SIRIA. L’attacco ad Abu al-Duhur nel contesto di una competizione sempre più complessa tra interessi israeliani e turchi: il Patto della Mecca avrebbe spinto Israele a lanciare un messaggio ad Ankara

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Il principale elemento di criticità nella politica estera di Damasco resta il rapporto con Israele che recentemente ha conosciuto una significativa escalation militare e diplomatica. Gli attacchi israeliani contro l’aeroporto militare di Abu al-Duhur, nel governatorato di Idlib, a circa 70 chilometri dal confine turco, hanno assunto una rilevanza particolare poiché si sono inseriti nelle crescenti tensioni relative alla presenza e all’influenza turca in Siria. Secondo le ricostruzioni riportate, Israele avrebbe considerato la possibile presenza di forze, equipaggiamenti e sistemi d’arma turchi nella base come una potenziale minaccia alla propria sicurezza e avrebbe chiesto agli Stati Uniti di intervenire contro obiettivi turchi o sostenuti da Ankara. L’episodio si colloca inoltre in un momento particolarmente delicato per gli equilibri regionali, segnato dalla firma del Patto di Difesa Congiunta della Mecca tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, secondo il quale un attacco contro uno dei tre Paesi sarebbe considerato un attacco contro tutti. 

Secondo la versione israeliana, i bombardamenti avrebbero colpito hangar, pista e sistemi radar. Le ricostruzioni riportano inoltre che le forze turche avrebbero trasferito nell’aeroporto equipaggiamenti logistici e militari, tra cui radar e droni, partecipando al ripristino delle infrastrutture, delle aree di sosta e dei depositi di carburante. Contestualmente, grandi quantità di missili e munizioni sarebbero state trasferite nella base. La presenza di personale straniero impegnato nella riabilitazione delle infrastrutture sarebbe avvenuta sotto la supervisione di truppe turche. Gli attacchi israeliani sarebbero stati effettuati dopo una visita di una delegazione militare turca incaricata di valutare i lavori sulla pista. Al di là dell’effettiva entità della presenza turca, l’episodio evidenzia un elemento centrale: Israele sembra considerare qualsiasi consolidamento dell’influenza militare di Ankara in Siria come un possibile fattore di rischio strategico.

L’episodio ha quindi evidenziato come il territorio siriano sia divenuto teatro di una competizione sempre più complessa tra interessi israeliani e turchi, nella quale Damasco rischia di trovarsi al centro di un confronto più ampio tra attori regionali e internazionali.

La conferma israeliana dei raid e le diverse ricostruzioni sulla presenza turca nella base hanno evidenziato le divergenze tra Israele, Siria e Turchia. Damasco ha condannato l’attacco come una violazione della propria sovranità, accusando Israele di ostacolare la stabilizzazione del Paese, ma ha ribadito la volontà di ricorrere agli strumenti diplomatici e al diritto internazionale.

Il ministro degli Esteri Asaad al Shaibani ha inoltre respinto la ricostruzione israeliana secondo cui sarebbe esistita un’intesa di sicurezza che vietasse o limitasse la presenza turca, sostenendo di non aver concluso alcun accordo con Tel Aviv che potesse comprimere la propria capacità di ricostruire le istituzioni civili e militari o di esercitare un ruolo autonomo nella stabilizzazione regionale. Da parte israeliana, il messaggio è stato altrettanto netto: il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha lanciato un severo avvertimento, affermando che Israele “non tollererà” alcun insediamento militare turco in Siria che possa minacciare la sicurezza di Israele. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha a sua volta accusato il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan di trascinare la Turchia in “pericolose avventure” in Siria, ribadendo che Israele non permetterà a nessuna entità di minacciarne la sicurezza. Mentre Ankara ha negato la presenza del proprio personale nella base o che fosse previsto un dispiegamento.

La crisi intorno ad Abu al-Duhur ha inoltre evidenziato il ruolo degli Stati Uniti come principale interlocutore nella gestione della de-escalation tra Siria, Israele e Turchia. Washington avrebbe cercato di impedire un’ulteriore escalation, dopo esserne stato informato dalla parte israeliana secondo quanto dichiarato dal presidente Trump ad Axios, rifiutandosi però di commentare le azioni di Netanyahu. L’inviato speciale statunitense per la Siria, Tom Barrack, ha definito l’attacco un’escalation non necessaria, ha citato la mancanza di preavviso da parte della Turchia e ha chiesto la necessità di un meccanismo di dialogo e scambio di informazioni tra i tre Paesi. La posizione americana appare pertanto orientata a contenere la competizione israelo-turca sul territorio siriano, preservando al tempo stesso il percorso negoziale con Damasco. 

