IRAQ. I prigionieri DAESH dalla Siria all’Iraq minano la sicurezza del paese

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Il Comando Centrale dell’Esercito degli Stati Uniti (CENTCOM) ha lanciato un’operazione per trasferire i prigionieri di DAESH dalla Siria nord-orientale (Rojava) all’Iraq. L’operazione è iniziata il 21 gennaio, quando150 combattenti di DAESH sono stati trasferiti da una base ad Hasakah, in Siria, ad una struttura sicura in Iraq. 

DAESH torna Iraq anche se nelle prigioni, e questo spostamento preoccupa molto le autorità irachene alla luce del ritiro delle SDF (Sirian Democratic Forces, curde) dal Rojava, che controllavano campi profughi, come al Hawl, e prigioni, come quella Ghweiran (o al Sina’a), nella città di Hasakah, che ospitavano migliaia di ex membri DAESH con le loro famiglie. Il governo iracheno, in accordo con gli Stati Uniti e con la Coalizione Internazionale, ha deciso di trasferire 7.000 di questi dalla Siria all’Iraq, con conseguente avvio dei processi, da parte della magistratura, nei confronti di tutti i cittadini iracheni. 

Ad oggi, secondo fonti della sicurezza irachena, oltre 1.000 detenuti sono stati trasferiti in territorio iracheno, in strutture lontane dai centri abitati e dalle antiche roccaforti dello Stato Islamico. Una di queste località è stata individuata a sud della provincia di Babilonia, si tratta della prigione di al Kifl.

La complessità dell’operazione – del trasferimento dei detenuti – è dettata da tre motivi principali interconnessi tra loro. Il primo di questi è il problema logistico. L’Iraq, infatti, non ha strutture pronte ed adeguate a contenere l’arrivo, in pochi giorni, di circa 7.000 detenuti, la maggior parte dei quali sono stranieri (tra cui europei, sudanesi, somali e persone provenienti dalla regione del Caucaso), e soprattutto siriani. Il Ministro degli Esteri iracheno a più riprese ha esortato CENTCOM e la Coalizione Interazionale a rallentare la partenza dei convogli affinché l’Iraq potesse adibire nuove strutture lontane dai vecchi centri di potere di DAESH siti soprattutto in quell’area nota come triangolo sunnita (Tikrit, Ramadi e l’area a nord di Baghdad) oltre a Mosul e gran parte della provincia di Niniveh. 

Il secondo problema, espresso dal Generale Joseph Votel, ex comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), è quello della sicurezza. Votel ha dichiarato che ci “sarà sicuramente un’opportunità per DAESH di sfruttare la situazione, lanciare ulteriori attacchi e iniziare una ripresa delle operazioni”. 

Sebbene DAESH abbia perso il controllo territoriale in Iraq ta il 2017 e il 2018, considerando l’operazione clou quella della liberazione di Mosul conclusa nel luglio 2017, le sue cellule dormienti rimangono una minaccia alla sicurezza irachena. 

Questa stessa preoccupazione è stata sollevata dal Capo dell’intelligence irachena, Hamid al Shatri, il quale ha fatto il punto sulla questione dei terroristi nella regione. Al Shatri ha dichiarato che “DAESH è riuscito a reclutare un gran numero di membri delle tribù arabe in Siria lungo il confine iracheno, in particolare nelle aree a prevalenza sunnita che fino a poco tempo fa erano sotto il controllo delle SDF. Il numero di combattenti di DAESH è aumentato da circa 2.000 un anno fa a quasi 10.000 oggi”. 

Tra i nuovi membri di DAESH in Siria ci sono uomini precedentemente legati ad Ahmed al Sharaa e ad al Qaeda. Il campo di al Hawl e le prigioni che ospitano/ospitavano i leader di DAESH, ha dichiarato, “sono bombe a orologeria e qualsiasi perdita di controllo su di loro significherebbe una catastrofe per la sicurezza dell’intera regione”.

Il terzo problema è quello prettamente giuridico. La maggior parte dei detenuti che stanno arrivando in Iraq non sono cittadini iracheni e, pertanto, non potrebbero essere processati. Il Consiglio Supremo della magistratura sta, infatti, discutendo le procedure per indagare e perseguire coloro che vengono trasferiti dai centri di detenzione in Siria alle strutture penitenziarie in Iraq. La Magistratura ha stabilito un principio giuridico secondo cui “qualsiasi cittadino, iracheno o di altre nazionalità, che commetta crimini sul suolo iracheno sarà processato in Iraq e soggetto alla legge irachena”. Ad oggi, sono state avviate le indagini su 1.387 membri dell’organizzazione terroristica DAESH, recentemente consegnati dalla detenzione in territorio siriano. Le autorità irachene, supportate da Washington, stanno esortando i paesi coinvolti ad assumersi le proprie responsabilità e a rimpatriare i cittadini detenuti per processarli nei loro paesi d’origine senza, però, ottenere risultati significativi. 

Leonardo Fabrizio

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