AL QAEDA. Il Jihad globale sulla guerra nel Nagorno Karabakh

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Dallo scoppio del nuovo conflitto tra Armenia e Azerbaijan, numerose sono state le letture geopolitiche e le prese di posizioni che si sono registrate e susseguite a supporto di una parte o dell’altra. Una serie di differenti letture e opinioni sono arrivate anche dal mondo jihadista che, come tutti i principali attori e commentatori internazionali, dibattono su questo scenario e sulla sua evoluzione.

Per quanto riguarda la sfera jihadista qaedista, si segnala innanzitutto che lo Sceicco Abū Muḥammad al-Maqdisī, storico ideologo di riferimento del network di Ayman al-Zawahiri, risulta esser abbastanza impegnato da giorni sui social per cercare di chiarire l’origine del conflitto, le posizioni attuali, il ruolo dei combattenti siriani che sono stati inviati e, soprattutto, cosa dovrebbero fare i jihadisti. In merito a questo ultimo punto, al-Maqdisi ha pubblicato un lungo post proprio per rispondere alle domande di chi gli chiede informazioni su cosa fare e se andare o meno a combattere in Azerbaijan. Seppur molto articolata, la risposta dello storico ideologo qaedista risulta esser alla fine negativa: i musulmani non dovrebbero andare in soccorso dell’Azerbaijan.

La ragione principale di questa posizione è legata al fatto che il conflitto armeno-azero non va letto solo come uno scontro tra cristiani (armeni) e musulmani (azeri), bensì come una lotta finalizzata a supportare uno Stato, l’Azerbaijan, che non governa mediante la Sharia, e il suo principale sponsor, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Di conseguenza, lo Sceicco al-Maqdisi afferma che andare a morire in queste condizioni sarà considerato come un sacrificio vano. La morte sotto lo stato di ‘Jāhiliyya’ [ignoranza] non porterà i combattenti a esser considerati dei martiri: solo chi combatte sulla via di Allah può esser considerato uno ‘Shahīd’.

In successivi post, Abu Muhammad al-Maqdisi supporta la propria posizione rimarcando che l’Azerbaijan è colpevole innanzitutto di avere una nota alleanza e lealtà allo ‘stato secolare’ della Turchia. Uno dei principali problemi di questo rapporto, secondo l’ideologo qaedista, è che il rapporto tra gli azeri e turchi poggia sul piano del nazionalismo e dell’etnia piuttosto che della religione. In aggiunta, il governo di Baku – afferma e ricorda Maqdisi – intrattiene rapporti con Israele nel settore degli armamenti, così come accordi sul petrolio e sul gas. Di conseguenza, al-Maqdisi afferma che questo può esser considerato uno scontro di interessi economico e politici di alleanze e di nazionalità ma non tra crociati e musulmani.

Un’altra opinione interessante su questo tema, anche se contraddittoria, è stata espressa da Abdul Razzaq al-Mahdi, anch’esso ideologo e dotto islamico jihadista di origine siriana. Dopo aver denunciato e criticato la scelta di alcuni combattenti siriani di combattere nello scenario azero per una ‘manciata di dollari’, sembra essersi ricreduto poco dopo. In merito alla prima posizione, Abdul Razzaq al-Mahdi – secondo quanto si apprende sui social – avrebbe addirittura emesso una Fatwa secondo cui tutti i siriani che vanno in Azerbaijan saranno considerati mercenari e se dovessero morire non saranno considerati dei martiri.

Tuttavia, l’ideologo siriano sembra aver cambiato idea più avanti, allineandosi, a detta dei qaedisti, con i desideri di Recep Tayyip Erdoğan e del suo secolare esercito turco. In attesa di un esplicito posizionamento, l’ideologo Abdullah al-Muhaysini, anch’esso punto di riferimento per il Jihad in Siria. Sebbene abbia pubblicato post sull’argomento, la sua posizione non è stata ancora ufficializzata. Tuttavia, i qaedisti affermano che, date le sue simpatie per Erdoğan, sarà in linea con quella di Abdul Razzaq al-Mahdi. È importante ricordare che da giorni è in corso un’aspra diatriba tra Abū Muḥammad al-Maqdisī e Abdullah al-Muhaysini proprio sulla figura di Erdoğan. In sintesi, il primo sostiene che il Presidente turco è da considerarsi un apostata e soggetto a Takfir mentre il secondo afferma, riproponendo una fatwa di al-Tarifi, che la guida di Ankara è stata perdonata per aver governato con leggi fatte dall’uomo. 

Redazione