AUSTRALIA. Pianificazione strategica con gli USA in caso di offensiva cinese contro Taiwan

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L’incaricato d’affari dell’ambasciata americana, Michael Goldman, in un podcast dell’Australian National University ha annunciato che gli Stati Uniti e l’Australia si stanno impegnando in una “pianificazione strategica” su una serie di questioni che vanno dalla cooperazione tra le forze armate dei due stati, alla risposta congiunta a una possibile offensiva della Cina contro Taiwan. A riportarlo è Sputnik News.

Goldman ha dichiarato: «Siamo impegnati come alleati a lavorare insieme – non solo per rendere le nostre forze armate interoperabili e funzionanti bene insieme, ma anche nella pianificazione strategica. Questa copre la gamma di contingenze di cui Taiwan fa parte, in quanto rappresenta una componente importante. La nostra massima priorità sono le discussioni su come rispondere congiuntamente a una presunta operazione militare di Pechino».

Mentre l’Australia saluta la sua storia di coinvolgimento in tutti i principali conflitti americani avvenuti nel secolo scorso, e deve ancora impegnarsi ufficialmente a prendere parte a un potenziale conflitto su Taiwan, gli Stati Uniti non garantiscono di difendere Taiwan se la Cina decidesse di mantenere le minacce di invasione, accettando solo di aiutare l’economia governata separatamente a mantenere la sua capacità di autodifesa.

Negli ultimi anni, invece, mentre la Cina ha intensificato la sua presenza militare nei pressi dell’isola, inviando la propria Marina Militare a pattugliare lo Stretto di Taiwan, Washington ha rafforzato i suoi rapporti diplomatici con Taipei, inviando regolarmente le sue navi da guerra per navigare attraverso lo stretto che separa Taiwan dalla Cina continentale, nonostante le obiezioni di Pechino.

Anche i legami di Pechino con l’Australia hanno visto tempi migliori. A partire dallo scorso anno, infatti, la Cina ha introdotto diverse restrizioni economiche su alcuni prodotti australiani: la carne bovina, di cui lo stato asiatico ha vietato l’importazione citando la necessità di «garantire la salute e la sicurezza dei consumatori cinesi» e l’orzo, su cui ha imposto una tariffa dell’80%.

Le rappresaglie commerciali sono iniziate da quando, un anno fa, il governo del primo ministro Scott Morrison ha chiesto che gli investigatori indipendenti fossero autorizzati a entrare a Wuhan per sondare le origini della pandemia. Questa settimana il segretario di Stato americano Antony Blinken ha annunciato che Pechino «apparentemente avrebbe contribuito a scrivere un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che starebbe studiando le origini del coronavirus».

Goldman, che guida l’ambasciata fino a quando gli Stati Uniti non sostituiranno Arthur Culvahouse come ambasciatore dopo che se ne è andato a gennaio, avrebbe anche sostenuto i commenti rilasciati da Kurt Campbell. Il mese scorso il coordinatore asiatico del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ad una testata giornalistica avrebbe dichiarato: «Le relazioni degli Stati Uniti con la Cina non miglioreranno fino a quando Pechino non interromperà la sua coercizione economica contro l’Australia. Anche altre nazioni, tra cui Giappone, Filippine e Vietnam, sono state prese di mira dall’azione economica di Pechino. Come possiamo pensare di ottenere miglioramenti nelle nostre relazioni con la Cina se continua a tenere in ostaggio le economie delle nostre nazioni partner».

Coraline Gangai