AFGHANISTAN. I talebani eliminano i leader dell’opposizione fuori dai confini 

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Il 24 dicembre a Teheran, è stato ucciso il generale Ikramuddin Saree, ex comandante di polizia del governo repubblicano afghano e figura di spicco del Fronte di Resistenza Nazionale, Jabha-ye Moqawemat-e Milli.

Saree, che aveva cercato rifugio in Iran dopo il ritorno al potere dei talebani, è stato ucciso insieme al suo collega ex ufficiale, il comandante Almas Kohistani, suscitando sgomento tra gli ambienti dell’opposizione afghana in esilio, riporta AT.

L’omicidio ha inviato un chiaro messaggio ai dissidenti afghani: l’esilio non garantisce più la sicurezza. Saree, comandante militare esperto e aperto critico dei talebani, aveva pubblicamente avvertito solo pochi giorni prima che il suo nome era su una lista di persone da assassinare. La sua morte evidenzia un preoccupante spostamento verso l’attacco transfrontaliero ai dissidenti, sollevando urgenti interrogativi sulle misure di oppressione transnazionale, sulla sicurezza regionale e sulla protezione dei rifugiati politici.

Le prove disponibili e gli indicatori credibili suggeriscono che l’assassinio sia stato un’operazione coordinata, guidata dall’intelligence, piuttosto che un atto criminale isolato. Le fonti indicano che le unità di intelligence dei Talebani, in particolare le Direzioni 376 e 091, operano attraverso le reti transfrontaliere e sollevano serie preoccupazioni circa la supervisione da parte dello Stato ospitante. Il profilo operativo – sorveglianza estesa, esecuzione precisa ed espulsione – indica una pianificazione meticolosa e un supporto logistico esterno.

Diverse notizie indicano che l’assassinio è avvenuto circa sei settimane dopo che quattro Talebani erano entrati in Iran dall’Afghanistan. Il gruppo ha condotto una ricognizione, ha finalizzato i piani operativi, ha eseguito l’attacco ed è rientrato in Afghanistan subito dopo. Questa sequenza evidenzia le crescenti capacità transnazionali dell’apparato di intelligence dei Talebani e la sua capacità di operare con relativa libertà oltre i confini dell’Afghanistan.

Saree aveva affermato che il suo nome, insieme a quello di diversi altri ex militari afghani residenti in Iran, era stato inserito in una lista di persone da assassinare da parte dei talebani. Aveva lanciato l’allarme per un pericolo imminente e aveva chiesto protezione alle autorità iraniane. Nonostante questi avvertimenti, non sono state implementate misure preventive efficaci, lasciando noti oppositori alla mercé dell’intelligence talebana.

L’assassinio riflette una strategia talebana più ampia: il deliberato silenzio dell’opposizione, indipendentemente dalla posizione geografica. Prendendo di mira figure in esilio, i Talebani mirano a incutere paura, interrompere la comunicazione tra le reti di opposizione e proiettare il loro potere oltre i confini afghani. Questo passaggio dalla repressione interna alla violenza politica extraterritoriale segna un’evoluzione preoccupante nel terrorismo transnazionale.

Altrettanto preoccupante è la gestione narrativa successiva all’assassinio. Nei primi giorni, la responsabilità è stata oscurata e l’omicidio è stato descritto come un incidente isolato o poco chiaro. Tale gestione delle informazioni, sempre più comune nei casi di repressione internazionale, serve a deviare l’attenzione, ridurre l’assunzione di responsabilità e nascondere i modelli di violenza mirata contro gli oppositori politici.

La manipolazione dei fatti ha conseguenze dirette per i rifugiati afghani. Resoconti contrastanti o inaccurati oscurano pericoli reali, scoraggiano la denuncia e creano un falso senso di sicurezza. Se combinata con misure di protezione inadeguate, tale ambiguità narrativa diventa un’estensione della repressione stessa.

L’assassinio riflette anche un cambiamento nelle dinamiche regionali. Nel contesto delle crescenti tensioni tra Islamabad e i Talebani, Teheran ha visibilmente ampliato il coinvolgimento politico e di sicurezza con il gruppo, descrivendolo talvolta come un “amico intimo” e un “partner strategico”. Rapporti attendibili suggeriscono che le missioni diplomatiche talebane, tra cui l’ambasciata a Teheran e il consolato a Mashhad, potrebbero essere state coinvolte in operazioni contro figure dell’opposizione. Se non affrontate, tali pratiche rischiano di trasformare la piattaforma diplomatica in strumenti di coercizione transnazionale.

Un paragone con il Pakistan è istruttivo. Ex personaggi politici e militari afghani residenti lì, compresi coloro che in precedenza hanno ricoperto posizioni critiche nei confronti di Islamabad, godono di una sicurezza affidabile. Ad oggi, non sono emerse segnalazioni attendibili di omicidi mirati o minacce sistematiche. Il contrasto sottolinea come le politiche dello Stato ospitante, le pratiche di applicazione della legge e i calcoli geopolitici influenzino direttamente la sicurezza degli esuli politici.

La situazione per i personaggi dell’opposizione afghana in Iran è tuttavia peggiorata. Segnalazioni di intimidazioni, coercizione a collaborare con i talebani e mancanza di protezione indicano un contesto precario. I rifugiati afghani sono ora costretti a rivalutare la loro situazione di sicurezza e a considerare il trasferimento in luoghi più sicuri, ove possibile.

Le implicazioni vanno ben oltre l’Iran. Gli attacchi dei talebani contro gli oppositori all’estero costituiscono una forma di terrorismo internazionale, che minaccia i dissidenti afghani in attesa di asilo in Pakistan, i rappresentanti dell’opposizione in Europa e le forze democratiche che tentano di organizzarsi in esilio. Se lasciate incontrollate, tali operazioni rischiano di normalizzare la violenza politica extraterritoriale e di minare le norme internazionali volte a proteggere i rifugiati e i dissidenti politici.

L’uccisione del generale Ikramuddin Saree non è stata semplicemente un assassinio: è stato un monito, quindi.

Luigi Medici 

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