
L’inchiesta China Capital dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) sulla base di su 4,3 milioni di documenti interni della Industrial and Commercial Bank of China (ICBC, Zhongguo Gongshang Yanhang Gafen Youxian Gongsi), ha rivelato l’utilizzo da parte della banca cinese della sua sede londinese “come centro di finanziamento per società legate a imprenditori russi e bielorussi sanzionati, autocrati pubblicamente accusati di corruzione, stati indebitati e l’establishment politico cinese”. L’inchiesta ha inoltre, rivelato che i dirigenti della sede di Londra, agendo su mandato della sede centrale, perseguivano “obiettivi esplicitamente politici a beneficio del suo azionista di maggioranza, lo Stato cinese”, violando in alcuni casi in alcuni casi anche le proprie politiche relative alla corruzione e l’antiriciclaggio.
Da quanto emerso dall’inchiesta dell’ICIJ tra i clienti della sede londinese dell’ICBC figurava anche la Pasha Bank di cui erano comproprietarie insieme al nonno, Arif Pashayev, le figlie del presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, Arzu e Leyla Aliyeva. Secondo il consorzio giornalistico, dai documenti risulterebbe che gli analisti dell’ICBC avessero capito immediatamente che si trattasse di clienti “rischiosi”, ma la questione venne minimizzata e nel 2017 la Pasha Bank divenne cliente della ICBC London. Nel 2021, continua l’ICIJ, a seguito di un’inchiesta britannica che aveva riguardato un socio d’affari di Aliyev e di sua moglie (“sospettati di aver acquistato beni nel Regno Unito con fondi illeciti”) l’ICBC, dopo “aver espresso preoccupazione per Pasha Bank”, decise di interrompere i rapporti, ma “i dirigenti di alto livello si opposero ai suggerimenti di alcuni funzionari della banca di interrompere immediatamente il rapporto con il cliente e accettarono di attendere fino a quando i depositi di Pasha Bank, che all’epoca ammontavano a 24 milioni di dollari, non fossero giunti a scadenza qualche mese dopo”.
Il consorzio giornalistico, dopo aver ricordato gli importanti legami geopolitici che intercorrono tra Pechino e Baku, riporta che l’ICBC Lonon ha tra i suoi clienti un’altra società legata al presidente azero Aliyev, la Socar (la compagnia petrolifera statale azera, ed una “fonte chiave di finanziamento pubblico per l’Azerbaijan”). L’ICIJ riferisce che nel 2021 la ICBC London concesse un prestito di 90 milioni di dollari a Scoar, aiutandola a rifinanziare un vecchio prestito, ignorando “gli avvertimenti di una società di consulenza esterna specializzata in conformità normativa, secondo cui l’azienda era poco trasparente e invischiata in accuse di corruzione, come emerge dai documenti”. L’articolo specifica che i dirigenti della banca cinese avessero riconosciuto sia la mancanza di trasparenza che di responsabilità della compagnia petrolifera azera, ma al contempo ritenevano il cliente troppo importante per gli interessi della Cina e di ICBC “in vista del sostegno alla politica cinese «One Belt One Road» del 2013, volta a creare infrastrutture e stabilire collegamenti tra i paesi eurasiatici”.
L’articolo dell’ICIJ fa poi riferimento al ruolo avuto dall’ICBC a sostegno della politica di sicurezza economica che sotto la guida di Xi Jinping è divenuta una delle priorità di Pechino per garantire la propria indipendenza dall’Occidente, rivelando che, in base a quanto traspare dai documenti interni, “gli analisti dell’ICBC hanno valutato in che modo ciascun accordo avrebbe supportato le principali politiche del governo cinese, tra cui la Belt and Road Initiative o la ricerca della «sicurezza delle risorse» da parte del Paese”. Secondo l’ICIJ, che ha esaminato circa 200 accordi di prestito che la ICIJ London si è impegnata ad erogare tra il 2010 e il 2024 ad altrettanti mutuatari, gli impegni di prestito, destinati principalmente a società operanti nel settore del commercio di materie prime, dell’energia e dei servizi finanziari variavano da circa 3 milioni a 400 milioni di dollari. L’articolo specifica poi che moduli di richiesta di credito e altri documenti riservati includevano talvolta la frase «motivazioni cinesi» per spiegare perché ICBC London volesse concludere un accordo, rivelando la natura geopolitica di alcuni prestiti”. L’ICIJ fa riferimento poi ad una serie di operazioni che hanno riguardato la Sierra Leone ed in particolare l’erogazione di un prestito da parte della ICBC London, su richiesta della sede centrale, ad un mutuatario sierraleonese, una società di sviluppo immobiliare chiamata National Port Development (SL) Ltd, senza aver ancora ottenuto tutta la documentazione necessaria e nonostante la società non fosse un cliente abituale. L’articolo rivela che un anno dopo quando fu finalmente esaminata la documentazione emersero notizie pubbliche di “gravi accuse di corruzione e concussione”, e che in base ai documenti interni, la banca avrebbe alla fine deciso di non erogare il prestito. L’ICIJ specifica, però, che l’ICBC invece di revocarlo ufficialmente decise di mantenere la notizia riservata “temendo reazioni da parte dell’alleato statale della Cina”.
