
Da tempo ormai la crisi politica libica è intrappolata in un complesso intreccio di iniziative internazionali, divisioni interne e critiche crescenti al ruolo delle Nazioni Unite. Mentre il dialogo strutturato promosso dalla rappresentante delle Nazioni Unite in Libia, Hanna Tetteh, prosegue tra numerose difficoltà, sono emersi nel corso delle settimane nuovi formati negoziali e un attivismo crescente degli Stati Uniti, nel contesto del continuo fallimento nel raggiungere un accordo sulla Commissione sin dal lancio della tabella di marcia nell’agosto 2025. Avviato il 14 dicembre e articolato in più cicli tematici su governance, sicurezza, economia e diritti umani, il nuovo dialogo strutturato punta a costruire una roadmap condivisa per portare il Paese alle elezioni. Tuttavia, la missione ONU ha espresso più volte forte preoccupazione per le continue tensioni tra Parlamento e Consiglio di Stato, soprattutto sulla ristrutturazione della Commissione Elettorale Nazionale, nodo centrale per qualsiasi processo elettorale.
L’assenza di un accordo, nonostante mesi di consultazioni, evidenzia i limiti del processo. A complicare il quadro è la natura non vincolante del dialogo: molti analisti lo considerano uno strumento privo di efficacia concreta mentre per altri si tratterebbe di un esercizio procedurale incapace di produrre risultati tangibili. Uno degli ostacoli principali resta senz’altro anche il controllo esercitato dalle formazioni armate sul terreno. Infatti, la proliferazione di centri di potere armati continua a minare la costruzione di istituzioni statali efficaci. Come sottolineato più volte anche da parlamentari libici, il problema non è solo organizzare elezioni, ma garantirne l’accettazione dei risultati. In questo contesto, la richiesta di limitare l’uso delle armi allo Stato emerge come condizione imprescindibile per qualsiasi soluzione politica.
Di fronte al perdurare dello stallo, l’ONU, sotto la sua egida, ha promosso un nuovo formato negoziale: il cosiddetto “mini-dialogo 4+4”, avviato il 29 aprile a Roma. Questo tavolo ristretto ha riunito rappresentanti delle principali parti libiche (orientali ed occidentali) con l’obiettivo di sbloccare i dossier più urgenti. Il dialogo si è infatti concentrato sia sui dossier della Commissione elettorale che sulla modifica delle leggi elettorali, nell’ambito degli sforzi volti a far progredire il processo elettorale. I primi risultati hanno pertanto indicato un cauto progresso: è stato raggiunto un accordo preliminare sulla ristrutturazione della Commissione Elettorale Nazionale e sull’avvio di consultazioni per definire le leggi elettorali. Tuttavia, il formato ha sollevato numerosi interrogativi sulla sua legittimità, in quanto basato su una rappresentanza selettiva piuttosto che istituzionale. Secondo analisti politici libici, questo mini-dialogo rappresenta il passaggio verso una “legittimità negoziale realistica”, capace di coinvolgere attori influenti ma priva di un fondamento giuridico vincolante. Dopo Roma, il prossimo incontro si terrà in Tunisia il 12 maggio e vedrà come tema principale la discussione sulle leggi elettorali. Va tenuto a mente che, in ogni caso, il dialogo strutturato vedrà la sua sessione finale il 3 e 4 giugno 2026, auspicando al completamento del processo di dialogo e al raggiungimento di risultati e raccomandazioni finali.
Parallelamente, anche gli Stati Uniti stanno intensificando il proprio coinvolgimento nel dossier libico. Il consigliere senior di Donald Trump per gli affari arabi e africani, Massad Boulos, ha avviato una serie di consultazioni con attori libici e internazionali, promuovendo un approccio basato su tre pilastri: sicurezza, economia e processo politico. Nello specifico, però, Washington sembra puntare in particolare al controllo e alla gestione delle risorse energetiche come leva per stabilizzare il Paese e alla presenza militare nel paese. Infatti, tra le iniziative più recenti e rilevanti vi è stato il progetto di integrazione delle forze militari e l’organizzazione di esercitazioni congiunte attraverso AFRICOM, la così nota Flintlock 2026, tenutasi a Sirte a metà aprile e che ha visto la partecipazione congiunta delle forze militari occidentali ed orientali libiche.
Il piano Boulos, tuttavia, divide profondamente gli attori libici: mentre alcuni lo considerano una possibile via d’uscita dallo stallo, altri lo respingono come un’ingerenza esterna. Anche la stessa Rappresentante delle Nazioni Unite in Libia, Hanna Tetteh ha preso le distanze, negando qualsiasi collegamento tra l’iniziativa americana e il dialogo ONU. Alla luce di ciò, infatti, fonti locali in Libia hanno rivelato che il piano Boulos vedrebbe nomine del tutto controverse: Saddam Haftar come Capo del Consiglio Presidenziale e Comandante Supremo; Dabaiba come Primo Ministro del governo libico; Abdul Salam al Zubi come Ministro della Difesa; Issam Abu Zariba come Ministro dell’Interno; Mohammed al Namrush come Capo di Stato Maggiore ed infine Abdul Majid Saif al Nasr come Capo della Commissione Elettorale Nazionale. In virtù di ciò, secondo Riccardo Fabiani, Direttore per il Nord Africa dell’International Crisis Group, la messa in atto del Piano di Massad Boulos avrebbe come obiettivo la formulazione di un accordo tra le famiglie Haftar e Dabaiba: il potere infatti, se così fosse, “verrebbe condiviso tra la nuova generazione delle due famiglie, ovvero Saddam Haftar e Ibrahim Dabaiba”, rispettivamente figlio per il primo e nipote per il secondo. A far da cornice è però il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che resta comunque centrale ma controverso. Quest’ultimo invita costantemente al rispetto della roadmap e alla cessazione di azioni unilaterali; tuttavia, queste vengono spesso percepite come prive di strumenti concreti di attuazione. Secondo diversi osservatori politici, il Consiglio riflette un fragile equilibrio tra le grandi potenze, più orientato alla gestione della crisi che alla sua risoluzione. L’assenza di sanzioni efficaci contro gli attori ostruzionisti contribuisce a perpetuare lo stallo.
Con il dialogo strutturato in fase conclusiva e il mini-tavolo ancora in evoluzione, il futuro politico della Libia resta ancora del tutto incerto. Tra le opzioni sul tavolo vi sono un possibile accordo tra Parlamento e Consiglio di Stato sulle leggi elettorali; l’attivazione di comitati ristretti (come il 4+4 o il 6+6) ed infine altri scenari alternativi, inclusa la creazione di un’assemblea costituente. Resta però una costante: senza un consenso reale tra le parti libiche e senza il controllo delle dinamiche di sicurezza, qualsiasi iniziativa rischia di rimanere incompiuta.
Camilla Montanari
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