
Il dramma di Daesh non si è esaurito con la riconquista di Mosul e con la fine della Missione Inherent Resolve. L’ombra dello Stato Islamico e le conseguenze delle sue conquiste gravano ancora oggi su centinaia di migliaia di persone che popolano i campi profughi iracheni e le aree in rovina del Paese.
Attualmente, nella regione del Kurdistan sono presenti ventisette campi che ospitano sfollati e rifugiati. Diciassette campi si trovano a Duhok (sedici per sfollati e uno per rifugiati), nove a Erbil (cinque per sfollati e quattro per rifugiati) e uno nell’area di Arbat, nel governatorato di Sulaymaniyah, destinato ai rifugiati e che ospita 2.199 famiglie (per un totale di 9.551 individui). Nella regione del Kurdistan sono stati registrati 843.300 tra sfollati e rifugiati. Di questo totale, 569.310 sono sfollati e 273.990 sono rifugiati. La popolazione di rifugiati comprende 265.515 individui provenienti dal Rojava (Kurdistan siriano) e dalla Siria, 8.306 dal Kurdistan iraniano e dall’Iran, 6.726 dal Kurdistan turco e dalla Turchia, 894 dalla Palestina e 1.149 di altre nazionalità e provenienti da altri paesi. Secondo gli standard e i parametri della Banca Mondiale, fornire servizi di base a ogni individuo, sia all’interno che all’esterno dei campi, richiede una cifra compresa tra 2,60 e 2,70 dollari al giorno. Calcolando il fabbisogno per l’intera popolazione di sfollati e rifugiati, necessitiamo di un budget annuale di circa 850 milioni di dollari per coprire i settori di acqua, elettricità, sanità, istruzione, ambiente e sicurezza.
A questo contesto va aggiunta la complicata questione di Sinjar, che prima dell’arrivo dello Stato Islamico rappresentava il centro storico e culturale della minoranza Curda-Yazida. Qui Daesh nell’agosto 2014, ha ucciso migliaia di uomini yazidi, rapendo donne e bambini per ridurli in schiavitù e tratta sessuale e ha intrappolato circa 50.000 altre persone sui monti adiacenti la città.
Il 9 ottobre 2020 il Governo Federale di Baghdad e quello regionale di Erbil, con il patrocinio della Missione delle Nazioni Unite UNAMI, hanno stipulato un accordo, denominato, appunto, accordo di Sinjar, trasformato in legge, che attraverso il raggiungimento di obiettivi legati a questioni amministrative, di sicurezza e di ricostruzione propone di risolvere la questione e far tornare nell’area le decine di migliaia di sfollati.
Sei anni dopo la formalizzazione dell’accordo, il Consiglio provinciale di Niniveh ha avviato ufficialmente la procedura di nomina per la carica di Commissario Distrettuale di Sinjar. Sotto il profilo securitario, invece, il Primo Ministro, Ali al Zaidi, ha respinto l’idea di una permanenza di unità militari a Sinjar, affermando che è stato raggiunto un accordo per integrare diverse milizie presenti nell’area all’interno delle forze di sicurezza ufficiali.
Ha confermato che circa 1.500 militari presenti a Sinjar sono già stati integrati, tra cui 500 donne yazide attualmente in fase di arruolamento nella Polizia di Comunità, e sono in corso i lavori per integrarne altri 1.500. Nonostante ciò, la presenza dei combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) rappresenta un ulteriore elemento di criticità. L’obiettivo del governo, in accordo con la Turchia, è quello di espellere questi combattenti dal Kurdistan iracheno. Recentemente, il PKK ha rilasciato un comunicato ufficiale in cui esorta tutti i combattenti ad abbandonare il Kurdistan iracheno, e le prime basi sono state evacuate sui monti del governatorato di Duhok. Il Primo Ministro ha disposto l’inclusione dei membri della comunità yazida nel progetto “un milione di lotti residenziali” (stanziamento di fondi federali volto a ricostruire varie aree del Paese) e ha ordinato iniziative per creare le condizioni necessarie al pieno ritorno degli sfollati nelle loro aree. Inoltre, il Primo Ministro ha sollecitato il monitoraggio della ricostruzione del distretto di Sinjar e dell’erogazione dei servizi essenziali, con l’obiettivo di incoraggiare i residenti a rimanere nella zona e di rafforzare la stabilità sociale ed economica.
Tuttavia, i recenti movimenti di Daesh nel Kurdistan iracheno tornano ad allarmare la popolazione locale. Se il Governo Federale non percepisce più Daesh come una minaccia forte come in passato, le autorità curde sono di tutt’altro avviso. Il Ministro dell’Interno della Regione del Kurdistan, Rebar Ahmed, ha dichiarato che la minaccia di Daesh persiste e non è cessata, poiché l’ideologia estremista è ancora presente in Iraq e sussistono le condizioni per un ritorno degli estremisti qualora i governi non riuscissero a migliorare il proprio operato. Il Generale Hama Rigar, comandante dell’asse Kirkuk-Altun Kupri delle forze Peshmerga (dove si sono registrati diversi scontri con i combattenti di Daesh), ha affermato che non si può fare affidamento sull’esercito iracheno poiché “il suo personale si limita a presidiare i posti di blocco, attendere la riscossione dello stipendio e poi tornare a casa”. Ne è prova il fatto che Daesh lancia attacchi notturni e, nonostante la presenza di telecamere termiche volte a rilevare gli spostamenti notturni di Daesh, le forze dell’esercito non reagiscono. Secondo il Generale fin dagli anni ’60, gli agricoltori curdi di Kirkuk sono stati oggetto di una sistematica “arabizzazione” sostenuta dal governo iracheno, che ha comportato cambiamenti demografici attraverso il trasferimento di popolazioni arabe in aree da lui definite curde.
Rigar ha anche spiegato che i gruppi schierati alle spalle di Hawija, da lui indicati come affiliati a Daesh, si sono successivamente trasformati nelle forze di “Mobilitazione Tribale” e oggi sono armati e percepiscono uno stipendio ufficiale. Al contrario, gli agricoltori curdi “non dispongono nemmeno di un coltello per difendersi”, mentre le forze di Mobilitazione Tribale sono dispiegate su tutto il territorio, pesantemente armate.
I cambiamenti demografici in Iraq rappresentano una minaccia concreta per la sicurezza e la stabilità del Paese. L’Iraq, fortemente multietnico e diviso da componenti settarie sembra aver raggiunto un delicato quanto pericoloso equilibrio. Data la proliferazione delle armi al di fuori del controllo statale, che persiste nonostante gli sforzi del governo, la polveriera potrebbe esplodere scatenando un effetto domino che potrebbe raggiungere anche i confini del governatorato di Babilonia dove a Jufr al Sakhr (Jufr al Nasr dopo la cacciata di Daesh), simili questioni riguardano le diverse confessioni sciite e sunnite, dove i sunniti denunciano un tentativo di sostituzione demografica.
Leonardo Fabrizio
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