Un altro caso finito sotto la lente d’ingrandimento dell’inchiesta giornalistica riguarda la gruppo petrolifero e del gas statale angolano Sonangol. Nell’articolo di ICIJ si può leggere, infatti, che quando quest’ultimo era controllato da persone vicine all’allora presidente José Eduardo dos Santos, la sede londinese di ICBC aiutò la sede di Pechino ad erogare un prestito di oltre 2,5 miliardi. L’ICIJ, inoltre rivela che “alcuni promemoria interni relativi ad un prestito del 2010 illustrano l’influenza della Cina, principale creditore estero dell’Angola, che obbligava Sonangol sia a vendere il proprio petrolio alla Cina, sia a utilizzare i proventi del prestito per assumere imprese di costruzione cinesi”. Il consorzio giornalistico afferma, poi, che i rapporti tra Sanagol e ICBC sono continuati anche dopo, l’inchiesta Luanda Leaks (condotta dallo stesso ICIJ) che dimostrava come “la filiale britannica di Sonangol, cliente diretto di ICBC London, era stata coinvolta nel pagamento di circa 58 milioni di dollari a una società di consulenza di Dubai controllata da un’amica di Isabel dos Santos, figlia del presidente e a capo di Sonangol, tra il 2016 e il 2017”. L’articolo evidenzia poi come, in memo interni risalenti al 2021, gli analisti della ICBC abbiano respinto i risultati dell’inchiesta affermando che “che qualsiasi critica alla figlia del presidente angolano era «motivata in qualche misura da interessi sciovinisti»”, e che un altro documento interno spiegava in modo esaustivo perché sarebbe continuato il rapporto tra la banca e la società angolana “«l’Angola è un partner della Cina nell’ambito della Nuova Via della Seta e un cliente dei mercati emergenti che supportiamo da oltre un decennio da ICBC London»”.
L’ICIJ ha anche analizzato i rapporti alcune connessioni tra la ICBC di Londra e società bielorusse sottoposte a sanzioni. L’articolo fa riferimento al fatto che la sede londinese della Industrial and Commercial Bank of China sia divenuta, all’inizio del 2018 l’hub bancario estero della società cinese Zoomlion Heavy Industry Science and Technology, la cui filiale britannica, la Zoomlion Powermole Ltd, era azionista di maggioranza insieme ad una azienda statale bielorussa, la Minsk Automobile Plant (MAZ), di una joint venture che aveva investito in un parco industriale vicino all’aeroporto di Minsk. Dopo le proteste contro la rielezione presidente Lukashenko che nell’estate del 2020 avevano portato all’arresto di 7000 persone (le autorità bielorusse erano anche accusate di aver torturato centinaia di persone) i paesi occidentali sottoposero a sanzioni alcune entità bielorusse. Il pacchetto di sanzioni, continua il consorzio giornalistico, fu poi ampliato con l’inasprirsi della repressione e il supporto della Bielorussia all’invasione russa dell’Ucraina, coinvolgendo stavolta anche la MAZ, il partner bielorusso di Zoomlion nella joint venture. L’ICIJ specifica che il Regno Unito, sebbene non abbia inserito la società bielorussa (che sarebbe uno dei fornitori dell’esercito russo) nella lista nera, ha imposto delle restrizioni alla fornitura di beni a duplice uso militare-civile e di altre tecnologie alla Bielorussia. L’articolo del consorzio giornalistico rivela che i funzionari della sede londinese dell’ICBC, in alcune mail interne, avevano riconosciuto che la joint venture fosse coinvolta nella produzione di macchinari che potrebbero essere considerati dual use, senza però preoccuparsi del ruolo dell’azienda bielorussa nella joint venture affermando che MAZ deteneva solo il solo una quota del 3,03%.
Nell’articolo si può leggere però che in base ad alcuni documenti ottenuti dai partner mediatici dell’ICIJ presso il Centro investigativo bielorusso sembrerebbe Zoomlion e MAZ avrebbero lavorato a un piano per “aggirare” le restrizioni commerciali. L’ICIJ riporta che l’azienda bielorussa ha lasciato la joint venture dopo che gli Stati Uniti l’avevano sanzionata nel 2023, per “poi firmare un accordo con Zoomlion che le avrebbe permesso di fornire telai per camion a Zoomlion tramite una terza parte non soggetta a sanzioni. MAZ non ha risposto alle richieste di commento”. Il consorzio giornalistico aggiunge però di non avere la certezza che il piano sia stato effettivamente attuato e che contattato un portavoce di i Zoomlion ha dichiarato all’ICIJ via e-mail “che l’azienda e le sue filiali “producono e distribuiscono attrezzature per l’edilizia civile” e si attengono scrupolosamente alle leggi e ai regolamenti delle giurisdizioni in cui operano. Zoomlion ha rifiutato di commentare transazioni e clienti specifici, citando “obblighi di riservatezza commerciale”.
La precedente parte dell’inchiesta può essere letta cliccando qui
Giuseppe Cusano Lanzetta
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