Per gli Stati Uniti, la stabilizzazione della Siria presenta anche una dimensione economica. Una Siria unita e stabile è infatti funzionale all’apertura del mercato energetico e petrolifero siriano agli investimenti internazionali, mentre sono già stati avviati o conclusi accordi con diverse società americane.

In questo quadro si inseriscono anche i tentativi siriani di raggiungere un’intesa di sicurezza con Stati Uniti e Israele, inclusa l’ipotesi di un centro di coordinamento in Giordania e di un congelamento delle attività militari, iniziative che, secondo le ricostruzioni disponibili, non avrebbero prodotto finora risultati concreti. La crescente pressione israeliana avrebbe così spinto Damasco a riconsiderare il grado di moderazione da mantenere di fronte alle incursioni nel sud del Paese, pur senza tradurre tale irrigidimento in una scelta di confronto militare diretto.

È proprio in questo quadro che il recente Patto di Difesa Congiunta della Mecca assume un significato particolare. Israele ha già colpito altre basi aeree siriane per ragioni analoghe, tra cui la base aerea Tiyas, o T4, nei pressi di Palmira. L’operazione contro Abu al-Duhur si distingue però per il contesto regionale nel quale è maturata: la crescente cooperazione tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita potrebbe infatti modificare il calcolo strategico di Ankara e, indirettamente, quello israeliano.

La clausola secondo cui un attacco contro uno dei tre Paesi sarebbe considerato un attacco contro tutti ha suscitato paragoni con l’articolo 5 della NATO. Il Patto della Mecca, tuttavia, non costituisce una nuova NATO. È più corretto considerarlo, almeno per il momento, una forma di assicurazione strategica per i tre governi. La sua trasformazione in un’alleanza militare realmente credibile dipenderà dalla definizione degli obblighi reciproci e dalla capacità dei suoi membri di conciliare interessi regionali talvolta divergenti.

Secondo il quotidiano Israel Hayom, Israele avrebbe studiato attentamente non solo il funzionamento dell’articolo 5 della NATO, ma anche le modalità della sua applicazione. In questa prospettiva, il trattato protegge il territorio turco, ma non estenderebbe automaticamente tale protezione alle forze turche eventualmente dispiegate al di fuori dei confini nazionali, come in Siria o a Cipro. Da qui la scelta di Ankara di rafforzare i propri legami di sicurezza con Paesi con i quali intrattiene già rapporti politici e militari, come Pakistan e Arabia Saudita.

La possibile inclusione della Siria in questo quadro rappresenterebbe un ulteriore sviluppo. Al termine della storica visita del ministro degli Esteri siriano al-Shaibani in Pakistan, l’agenzia Anadolu, citando lo stesso ministro, ha riferito che Damasco starebbe valutando l’adesione all’Accordo della Mecca per la difesa congiunta. Se tale ipotesi si concretizzasse, il margine di manovra israeliano nei confronti della Siria potrebbe ridursi sensibilmente, soprattutto qualora le garanzie previste dall’accordo assumessero un carattere operativo.

La questione della sicurezza esterna si intreccia, inoltre, con un processo di consolidamento interno dello Stato siriano. Le ripetute incursioni, gli arresti e la distruzione di terreni agricoli stanno alimentando, almeno in parte della popolazione, un sentimento sempre più ostile verso Israele. Parallelamente, si è concluso il processo di integrazione delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nel nuovo esercito siriano e dell’Amministrazione Autonoma nelle strutture statali. In questo quadro, il comandante della brigata di Kobane, Mahmoud Barkhodan, ha dichiarato la disponibilità delle proprie forze a schierarsi, su richiesta di Damasco, lungo l’asse Alture del Golan-Quneitra-Daraa.

Anche sul piano diplomatico, Damasco sembra voler mantenere aperte tutte le opzioni. Dopo la visita in Pakistan, al-Shaibani ha dichiarato che è ancora troppo presto per discutere di un accordo strategico con Israele e che la priorità rimane la fine degli attacchi israeliani sul territorio siriano. Il ministro ha inoltre sottolineato che Israele non dovrebbe dettare a Damasco quali alleanze o partenariati possa stringere.

La linea di fondo della politica estera siriana appare quindi sempre più chiara: uscire dall’isolamento internazionale attraverso la ricostruzione, la cooperazione economica e il rafforzamento delle relazioni con partner regionali e internazionali. In questa prospettiva, il rapporto con la Turchia, l’apertura verso Pakistan e Arabia Saudita e il dialogo con gli Stati Uniti rappresentano strumenti attraverso i quali Damasco cerca di recuperare margini di autonomia strategica.

Cristina Uccello

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