogazione completa del Caesar Act. Tuttavia, la cooperazione antiterrorismo costituisce il pilastro centrale del nuovo partenariato siro-americano. L’adesione della Siria come 90° membro della Coalizione internazionale contro l’ISIS ha rappresentato una svolta simbolica e operativa, segnando il passaggio di Damasco da oggetto di contenimento a soggetto attivo nella lotta al jihadismo.
Le forze statunitensi si sono ritirate in tre convogli, composti da oltre 200 veicoli, tra cui equipaggiamenti pesanti e sistemi di difesa aerea, in direzione del confine iracheno attraverso l’autostrada internazionale che collega i valichi di al-Yarubiyah e al-Waleed. Dopo aver trasferito armi e attrezzature essenziali in Iraq, le truppe statunitensi hanno distrutto il materiale rimanente. Prima di Qasrak, gli Stati Uniti si erano già ritirati da altre basi chiave: al-Tanf al confine con la Giordania, al-Shaddadi nel sud di al Hassakah, nonché dai giacimenti petroliferi di al-Omar e Koniko a Deir ez Zor.
Secondo quanto dichiarato, il ritiro degli Stati Uniti è avvenuto in seguito alla positiva attuazione del recente accordo tra il governo centrale di Damasco e le Forze Democratiche Siriane (SDF), che in precedenza controllavano gran parte della Siria nord-orientale, e al successo ottenuto nella lotta contro i resti dello Stato Islamico. Il ministero degli Esteri siriano ha affermato in una dichiarazione che il ritorno della sovranità sulle aree fuori controllo, incluse quelle nord-orientali e di confine, deriva dagli sforzi del governo per riunificare il Paese in un “unico Stato”, priorità fin dall’ascesa al potere di Ahmed al-Sharaa dopo la caduta del regime di Assad.
Dopo giorni di evacuazione, la 60ª Divisione delle forze STG — composta principalmente da ex membri delle SDF, guidata dall’ex comandante di HTS Awad al-Jassim, precedentemente di stanza ad Aleppo dove guidò l’assalto a Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, e ora con quartier generale ad al-Hassakah — è entrata nella base per prenderne il controllo.
Con il ritiro da Qasrak, ultimo tassello della presenza militare statunitense a est dell’Eufrate, le basi americane nel nord della Siria risultano di fatto smantellate. Sebbene Washington abbia dichiarato che continuerà a seguire gli sviluppi dal territorio di Iraq e Giordania e a collaborare direttamente con Damasco per monitorare i resti dell’ISIS, la fine della presenza di truppe di terra segna un momento di svolta nella crisi siriana. Attualmente, sul territorio restano solo basi russe, turche e israeliane.
Tuttavia, la fine della presenza militare americana stabile in Siria non equivale a un disimpegno totale degli Stati Uniti dalla regione. La strategia si è trasformata, passando da una presenza fisica sul terreno a una capacità di intervento più distante, basata su operazioni su intelligence, operazioni mirate e ridislocazione in Paesi vicini come Iraq e Giordania. Questa decisione rappresenta più di una semplice riduzione numerica: è il simbolo di un cambiamento nel modo in cui gli Stati Uniti intendono la propria presenza. Anziché una forza di occupazione o di controllo diretto, Washington punta ora a un’influenza più flessibile e discreta, fondata su alleanze locali e deterrenza, anche per contenere ISIS e, secondo diverse analisi strategiche, bilanciare l’influenza di attori regionali come Iran, Russia e Turchia. In questo quadro, il riposizionamento viene interpretato non come un arretramento, ma come una riallocazione strategica delle forze nella regione.
Cristina Uccello
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